Soldi miei

7 Settembre 2026
13 minuti di lettura

(quarta puntata)

Alla terza chiacchierata succede una cosa che non mi aspettavo: Saro comincia a ripescare. Nelle prime due andava avanti, dall’infanzia al militare, un pezzo dietro l’altro. Stavolta no: si siede, mette le mani sul tavolo e attacca con «poi ce n’era un altro», e da lì tira su per tutto il pomeriggio roba che gli era rimasta indietro — cose di quando aveva sei anni che gli tornano in mente solo adesso, perché nel frattempo aveva raccontato altro e quell’altro gliele ha smosse. È esattamente quello che diceva lui la volta scorsa, quando si meravigliava da solo di ricordare tutto: la memoria non è un cassetto, è una cosa che risale mentre parli.

Questa puntata comincia quindi all’indietro, con tre cose del dopoguerra, e finisce con un uomo di ventiquattro anni che parcheggia una macchina davanti a casa.

Le bombe di Comiso

E lì c'erano… sai che cosa c'era? Le bombe. Le bombe che erano 1,50 per 80, sembravano mostri sdraiati a terra, tutto dentro l'aeroporto, capito?

Dicembre 1946. Da Comiso arrivano imprenditori agricoli a cercare braccia per la raccolta delle olive, e la famiglia parte in treno: lui, la madre, la sorella. Cinque anni e mezzo.

Li sistemano vicino all’aeroporto, e lì il bambino vede la cosa che si ricorda meglio di tutto quel dicembre.

«E lì c’erano… sai che cosa c’era? Le bombe. Ed erano 1,50 per 80, sembravano mostri sdraiati a terra, tutte dentro l’aeroporto, capito?»

Mostri sdraiati a terra, e per spiegarmi la sensazione tira fuori un paragone che non c’entra niente e funziona benissimo:

«Lo sai quando vedi una balena che si arena, e vedi tutto quell’ammasso, ciascuna doveva pesare almeno 5 quintali… Ed io non pensavo al pericolo, pensavo solo che volevo andare a vedere.»

Sua madre, però, sì:

«Mia mamma per paura che io andassi lì mi teneva le mani al grembiule, hai capito? “E non ti muovere di qua perché ti do bastonate.” Perché lei aveva paura, siccome io ero mezzo pazzo, no? Dice: “questo se va lì salta in aria.”»

Del nome dell’aeroporto Saro non si ricordava — «aveva un nome strano, sai? Comunque se lo cerchi lo trovi» — e infatti l’ho cercato: si chiamava Vincenzo Magliocco, da un generale morto in Etiopia nel 1936, costruito tra il 1937 e il 1939, base per gli attacchi italiani su Malta, bombardato a sua volta nel ’43 fino a rendere la pista inutilizzabile. Tre anni dopo quei bombardamenti, non sorprende che nell’area fossero ancora presenti residuati bellici.

E c’è un seguito che mi ha fatto lo stesso effetto della fornace di Sampieri e l’argilla di Tripoli: nel 1981 quello stesso campo viene scelto per diventare una base NATO; dal 1983 vi vengono installati centododici missili Cruise a testata nucleare, che saranno poi smantellati entro il 1991, la più grande base missilistica del sud Europa, con i cortei pacifisti da mezza Europa intorno. Un bambino tenuto per il grembiule perché non andasse vicino alle bombe della guerra appena finita aveva visto con i propri occhi un luogo che, quarant’anni dopo, sarebbe diventato uno dei simboli europei delle bombe di una guerra che non sarebbe mai cominciata.

Il carro senza ruote

l'Uomo Qualunque era un partito di destra e quindi doveva sostituire il fascismo, praticamente. Per abbellire la sede hanno portato dentro la sede il carretto siciliano, togliendogli le ruote. Noi bambini dal piano di sopra prendevamo tutte le carte e le buttavamo giù

Sempre in quegli anni, a Scicli, di fronte al municipio, c’era la sezione di un partito nuovo. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato nel febbraio del 1946 da Guglielmo Giannini — e Saro se lo ricorda: «si chiamava Giannino e veniva da Roma». Nato da un settimanale satirico, antipolitico e anticomunista, sfondò soprattutto al Sud, e proprio in Sicilia fece i risultati migliori d’Italia (strano come certi eventi continuino a ripetersi di generazione in generazione).

