Ci ho provato tre volte a dirlo. Ecocolordoppler. Mi è venuto fuori “ecolor Caddoppleriana”, poi “eccolor”, poi ho lasciato perdere e ho detto “quella cosa che vede l’aorta”, che tanto ci siamo capiti. Sto guidando verso Castel San Pietro Terme e mi accorgo che non so più parlare: frasi troncate, parole che si scavalcano, il vocabolario che si assottiglia come una gomma consumata. Colpa del fatto che frequento pochi umani e che le mie conversazioni più articolate degli ultimi mesi le ho fatte con un’intelligenza artificiale, alla quale scrivo male di proposito perché comunque capisce. Ecco un’altra cosa che non avrei mai immaginato a vent’anni, quando la parola era l’unico attrezzo che avevo e me ne facevo un vanto: che sarei diventato scemo sul piano lessicale. Non malato, non povero, non solo. Scemo di lessico. Una decadenza minore, quasi elegante, come una crepa in un muro portante.
Comunque, il motivo del viaggio. Qualche settimana fa, all’ospedale nuovo, una dottoressa simpaticissima e con un’empatia pari a zero mi ha comunicato che quest’aorta si sta allargando, e in fretta. Lo ha detto come si dice che hai le scarpe slacciate. Ora, io capisco che chi fa quel lavoro deve pur consegnare le diagnosi, e non gli si può chiedere di piangere con te; però una cosa la puoi dire in tanti modi, e uno di questi modi ti fa uscire dallo studio con le gambe che funzionano. È un problema comune, tipico, banale perfino. E qui mi fermo, perché mi sono rotto di lamentarmi delle cose che so già: mi accorgo che le sto raccontando come se fossero il clima, un dato di fatto, qualcosa che non si cambia. I nostri genitori no, loro protestavano, credevano seriamente che il mondo si potesse spostare di qualche centimetro se si spingeva tutti insieme. Io invece ho fatto pace col fatto che non cambia niente, e allora che protesti a fare? Ti fai solo il sangue amaro, ti si alza la pressione, litighi con una persona che il giorno dopo se ne fotte e continua per la sua strada. Se non torna indietro nulla, l’incazzatura diventa fine a se stessa: un fuoco acceso in una stanza vuota che brucia soltanto i tuoi mobili. Meglio fare finta di niente. Bel traguardo, complimenti Art.
Quindi vado a farmi questa ulteriore indagine per capire quanto tempo mi resta prima dell’operazione a cuore aperto, quella con la macchina che ti pompa il sangue nel corpo mentre il tuo cuore sta fermo e loro ci lavorano dentro. Fantascienza. Roba che se me l’avessero raccontata da ragazzo avrei detto: bello, ci scrivo un pezzo. Il 2,2% dell’umanità ha questa faccenda, e a me pare di averla vinta come si vince un premio a cui non ti eri iscritto. Ma che deve capitare proprio a me? Solita domanda idiota, però esce da sola, come un rutto.
Facciamoci un po’ di ironia, sì, ma la verità è che è una cosa antipatica. E sapete perché è antipatica? Non per me. Per me, alla fine, quando cala il sipario è come se non ci fossi mai stato: il mondo non è mai esistito, tutto finisce, stop. Vuoto, nero, un sonno senza sogni. Non è nemmeno un dolore, è una sottrazione, e chi la subisce non c’è più per accorgersene. Il problema è chi resta. Il problema sono due bambini che dovrebbero crescere senza un padre, e questo pensiero pesa, pesa in un modo che non riesco a rendere con le parole che mi restano. Io devo allungare la mia vita il più possibile per loro, e non solo per esserci: per essere ricordato. Non voglio essere il papà che muore quando il figlio è troppo piccolo, quello che poi non ti ricordi, quello che guardi nelle vecchie fotografie cercando di ricostruire una voce, un odore, il modo in cui ti prendeva in braccio, e non ci riesci. Voglio essere un papà con cui si è vissuto abbastanza da poterlo raccontare. Corrado forse qualcosa se lo terrebbe. Ma Edoardo è piccolino. Edoardo non avrebbe niente.
Sembra una cazzata? No. Non è una cazzata, è la cosa più reale che ho in macchina con me adesso.
