"Repetita iuvant"…

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“Il cuore, quando si spezza, lo fa in assoluto silenzio.
Se rumore c’è, è interno.
Un urlo che nessuno all’infuori di te può sentire.
L’amore è così…nessuno ne è indenne.
È selvaggio, infiammato come una ferita aperta esposta all’acqua salata del mare, però quando si spezza il cuore non fa rumore.
Ti ritrovi a urlare dentro e nessuno ti sente”.

(Se tu mi vedessi ora – Cecelia Ahern)


Dal punto di vista teorico e scientifico la fine di un amore è riconducibile agli stessi processi della separazione, del lutto.

Si potrebbe parlare di un vero e proprio pattern (schema) universale, articolato in tre fasi, che si succedono le une alle altre: protesta, disperazione e distacco.

La prima fase, ossia quella della protesta, è caratterizzata da reazioni piuttosto smodate quali pianto, incredulità, agitazione, ansia, panico. La persona lasciata, abbandonata, inconsapevolmente agisce in tal modo con l’intento di influenzare il ritorno della persona andata via.

Durante la seconda fase, quella della disperazione, ai comportamenti di iperattività e protesta attiva, subentrano altri di totale inattività, astenia, depressione. Fanno, inoltre, la loro comparsa alterazioni fisiologiche: disturbi del sonno, alterazioni del comportamento alimentare, accelerazione del battito cardiaco. Alla delusione dovuta agli esiti negativi dei comportamenti messi in atto durante la prima fase, che non hanno provocato il ritorno della persona scomparsa o andata via, subentra un periodo di passiva disperazione, generata dalla consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno.

La terza fase riguarda il distacco. La persona abbandonata cioè, dopo un determinato lasso temporale, si distacca a sua volta affettivamente ed emotivamente dalla persona persa, riorganizzandosi a livello emotivo e ricominciando le normali attività che contraddistinguevano la sua vita prima di restare sola.

Al di là delle tre fasi individuate sopra, nella fine di un amore che ci ha profondamente coinvolti si prova una sofferenza indicibile: si pensa che non si possa più continuare a vivere e si provano sentimenti quali tristezza, delusione, senso d’angoscia, sensi di colpa e fallimento. Forte è l’ossessione che l’accompagna, soprattutto se quell’amore ha preso tutte le nostre forze…ha preso la nostra vita…perchè come in ogni amore che viviamo, pensiamo sempre che sia quello “giusto”…quello che durerà in “eterno”. Ed è doloroso accettare che possa finire…che ci siamo sbagliati.

Il più delle volte non si riesce a comprendere perchè sia finito, non rendendosi conto che quella fine non è stata improvvisa ma era in qualche modo preannunciata in tanti piccoli gesti, occasioni, sfumature, o, pur avendo notate quest’ultime, si viveva comunque nell’illusione che nonostante tutto non sarebbe mai finito.

Nella stragrande maggioranza dei casi ci si dimena, non ci si arrende, si tenta l’impossibile per recuperare quell’amore. Soprattutto si continua ad amare la persona perduta, a volte più di prima. E si prova qualche timida speranza di recuperare l’amore perduto soprattutto se l’altra parte, incautamente e più o meno inconsapevolmente, manifesta qualche piccolo segnale d’affetto o di comprensione. Segnale che si tende subito ad interpretare, erroneamente, come sinonimo di una rinnovata disponibilità ad amarci.

Quando finisce un amore, soprattutto se si è lasciati, si compie una vera e propria analisi di quelle che sono state le cause che hanno portato alla fine: il più delle volte, la persona lasciata tende ad attribuirsi le colpe, imputando a propri comportamenti errati la fine della relazione. Questo perchè, così facendo, ci si consente di poter sperare che, mutando il proprio comportamento, la relazione possa ricominciare, ammesso che l’altro ci conceda un’altra possibilità. Non ci si vuole rendere conto che, molto più semplicemente, l’altro non ama più. Per quanto doloroso possa essere prendere coscienza di quest’amara verità, ciò rappresenta l’unico modo per poterne uscire. Si soffrirà in maniera spaventosa…ma il tempo ci aiuterà a porre definitivamente la parola fine. L’alternativa, cioè sperare in un ritorno, ci regalerà l’unico risultato di prolungare la nostra sofferenza…catapultandoci in un tunnel lungo e buio che ci sembrerà senza uscita.
Ma per quanto possa essere lontano nel tempo, dopo aver pianto tutte le lacrime di questo mondo, dopo aver espresso tutta la disperazione di cui possiamo esser capaci, arriverà il momento in cui si toccherà, finalmente, il fondo del baratro. Si accetterà la realtà delle cose. E proprio in quel momento, quasi senza rendercene conto, si inizierà una lenta ma inesorabile risalita. 