«l’Uomo Qualunque era un partito di destra e quindi doveva sostituire il fascismo, praticamente. Per abbellire la sede hanno portato dentro la sede il carretto siciliano, togliendogli le ruote. Noi bambini dal piano di sopra prendevamo tutte le carte e le buttavamo giù.»

Poi lo chiama «il partito della tarantola», e descrive un simbolo che non coincide con quello ufficiale del Fronte: qui la memoria sembra aver sovrapposto qualcosa, ma ottant’anni dopo l’immagine è rimasta.

Ho provato a capire che cosa potesse essere, e una possibilità mi sembra particolarmente suggestiva. Quella che Saro descrive come una tarantola — «tre piedi» che partono dal centro, con «un viso da ragazza» in mezzo — somiglia moltissimo alla Trinacria: la triscele siciliana, con tre gambe piegate al ginocchio disposte attorno a una testa femminile.

E la cosa interessante è che proprio la Trinacria era il simbolo del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, il MIS, molto attivo nell’isola in quegli stessi anni. Non significa necessariamente che Saro stia parlando di quel movimento: potrebbe semplicemente aver sovrapposto, a distanza di ottant’anni, due simboli e due ricordi politici della sua infanzia. Ma la coincidenza tra ciò che descrive e quel simbolo è abbastanza precisa da rendere l’ipotesi almeno plausibile.

Il cugino che c’era quel giorno si chiamava Meno (Carmelo) Minauda, «famoso per le botte che abbiamo preso quando raccoglievamo le mandorle».

Saro mi ha raccontato questo aneddoto non tanto per completare la questione storica della sua infanzia a Scicli, ma perchè agli occhi del suo bambino interiore, quella giornata è stata talmente memorabile da dover essere riportata. Ed io mi porto a casa un’altra di quelle immagini, ed attraverso i suoi ricordi sento affiorare anche qualcosa di mio: il fondo è quello di un bellissimo albero di noci accanto al palazzo dove abitavo, le cui radici sporgevano in una grotta buia e misteriosa. Sotto quell’albero organizzavamo le nostre riunioni tra cugini: l’EFPD, l’ONDA, tutte sigle che avevo creato per fare lezioni e dare compiti a tutti i bambini del palazzo. Anche io facevo parte di quella generazione che giocava in strada, perchè il mondo allora doveva sembrare meno pericoloso ed i nostri genitori, senza che avessimo telefoni dietro, sapevano di potersi fidare (o forse lo facevano e basta). Oggi come mai comprendo quanto sia importante per un bambino vivere in mezzo agli altri, perchè la maggior parte degli eventi della propria vita che rimangono impressi positivamente nella memoria sono quelli che viviamo insieme agli amici, senza di loro restano solo ricordi di solitudine.

Poi Saro mi racconta un’altra storia della sua infanzia, ed anche qui dipinge l’immagine chiara di come la natura, anche in città, reclamava con forza i suoi spazi.

I corvi di San Matteo

Appena ti avvicinavi al nido dei corvi dovevi stare attento: se c'erano i figli lì piccolini, no

Piazza Italia, il chiosco che c’è ancora, e la salita verso San Matteo.

«Man mano che salivi, fino alle case, incominciavano tutte le grotte. E lì lo sai che c’era? C’era chi ci abitava, chi ci metteva le pecore, e c’erano anche uomini che vendevano le capre ed i porcellini, fino a che non si arrivava sopra, a San Matteo appunto.»

Gente e animali insieme, un paese verticale scavato nella roccia — ma a lui, bambino, di questo non importava niente: «noi da bambini non pensavamo a questo, pensavamo ad andare a prendere i nidi degli uccelli». Colombe, gazze, corvi, e l’avvertimento tecnico dato con una serietà che vale il viaggio:

«Appena ti avvicinavi al nido dei corvi dovevi stare attento: se c’erano i figli lì piccolini, no? Minchia, quelli venivano in picchiata! Sulla testa venivano, capito? Una cosa spaventosa. […] La gazza è ladra, ma i corvi sono micidiali.»

