L’undicesimo modo (e le quattro cose che avevo sbagliato)

11 Agosto 2026
12 minuti di lettura

Il 7 maggio 2008 ho pubblicato 10 modi per sopravvivere ad una delusione d’amore, e a metà dell’introduzione ho scritto una frase di cui non avevo capito le conseguenze:

«E’ graditissimo da parte dei miei lettori (circa 350 persone che giornalmente visitano queste pagine) qualsiasi intervento che possa essere utile a perfezionare la presente guida.»

Quattro giorni dopo, alle 18:22 dell’11 maggio, è arrivato il primo commento. Era di un lettore che si firmava niki:

«molto interessante quello ke scrivi però manka del tutto la parte legata al sesso… ti prego scrivi l’undicesimo :)»

Gli risposi che avrei valutato l’espansione a undici. Poi ho perso il controllo della situazione.

In sette anni, sotto quel post, sono arrivati 14.793 commenti da 813 nickname diversi: 2,6 milioni di parole, l’equivalente di trenta romanzi, scritte quasi tutte di notte da persone che non si conoscevano. Di quei commenti solo 540 sono miei. Le 350 persone al giorno erano diventate un ospedale da campo.

Aiutato da Claude, li ho riletti tutti, uno per uno, con il decalogo aperto accanto. Non era nostalgia: volevo sapere quali di quei dieci punti avessero superato la prova di quattordicimila casi clinici, e quali no.

Questo è il verdetto. Ci sono tre punti che l’archivio conferma in modo quasi imbarazzante, quattro che smentisce, e quattro cose che non c’erano e che avreste dovuto scrivere voi. Infatti le avete scritte voi.


PARTE I — Quello che ha tenuto

1. La durata della prima fase: avevo azzeccato la finestra, sbagliato il picco

Nel 2008 scrissi che la fase dei perché dura «da 1 a 6 mesi», e lo scrissi basandomi su niente: la mia esperienza, qualche amico, «popolo di internet».

Ho contato quante volte, nei commenti, qualcuno dichiara da quanto tempo sta male. La finestra è giusta: dopo il sesto mese i commenti crollano quasi a zero. Ma dentro quella finestra la curva non è quella che immaginavo. Il picco è tra il secondo e il quarto mese, non nelle prime settimane.

Una parte del dato è illusoria: la gente arriva su un post cercando aiuto su Google, e non lo cerca il giorno stesso in cui viene lasciata. Ma nei commenti c’è anche la spiegazione, ripetuta centinaia di volte, e ha senso:

  • il primo mese sei anestetizzato, e tutti intorno a te sono presenti;
  • al terzo mese l’anestesia è finita, e gli amici hanno smesso di chiamare perché «ormai starai meglio»;
  • al terzo mese, in genere, arriva anche la prima notizia certa: che sta con un altro.

«Sono sprofondato indietro di 3 mesi… questa è la dimostrazione di ciò che temevo» — FERNANDO, dicembre 2014, dopo aver saputo dell’ex al cinema con un altro

La correzione operativa: se sei al terzo mese e stai peggio di come stavi al primo, non sei un caso disperato, sei nella media. E se hai un amico lasciato dodici settimane fa, quello è il momento di chiamarlo. Non il primo weekend.

Nota a margine: la parola «fase 1» è entrata nel vostro vocabolario e ci è rimasta per anni. Nel dicembre 2009 arch ha aperto un censimento spontaneo: «mi dite da quanto tempo state nella famosa fase 1? io da tre mesi e mezzo». Non pensavo che una tassonomia inventata in un pomeriggio sarebbe diventata una lingua.

2. L’astinenza: avevo dato l’immagine, voi ci avete costruito il protocollo

Nel punto 2 avevo scritto di «acquisire la consapevolezza di trovarvi sotto l’effetto di qualcosa di molto simile ad una droga». Era un’immagine per capire. Voi l’avete trasformata in una procedura, che è una cosa completamente diversa e molto più utile.

La formulazione più precisa è di rebecca, novembre 2008:

«ora accontentati di questo sms di risposta, una piccola dose ma che, so perchè ci sono passata, che nei prossimi giorni ti farà stare meglio… ma poi ecco di nuovo l’astinenza»

Se il messaggio che gli scrivi è una dose, allora la ricaduta dopo il contatto non è una debolezza morale: è farmacologia prevedibile. E cambia la contromisura. Non «resisti», che è un ordine impossibile, ma quello che ha scritto MESCHIO nel novembre 2008:

«se non riesci proprio a resistere, chiama una persona a te vicina e sputa fuori tutto ciò che hai da dire»

Non resistere: cambiare destinatario. In sette anni non ho letto niente di più efficace, e non l’ho scritto io.