Poi c’è il gioco delle due porte, che è il vero motivo per cui sto guidando. Perché in fondo in fondo ci vado per tranquillizzarmi: spero che mi dicano che la dottoressa simpatica dell’ospedale l’ha misurata da una prospettiva diversa, che per questo sembrava più grande: come quando tagli un salame non perpendicolarmente e la parte che vedi ha un diametro più largo rispetto a quello che invece ha la corda in sè. Che bello sarebbe. Ma devo essere onesto e riconoscere che potrebbero dirmi l’opposto: sì, è cresciuta, bisogna fare qualcosa. E lì diventa tutto in salita, perché io ho sempre avuto questa filosofia alla Murphy — la tartina imburrata cade dalla parte del burro, l’ho già scritto anni fa e non ho cambiato idea — e allora nella mia testa il ventaglio si chiude subito da un lato solo: sì, potrebbe finire bene, mi operano, non succede niente, mi sistemano per altri trent’anni. Oppure l’operazione va male e tiro le cuoia sotto i ferri. Ti addormenti convinto che ti sveglierai, e non ti svegli più. È successo a delle persone. E poveri i loro cari, perché a loro, ai morti, credo che dispiaccia meno: non se ne accorgono.
E in tutto questo c’è l’invecchiamento, che è la cornice del quadro. Non sono decrepito, sia chiaro: ho solo messo un piede dentro. Ma il piede è dentro e lo sento. Sento la stanchezza che non si sfila più con una dormita. Sento la concentrazione che si sbriciola, le cose che inizio e non porto a termine non perché non voglio, ma perché non ce la faccio. Tutto sembra più difficile. E su questa cornice già poco allegra si appoggia il pezzo peggiore, quello che non riesco più a sistemare: non riesco più a credere in Dio. Manco per il katz ci riesco.
Il paradosso è che sarebbe stato molto meglio essere ateo a vent’anni — totalmente, pulitamente ateo — e intripparmi con Dio adesso, invece del contrario. Perché la psicologia conta, conta più di quanto ci piaccia ammettere. Se tu sei sereno perché credi, perché sai che c’è qualcuno là sopra che ti guarda e che non ti fa crepare prima del tempo perché c’è un progetto più grande, allora non ti vengono le paranoie, non ti sale l’ansia, non ti sale la pressione, e la pressione non ti dilata l’arteria. Chi ha fede se la passa meglio, è evidente. Ed è una stronzata bella e buona quella per cui non credere sarebbe la strada più facile: non è vero, è il contrario. Per chi non crede, vivere è più difficile.
E, intendiamoci, non sono uno di quelli che non crede perchè la Chiesa, le porcherie dei cattolici etc etc etc. Non mi importa nulla degli altri: ognuno comunque risponde di sé. Se un Dio esiste, questo è a prescindere dalla Chiesa, e un rapporto personale con lui te lo puoi costruire da solo, anche in macchina, sulla via Emilia. Il problema è un altro, ed è la domanda: perché dovrebbe esistere? Perché dovrebbe esistere un Dio che non ferma la mano agli assassini che muovono guerre anche in suo nome? … e non parlatemi di libero arbitrio perchè è stato sempre un argomento debole! Un tempo mi appoggiavo alle emozioni: mi dicevo che una cosa così sproporzionata come il sentire non può essere solo materia. Poi ho letto che anche le emozioni sono schemi neurali e sostanze chimiche, e quella cosa mi ha colpito e destabilizzato più di quanto avrei creduto, perché mi ha portato via l’ultimo appiglio che avevo.
Un po’ ci credo, un po’ non voglio. E mi rendo conto che dentro di me c’è una porta che non riuscirò mai a chiudere: ci tengo il piede sull’uscio perché non voglio che si chiuda del tutto, perché ho paura che si chiuda del tutto. Solo per questo. Non perché razionalmente non abbia tutte le ragioni per chiuderla.
Adesso sono arrivato al centro analisi, e sono anche in anticipo, come sempre, come quelli che hanno paura. Mi sono sparato tutto questo vocale al volante e ora lo faccio analizzare all’intelligenza artificiale, che me lo trascrive e mi toglie anche tutti gli uhm, gli ehm e le cose ripetute. Vedete che comodista sono diventato? Prima le canzoni le scrivevo a mano, di notte, con accanto la mia anima. Adesso detto in macchina e delego la sintassi a una macchina.
Poi torno e vi dico com’è andata.