Ho controllato anche questa, perché mi divertiva: è documentato che i corvi attacchino in picchiata chi si avvicina al nido, e che riconoscano e ricordino le facce di chi li ha disturbati. C’è la concreta possibilità che per un’intera stagione un corvo di Scicli riconoscesse Saro Paolino dall’alto ed iniziasse la sua offensiva ancor prima che potesse fare qualsiasi cosa.

Dopo il racconto dei corvi, Saro si ricollega a dove c’eravamo lasciati nella precedente chiaccherata e cioè al periodo dopo il militare. Mi racconta di un’esperienza che molti della sua generazione hanno fatto, perchè nel nostro paese la vita poteva essere più difficile che in altri, almeno lavorativamente.

Karlsruhe

Se ricordate, Saro rinuncia al posto a Modica per via degli orari dei pullman. Per me però, prima di prendere quella decisione, sapeva benissimo ciò che doveva (o voleva) fare: «me ne vado in Germania» disse ai suoi, e ai primi di novembre del ’63, a ventidue anni, parte. Non a caso: là c’era già sua sorella, e prima ancora suo cognato — la catena migratoria classica, per cui non emigra una persona, emigra una famiglia, uno alla volta.

Arriva a Karlsruhe e la prima cosa che gli torna in mente non è il lavoro, è il calcio:

«Negli anni ’64-65 c’era un calciatore, si chiamava Szymaniak, giocava nel Catania, ed era di lì, e poi l’ha comprato l’Inter.»

Horst Szymaniak, tedesco, aveva giocato proprio nel Karlsruher SC prima di passare al Catania (1961-63) e poi all’Inter (1963): Saro arriva in una città tedesca e la riconosce perché è la città di un calciatore che aveva seguito sul giornale in Sicilia. E qui apre una parentesi che spiega da dove veniva quella passione:

«Da quando avevo dodici anni, dal ’53 in poi, i fratelli Tumino — quelli degli autobus — andavano a studiare a Ragusa la mattina, e portavano il Calcio Illustrato, che usciva a Milano e arrivava a Ragusa, e lo portavano uno a me e uno a Guglielmo Carnemolla Fracasso.»

Almeno due di quelle copie arrivavano a Marina così: una a Saro e una a Guglielmo Carnemolla Fracasso, portate da Ragusa dai fratelli Tumino quando andavano a scuola. Con quel Carnemolla ci ha pure lavorato un anno, prima del militare, su un’Ape carica di bombole, calce e cemento — «venivano i muratori, dicevano: mi serve questo, questo e questo, segnavamo, e poi mi portavo la merce lì».

Tra i sette con cui lavorava c’era Peter, un tedesco biondo che “sembrava un dio greco” e che gli insegnava a pronunciare le parole. E poi c’era il capooperaio, un’altra persona, che con Saro aveva legato in modo particolare. Mi racconta anche di come quest’ultimo lo invitasse a casa dalla moglie, perchè mangiasse con la famiglia. Saro non riesce a spiegarsi perchè quest’uomo lo tenesse in così grande considerazione, tanto da disperarsi quando decise di lasciare quel lavoro: «non lo so perché, hai capito? A volte è l’apparenza, non lo so». È una domanda che gli torna più volte, e che si porta ancora dietro — vedremo tra poco quanto.

Lo zaccanu, e la ragazza che zoppicava

In Germania lavora, guadagna, ma i soldi non gli restavano tutti in tasca — «la città è città, capito?». Il sabato sera si usciva, e c’era un posto che chiamavano u zaccanu: in siciliano, il recinto dove si mettono gli animali. Come nome per una balera di periferia frequentata da emigranti, direi definitivo.

«Lì ci andavano tutte donne divorziate e sdentate, tutti i ragazzi andavano lì, s’abbracciavano con una donna di queste. […] Io sono entrato, dico “andiamo via”.»

Siete tutti casanova

C’era poi un altro posto, dove con tre marchi ti davano uno schnaps e una Coca-Cola — che lui non beveva, e passava agli altri — e si ballava. Ed è lì che succede la cosa che sessant’anni dopo racconta abbassando la voce:

«Una ragazza era bellissima, bellissima veramente. Ci siamo messi a ballare, io ho incominciato a parlare, e lei mi faceva: “gli italiani siete tutti Casanova?”»