E si scoprirà che il più grande amore è quello che deve ancora venire…

10 Commenti

  1. Perchè pur essendo consapevole di queste cose, andiamo alla velocità di una tartaruga nel risalire emotivamente?
    Mio fratello si lasciò con la sua ragazza e sono stati separati per 6 mesi, dopo si sono rimessi insieme e ora stanno benissimo, si sono fortificati!!! Sono consapevole che non è perforza detto che capiti anche a me, chissà, forse è meglio pensare che non mi ami più, in fondo io non lo so cosa prova…la mia ex è un tipo strano ed insicuro e sicuramente non posso sapere se mi ama o no, so solo che se ne voglio uscire devo pensare che non mia ama più..è l’unico modo!! Vorrei un parere vostro :D

    • Dopo cinque anni di fidanzamento sono stata lasciata…be io sono ancora nella fase iniziale anche se a tratti sembro forte e reattiva ma dentro ogni giorno mi sento un vuoto incolmabile diciamo che e passato un mese ma in realta gia da due tre mesi lui manifestava indecisione. Da circa 10 giorni sono passata alla fase del no-contact anche perche so che lui vede un’altra. Chissa cosa succederà, nel frattempo penso alla mia vita.

  2. questo post è bellissimo……….. sono sarah… ho raccontato la mia esperienza in “10 modi per superare una delusione d’amore”… oggi, e dico oggi perchè so che domani probabilmente non sarà così, decido di sorridere!

  3. Ciao Meschio…qualsiasi esperienza che ci ferisce nel profondo, se non ci ammazza, finisce inevitabilmente per marchiarci a fuoco rendendoci più forti, più consapevoli…e sicuramente più disillusi. Chi ha sofferto per amore conserva, anche a distanza di tempo, la “memoria” di ciò che è accaduto: è un sistema di autodifesa che implica, di certo, un atteggiamento più duro, più guardingo, più disincantato nei confronti di una nuova storia. Tuttavia, anche in questo caso, ciascuno fa storia a sè…e non esistono regole universali. e’ la propria indole a fare la differenza: c’è chi “se la lega la dito” e per il resto della vita renderà, più o meno inconsapevolmente, pan per focaccia al partner di turno…e c’è chi invece, pur memore della sofferenza patita, si getterà comunque anima e corpo nella prossima storia con l’augurio implicito che l’esito della medesima possa essere differente.
    E’ possibile che nel prossimo futuro tu possa sentirti un pò “demotivato” e poco stimolato in merito all’argomento “amore”…ma non preoccuparti…è normale anche questo.
    A presto…

  4. meschio -> in attesa della risposta di Deli aggiungo il mio parere su questo aspetto… è certo che la risposta ad una delusione è sempre individuale… c’è chi ne può restare ferito a vita, chi invece dimentica tutto e ricomincia ancora meglio di prima. Posso portarti la mia esperienza: la prima volta credevo che non avrei più legato la mia anima a quella di un’altra persona, poi ho incontrato una ragazza speciale, ho impiegato 6 mesi per capire che era lei ma solo perchè era passato poco tempo dalla delusione e tutti noi abbiamo bisogno di assestarci un pò prima di poter aprire il nostro cuore. Con questa donna è finita dopo quasi 3 anni, un’altra delusione fortissima ma questa volta con la consapevolezza di come funzionava, nessun rancore, nessuna rabbia oggi, dopo pochissimo tempo, ma sempre quella chiusura verso il sesso opposto, oggi le donne non le guardo più nemmeno in faccia, però poi arriva, magari è un’amica che cominci a guardare in maniera diversa, e ricominci… ecco, io ho la certezza che le delusioni mi piegano per un pò ma non mi spezzano, la cosa importante è non forzare nulla, lasciare che le tue sensazioni si evolvano naturalmente, nn avere sete di storie o di semplice compagnia, dedicarsi a se stessi ed alle proprie passioni fin quando i tempi non saranno di nuovo maturi per ricominciare ad amare… un abbraccio