3. «Non ci sono perché»: vero, e assolutamente inutile detto da me

Nel decalogo l’ho scritto in grassetto: «non ci sono ragioni sufficienti perchè un amore finisca… gli amori finiscono, e lo fanno quasi sempre senza un valido motivo». Ho perfino chiamato la prima fase «la fase dei perché».

Nell’archivio, la domanda «perché» torna nella sua forma pura decine e decine di volte. C’è un commento di stefano76, marzo 2012, che è interamente questo:

«PERCHE?PERCHE?PERCHE?PERCHE?PERCHE?PERCHE?PERCHE?PERCHE?»

Quattro anni dopo che l’avevo scritto in grassetto. Quindi il punto era giusto e completamente inefficace, e credo di aver capito perché: da me suonava come una spiegazione, e nessuno accetta una spiegazione mentre ha male. Funzionava solo detto da un altro malato. Come qui, sarah, marzo 2011:

«vorresti un uomo che dice che non ti ama? e ha senso capire il perchè non ti ama più?! semplicemente è finita.. non ci sono perchè.. puoi stare tutto il giorno a pensare in cosa puoi migliorare per farti amare… ma DEVI FARTI AMARE? è la cosa più naturale l’amore… viene spontaneo amare»

È esattamente la mia tesi. Ma detta da una che si stava svegliando alle sei con il cuore in gola, e per questo è arrivata.


PARTE II — Quello che ho sbagliato

4. Punto 6, «Ricorrere ai familiari»: avete fatto il contrario, e avevate ragione

Questo è il punto che l’archivio demolisce con più chiarezza, perché qui ho un numero.

Avevo consigliato di parlare con mamma o papà, per la «saggezza dell’età adulta». Nei commenti, la famiglia viene citata nel 2,9% dei casi. Gli amici nell’8,3%. E queste pagine — «vi leggo», «scrivere qui», «questo blog» — nel 6,8%: più del doppio della famiglia.

Quattordicimila persone hanno avuto a disposizione i propri genitori e hanno scelto degli sconosciuti anonimi. La ragione, riletti i commenti, mi sembra ovvia adesso: con i genitori devi anche proteggerli. Devi dosare, non spaventarli, dire che stai meglio. Con uno sconosciuto che sta peggio di te non devi recitare niente.

«la cosa eccezionale ed unica di questo blog è che tutti coloro che vi partecipano capiscono perfettamente il vostro stato d’animo, perchè la vostra sofferenza è anche la nostra… ma insieme siamo più forti, sia ricevendo che dando consigli» — kamalino, settembre 2008

5. Punto 1, «chi lascia non soffre»: falso

Nel primo punto avevo scritto una frase che oggi mi imbarazza: «chi lascia non soffre di alcun pensiero ossessivo e di conseguenza vive il suo tempo con normalità». Serviva a consolare — a spiegare l’asimmetria dei tempi — ma è una semplificazione, e su queste pagine sono passate le prove.

fla, marzo 2010, aveva lasciato lui: «in fondo l’ho lasciata io… ci ho messo solo 6 mesi porca eva quanto tempo!». Un mese dopo, il giorno del compleanno di lei: «Sto facendo una caxxata la sto incontrando… l’ho lasciata io, che palle sto morendo».

E poi c’è il commento più onesto dell’intero archivio. Nick, novembre 2009, stava consolando una lettrice tradita, e a metà si è fermato:

«Io soffro per te, ho a cuore quello che succede a te, ma io stavo per fare quello che ha fatto il tuo uomo. E un’altra donna avrebbe sofferto e forse scritto su queste pagine. Beffardo il corso delle cose, eh?»

La versione corretta del punto 1 è questa: chi lascia non soffre dopo. Ha sofferto prima, da solo, per mesi, senza il diritto di lamentarsi con nessuno. Non è meno dolore: è dolore in anticipo e senza testimoni. Il che non lo assolve, ma smette di renderlo un mostro — e in una guida che dovrebbe evitare l’ossessione, smettere di costruire mostri è metà del lavoro.

6. Punto 1 bis, «restare soli il meno possibile»: per molti è un consiglio dannoso

Avevo scritto: «uscite con gli amici, fate escursioni… cercate di restare soli il meno possibile». Centinaia di persone mi hanno spiegato, con pazienza, che a loro faceva male.

«A me giova scrivere, parlare di quello che mi è capitato; le uscite con conoscenti, amici, per quanto sporadiche, a me non fanno bene. Quando sei bloccato nelle gambe non vedo proprio come ci si riesca, ad uscire in tutta spensieratezza» — ENRICO, giugno 2014

Ha senso, e nel 2008 non lo avevo visto: uscire con gli amici nei primi mesi spesso significa recitare di stare meglio per quattro ore e tornare a casa distrutti dallo sforzo. È lavoro, non riposo.