Un amico gli fa notare che la ragazza zoppica, per via di un incidente. Saro, ottantacinque anni, in veranda a Marina di Ragusa, nel 2026:

«Ma io te lo giuro, Nico’, di una gentilezza… Io dico: se questa mi vorrebbe sposare, lo farei subito, senza pensarci due volte.»

Non è successo niente — lei era di passaggio con suo padre, se ne sono andati — ma lui ci mette sopra una riflessione che vale per tutta la sua vita: «a volte incontri delle persone, in un posto straniero, che tu resti incantato. E può succedere, non è che non può succedere». La cosa che colpisce di più, però, non è la ragazza: è l’amico che gliela segnala come un difetto, e lui che non capisce nemmeno la domanda. Ricordate il bambino della prima puntata che scappava dalla ragazzina di cui si vergognava? Anni dopo, in una sala da ballo tedesca, è l’unico che parla davvero con qualcuna che gli altri stanno scartando.

Quattro minuti

Dicembre 1964: torna. E per la prima volta in vita sua ha dei soldi suoi. Si mette a lavorare a cottimo col cognato e con un nipote. Nel frattempo si iscrive a scuola guida.

L’esame dei quiz si faceva a Ragusa: novanta domande. Arriva ultimo, quando gli altri ventinove sono già seduti a scrivere. Entra, si siede, gli danno il foglio.

«Nico’, quattro minuti.»

Consegna e si alza. L’ingegnere commissario non ci crede — «ma lei ha già finito? Ma sei entrato adesso» — e fuori, l’accompagnatore lo aggredisce: «ma che cazzo hai fatto, chissà che cazzo hai pasticciato». Poi esce il commissario e lo dice a tutti: quattro minuti, e nemmeno un errore. La sera, all’autoscuola di via Pozzallo, c’erano quelli alla terza, quarta, quinta presentazione — «poveri, colpa sua, erano anziani» — e in mezzo a loro il ragazzo il cui padre, tredici anni prima, aveva indicato una zappa e detto alla maestra: “quella è la penna di mio figlio.

Non aggiungo altro, tanto ve lo siete detto da soli.

Ad ogni modo, quella patente gli sarebbe servita a brevissimo……

«Soldi miei»

Soldi miei

Un amico conosciuto in Germania gli chiede un favore: si deve sposare, servono i documenti, il certificato di stato libero, le carte della parrocchia — e prima bisogna passare da sua madre, a Chiaramonte.

Saro si fa accompagnare, bussa, si presenta, spiega. E la madre gli risponde, del proprio figlio:

«Minchia, quel disgraziato, si sta pigliando una buttana…»

Non dice nulla su questo, ma mi informa che sulla strada del ritorno, non appena passano davanti alla Fiat, a Ragusa, dice al suo amico di aspettarlo un attimo ed entra nella concessionaria.

Dentro c’era Nieddu, che lavorava lì col fratello, «era bassino, tutto zoppo, però era uno che era in Fiat, capito?» (come a suggerirmi che era una persona importante, uno di quelli che contava… perchè al tempo era così che venivano considerati quelli che vendevano auto FIAT). Le 500 disponibili erano vendute, bisognava ordinarle a Catania. Poi Nieddu gli spiega che stanno arrivando quelle nuove, con le portiere che si aprono davanti invece che controvento, e qui Saro si ferma a spiegarmi perché quel dettaglio contava:

«In quelle nuove, quando le donne salivano nelle macchine gli si vedevano tutte le cosce.» (sorride)

E qui la memoria di Saro trova una conferma quasi millimetrica: la Fiat 500 F, prima versione con le portiere incernierate anteriormente (quelle che facevano vedere le cosce delle donne, quando entravano in auto), uscì proprio nel marzo del 1965. Lui era tornato dalla Germania a dicembre e aveva lavorato a cottimo in gennaio e febbraio. Siamo esattamente lì.

Dopo tre giorni la chiamata: «Signor Paolino, guardi che è arrivata la 500»

«Sono andato a prenderla ed ho pagato 527.000 lire in contanti.»