  5. caro Deli, ora che almeno per me il peggio è passato, inizio a comprendere le parole tue e di Art: sfortunatamente tutto, e specialmente i rapporti umani sono precari e legati ad un filo di lana che prima pensavo fosse d’acciaio.Questa mia sofferenza mi ha portato ad una certa consapevolezza sull instabilità del mondo, ma ciò che mi chiedo è: “Ora che levo questo velo di maya sull’amore eterno e i rapporti tra un uomo e una donna diventerò una persona + cinica, non mi darò più alla prossima persona che amerò come quella che mi ha lasciato?Insomma, questa ferita mi renderà + forte o soltanto + duro e distaccato?Potrò amare ancora come ho amato (e ahimè amo ancora) infinitamente la mia ex compagna?”

  6. Caro Nico…è proprio così. Molti, me compreso, hanno vissuto e vivono tuttora nella fantomatica illusione di poter raggiungere e stabilizzare la propria vita e le proprie emozioni nell’utopistica ricerca e raggiungimento di un equilibrio che, nella realtà e per sua stessa definizione, è e rimarrà sempre precario. Bisogna accettarlo. E’ necessario accettare l’instabilità congenita del “sistema”. Se si vuole vivere interfaccaindosi con il mondo, bisogna accettare la fragilità di tutto: delle persone, degli affetti, della vita e di noi stessi. Non esiste alcun compromesso, alcuna maniera di sfuggire a questa semplice realtà, se non attraverso l’auto-inganno. Ma quanto ci costa quest’enorme bugia? A che prezzo finiamo e finiremo sempre per pagarla? A un prezzo enorme…troppo alto…quello di una delusione che più che riportarci con i piedi per terra, su quella terra ci fa schiantare con violenza inaudita e senza possibilità di attutire minimamente il colpo.
    Nulla è stabile…e tutto è coinvolto in un movimento senza fine; un continuo susseguirsi di stati di equilibrio precari e, quindi, di per sè finiti e costantemente mutevoli. E alla fine? Alla fine…niente: possiamo solo specchiarci nel medesimo moto vorticoso che caratterizza l’Universo in cui viviamo…cercando semplicemente di ovviare, con la nostra saggezza e la nostra serenità, alla caducità e all’estrema provvisorietà e temporaneità del nostro essere in questo luogo e in questo momento…
    Buona serata, amico mio.

  7. Ciao Deli… anche questo tuo post finisce tra le appendici del decalogo :) grazie del tuo intervento… commento con una lettera che, qualche tempo fa, ho inviato ad un’amica:

    Certe volte immaginiamo di girare intorno ad un’unica asse, ci convinciamo fortemente che destra, sinistra, avanti, siano concetti per le persone più forti, quelle che riescono a rivoluzionare le loro vite e a prendere decisioni che le scaraventano nell’ignoto. Per diverso tempo ho girato intorno a me stesso, credendo di aver trovato un punto di equilibrio, credendo di aver raggiunto quello a cui aspira ogni essere di questa terra: la quiete domestica. Ho creduto in una bella favola, una di quelle che restano tali per sempre o che naufragano tragicamente… nel mio caso è naufragata, l’albero maestro della mia barca è stato spezzato dal vento, le solide assi del ponte squarciate come fuscelli, le vele disperse tra le onde di un mare in tempesta, il timone solo una forma senza significato. Non conosco la ragione per la quale sono ancora vivo, l’acqua del mare è molto fredda e certe onde, di tanto in tanto, mi sommergono del tutto: il senso di vuoto è la cosa più difficile da combattere, tenti di riempirlo con ogni cosa, ti aggrappi agli amici, ai nuovi incontri, ti lanci a capofitto su ogni esperienza che sia nuova per sentire l’ebbrezza di un cambiamento, ma poi il vuoto ritorna, quando sei solo… ed è lì che ti accorgi di quanto sei fragile senza la tua barca, ancora in balia del mare in tempesta anche se, a volte, puoi accarezzare l’illusione di aver raggiunto una riva sicura .

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