Nello stesso punto avevo scritto anche «scrivete, suonate, dipingete», quindi la materia prima c’era: ho solo messo le cose nell’ordine sbagliato. L’ordine giusto, secondo l’archivio, è prima scrivere, poi uscire. Se in questo momento la tua energia sociale è pari a zero, non sei pigro: stai scegliendo l’unica forma di sfogo che non richiede una faccia.

7. Punto 8, «Evitare ogni possibilità di contatto»: scritto in un mondo che non esiste più

Il decalogo è del maggio 2008. Nell’archivio, le menzioni dei social passano dall’1,8% dei commenti nel 2008 al 6,5% nel 2013. Nel 2008 «evitare ogni possibilità di contatto» era un’istruzione eseguibile: bastava non passare sotto casa. Dal 2011 è diventata una guerra a tempo pieno contro un dispositivo che hai in tasca.

E qui è nata, tra voi, una posizione più sofisticata della mia. FIORDELMARE, marzo 2013:

«io il primo mese l’ho bloccato… ho dovuto farlo per rinforzarmi. Dopo il primo mese l’ho sbloccato… I primi tempi qualche balzo al cuore l’avevo… Quali prove migliori che lui si sta costruendo una vita e non gliene frega un cactus di me? Serve per andare avanti e rimanere ancorate alla realtà»

È il contrario di quello che avevo consigliato, ed è probabilmente più intelligente. Il blocco totale protegge dall’ossessione ma alimenta la fantasia; l’esposizione controllata fa male ma tiene ancorati al reale. La differenza non è quale sia giusto: è a che punto sei. Nel primo mese servono le bende. Dal secondo, forse, serve lo specchio.

8. Punto 3, «pensate alla sofferenza del mondo»: il consiglio peggiore che ho dato

Nel punto sull’accettare la sofferenza avevo suggerito di paragonare il proprio dolore a quello di una madre che perde un figlio in guerra o di una famiglia del terzo mondo.

Nell’archivio, il paragone con sofferenze più grandi compare in meno dell’1% dei commenti — e quando compare, di solito fa danni. Produce vergogna, non sollievo: gente che si scusa per stare male.

«tutto è molto soggettivo. certo a volte per questo mi sento anormale… la sofferenza effettivamente è diversa, ogni storia è diversa» — PARIDE, luglio 2014

La versione giusta l’ha scritta Elena nel giugno 2012, in un elenco di sette righe buttato lì in un commento, e al punto cinque c’è la mia correzione:

«NON PARAGONARE LA TUA VITA A QUELLA DEGLI ALTRI, NON HAI IDEA DI COSA È FATTO IL LORO VIAGGIO»

Ritiro il consiglio. Il dolore non si sconta per confronto.


PARTE III — Quello che non c’era

9. Il nemico non è la notte. È il risveglio.

Nel decalogo l’insonnia compare come sintomo, in un elenco. È un errore di bersaglio. Nei commenti mattina e risveglio tornano quasi quanto notte, e sempre con lo stesso tono di resa.

«è vero, la mattina è il momento peggiore… dopo due mesi e mezzo il risveglio è terribile» — CRIS, luglio 2013

«la mattina mi sveglio con il cuore in gola perchè mi viene l’ansia… a pensare che il mio punto di riferimento non c’è più» — sarah, marzo 2011

C’è una ragione meccanica: nel sonno il cervello non sa ancora. La notizia arriva da capo ogni mattina, nei primi due secondi di coscienza, per settimane. È l’unico momento della giornata in cui non hai difese, perché non sei ancora abbastanza sveglio per costruirle.

Punto 11 della guida: i primi venti minuti della giornata non vanno improvvisati. Serve una procedura stupida e automatica — alzarsi subito, doccia, uscire a prendere il caffè fuori — al posto dei conti fatti a letto. La lucidità del mattino non è lucidità: è un’allucinazione a bassa serotonina.

10. Le date sono trappole. E le trappole si prenotano.

Nel decalogo non c’è una riga su compleanni, anniversari e Natale. Nei commenti ce ne sono più di quattrocento. È l’omissione più grave.

«Oggi è stato il suo compleanno, il primo da tanto tempo che non passiamo insieme, e sono stato tutto il giorno a pensare se fargli gli auguri oppure no. A questo siamo arrivati…» — lion7514, maggio 2012

«CI HO PROVATO AD “EVADERE” ALMENO X NATALE MA MI E’ ANDATA MALE: PAZIENZA, SPERO CHE GLI ALTRI RAGAZZI NON MI ABBANDONINO IN QUESTE MALEDETTE FESTE» — federica, dicembre 2009

Il vantaggio enorme di queste crisi è che, a differenza di tutte le altre, si sanno in anticipo. Il suo compleanno, il vostro anniversario, il capodanno, la domenica pomeriggio. Sono le uniche ricadute prenotabili. Chi le ha prenotate — un impegno preso una settimana prima, con qualcuno, fuori casa, non rinviabile — le ha attraversate. Chi ci è arrivato improvvisando le ha passate col telefono in mano.