E senza che avessi bisogno di chiederglielo, mi raccontò di come aveva tutti quei soldi in contanti. In Germania, oltre allo stipendio in fabbrica, Saro recuperava qualcosa anche dal lavoro nei weekend: il suo capo lo chiamava anche il sabato e la domenica per posare l’isolante nei solai — «lui mi pagava extra per questo» — anche se, ogni tanto, si stancava e si nascondeva sotto il letto o nell’armadio per non andarci. Però, quando ha lasciato quel lavoro per uno pagato meglio, quell’uomo si è messo a piangere: «Saro, perché mi lasci? Vuoi che ti aumento la paga?». Ma Saro aveva deciso, aveva trovato un nuovo lavoro per un persiano che importava tappeti dall’India in un negozio del centro di Karlsruhe, pagava cinque marchi l’ora invece di quattro ed il lavoro era di sicuro meno “pesante” di quello che già facevo. Anche il persiano si legò molto a lui, tanto che Saro racconta che:

«Sua moglie, quando arrivavo, mi invitava sempre: “vieni, mangia con noi.” Venivo trattato sempre bene, e non capisco perchè. Anche in America è successa la stessa cosa. In qualunque posto arrivavo, non mi volevano lasciare andare. […].»

Il capomastro che piange quando se ne va, il persiano che lo paga meglio e la moglie che lo mette a tavola come uno di famiglia, gli americani anni dopo: tre episodi diversi, la stessa domanda che lui stesso si fa senza mai rispondersi.

Poi, anche se non gliel’ho chiesto, mi spiega perchè aveva pagato in contanti quando si poteva farlo a rate:

«Questa è stata una cosa che mi sono portato per tutta la vita: se non avevo soldi non compravo, se li avevo compravo in contanti. A rate non ho pagato mai niente. Mai. Da noi la campagna non sempre va bene. Ci sono un anno, due anni che fallisce, che ne vai con le spalle al muro».

Chi vive di annate non può permettersi una rata mensile, perché la rata è mensile e l’annata no. Ci mette sopra un proverbio, e me lo deve spiegare perché io non lo capisco:

«C’è un detto che dice: abbada ‘u cufinu mentri ch’è chinu[…]»

Oggi il cesto (‘u cufinu) è pieno perché il raccolto è andato bene o perché c’è stata la “pesca miracolosa”; ma domani potrebbe esserci la siccità, la peronospora o la tempesta, e il cesto si svuoterà improvvisamente.
Comprare a rate significa impegnarsi a pagare domani con soldi che non si sa se si avranno. In quest’ottica, «abbada ‘u cufinu mentri ch’è chinu» significa: proteggi e conserva il denaro che hai nel cesto oggi, non fare debiti (rate) confidando sul fatto che il cesto rimarrà pieno per sempre. Se hai i soldi oggi, compra e paga; se non li hai, non impegnarti per il futuro.

È lo stesso calcolo che aveva fatto il padre davanti alla maestra Ferrera, tredici anni prima.

Ad ogni modo, dopo avermi spiegato il proverbio (che credo oggi nesusno prenda più in considerazione come si faceva una volta, visto che siamo tutti schiavi delle finanziarie) mi racconta di avere portato e parcheggiato la macchina davanti casa sua, a Mazzarelli. A sua madre nessuno aveva detto niente.

«”E sta cosa che cos’è?” “La macchina.” “E come l’hai presa?” “Soldi miei!”»

È la stessa soglia dove, tredici anni prima, un sabato sera d’agosto, quella stessa donna gli aveva contato la busta delle mandorle e trovato cinquanta lire in meno — e gliele aveva fatte pagare col mattarello, perché in quella casa i soldi non erano di chi li guadagnava ma di chi li amministrava. Adesso c’è un uomo di ventiquattro anni, sulla stessa soglia, con una macchina blu dietro le spalle e due parole in bocca. Non è una rivincita — lui non la racconta così, e del resto per tutta la vita ha continuato a fare esattamente quello che sua madre gli aveva insegnato, non spendere quello che non hai. È qualcosa di più semplice: è il giorno in cui quel bambino smette di consegnare la busta.

(continua)

Se non lo hai ancora fatto, leggi l’episodio precedente:

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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