11. Il traghettatore

Questa parola non l’ho inventata io. L’ha portata CAROLINA nel luglio 2014, citando la sua terapeuta:

«La mia terapeuta dice che sono i “traghettatori”. Da una riva all’altra.»

L’idea: la persona per cui vi hanno lasciato, molto spesso, non è una destinazione. È un mezzo di trasporto. Serve a trovare il coraggio di uscire da una storia, e poi finisce.

Ci ho pensato molto e va consegnata con un’avvertenza — che è la stessa CAROLINA a dare due mesi dopo, a un lettore che si stava consolando così:

«Ha avuto bisogno di un traghettatore? Può darsi, ma l’unico dato certo è che se n’è andata, se n’è voluta andare, con o senza traghetto.»

Il traghettatore è un’ottima lente per capire una cosa finita. È una pessima ragione per aspettare. Se serve a smettere di sentirsi sostituiti, funziona. Se serve a calcolare quanto durerà la storia nuova, siete tornati alla fase 1.

12. L’undicesimo di niki: sì, è anche il sesso

Nel 2008 risposi a niki che la parte fisica si poteva includere «in tutto quello che è la sofferenza per il distacco». Era una risposta elegante e un po’ vigliacca.

In sette anni la mancanza fisica compare in più di mille commenti, e non come appendice: come questione a sé, con tempi propri che non coincidono con quelli del cuore. E va in due direzioni opposte, che vanno dette entrambe.

C’è chi ha il corpo che va avanti prima della testa, e se ne vergogna — come arch, febbraio 2010, che dopo quattro mesi va a letto con un’amica e scrive, quasi chiedendo permesso: «concedersi un po’ di piacere fisico anche senza troppi sentimenti in realtà non mi ha fatto male», per poi passare il resto del commento a camminare da solo su un ponte ghiacciato.

E c’è chi ha la testa che va avanti prima del corpo, e si spaventa molto di più:

«ho conosciuto una ragazza e si è creato da subito un certo feeling… lei sembra molto presa da me, mi abbraccia e prova a baciarmi… e che succede? l’ho rifiutata, non ce l’ho fatta a baciarla, pensavo sempre alla mia ex… mai successo in vita mia» — Andrea, maggio 2013

Nessuna delle due è un sintomo di qualcosa che non va in voi. Il desiderio non è un termometro dell’elaborazione: è un sistema separato, con la sua tabella di marcia, e in questa fase i due orologi non si parlano. Va bene se il corpo corre. Va bene se il corpo si ferma. Il guaio è solo pretendere che segnino la stessa ora.

Ecco, niki. Ci ho messo sette anni. Spero ti sia passata prima.


Una cosa che ho scritto nel 2008 e che ritiro con piacere

Nell’introduzione avevo messo le mani avanti: «La guida, scritta da un uomo (me medesimo)… posso garantirne l’efficacia solo su esponenti del sesso maschile».

L’archivio, per quanto ho potuto stimare dai nickname, è circa metà donne. In alcuni anni la maggioranza netta. E la smentita è arrivata subito: il 5 giugno 2008, quattro settimane dopo la pubblicazione, Anna ha scritto la frase che chiudeva la questione:

«Apprezzo la tua capacità di analisi non meno che la forma con cui spieghi questa fase delirante in cui ci si trova da “abbandonati”. Ti assicuro che la cosa si applica anche alle donne.»

Garanzia estesa, Anna. Con sette anni di ritardo.


Il punto che non era in nessun decalogo

C’è una cosa che riletto tutto è più importante delle dodici precedenti: la parte utile di quel post non è il post. Sono i commenti.

Persone che si sono chiamate per nome per anni senza essersi mai viste. Che si sono salutate una per una prima di partire per le vacanze. Che si accorgevano quando una di loro spariva per due giorni e chiedevano dove fosse finita. Io avevo scritto una guida; voi avete costruito un pronto soccorso, e ci avete fatto i turni di notte gratis per sette anni.

Chiudo con il commento più breve dell’archivio, lasciato nel marzo 2013 da una lettrice che si firmava con una sola lettera, tornata a leggere un anno dopo la sua storia:

«Non ho consigli da dispensare, ma ci tenevo a farvi sapere che siete belli. Anche se la vostra sofferenza non vi dà modo di accorgervene.» — C.

Il decalogo, ormai, non è più mio.

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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