C’era sempre barricata

13 Agosto 2026
19 minuti di lettura

(prima puntata)


Saro Paolino, ottantacinque anni portati come si porta un cappello in un giorno di vento — con naturalezza e una mano sempre pronta — inizia il suo racconto chiedendomi: «Da dove cominciamo?». Ed io «direi dal principio». Lui si ferma, mi guarda, e chiede: «Posso parlare?».

«Sì, già registra».

Ecco. Bastano tre secondi di nastro per capire che stai per ricevere qualcosa. Perché quella domanda — posso parlare? — non è timidezza. È il gesto di uno che è consapevole di avere una bella storia da raccontare e che il suo interlocutore non ne deve perdere neanche un secondo.

Da mesi rimuginavo sull’idea di registrare le persone anziane di questo pezzo di costa prima che il loro racconto se ne vada con loro. Non un progetto, non un documentario, niente di serio: solo un telefono acceso e un uomo che parla. Con Saro è cominciata così, e questa è la prima di una serie di chiacchierate. Ne verranno altre. Lui ha ancora ottant’anni di roba da tirare fuori, e io — che di solito riempio questo blog di farneticazioni mie — per una volta ho deciso di stare zitto e ascoltare.

Un aereo, la Pasqua, e un certificato di nascita sbagliato

il giorno di Pasqua, che era il 13, è caduto un aereo in via Pozzallo, dove adesso c'è la bottega di alimentari

«Io sono nato il 15 aprile 1941», attacca. «E dovevo nascere a Marina di Ragusa. Purtroppo il giorno di Pasqua, che era il 13, è caduto un aereo in via Pozzallo, dove adesso c’è la bottega di alimentari». E poi: «Tutte le donne incinte l’hanno trasportate a Santa Croce, però lì, siccome c’erano contrasti tra vari comandanti e cose, ci hanno trasferiti a Ragusa, all’ospedale civile. Quindi lì sono nato».

Qui mi tocca fermarlo un attimo, non lui — me stesso — perché è facile ascoltare “1941” come si ascolta una data qualsiasi.

L’aprile del 1941 in Sicilia non è un mese qualunque: l’Italia è in guerra da dieci mesi e questa striscia di costa è, letteralmente, la prima linea. Da qui si parte per Malta, che sta a un centinaio di chilometri di mare: gli aeroporti dell’entroterra ibleo e del ragusano lavorano a ciclo continuo, e da gennaio di quell’anno anche i reparti tedeschi si sono installati sull’isola per martellare la base inglese. Detto in soldoni: sopra la testa di quelle donne incinte passavano aerei tutti i giorni, e ogni tanto qualcuno non ce la faceva a tornare. La borgata di mare che oggi si riempie di ombrelloni era un paese di pescatori dentro uno scacchiere militare.

E poi c’è la seconda cosa, quella che a Saro brucia ancora adesso, ottantacinque anni dopo: sul suo certificato c’è scritto Ragusa.

Chi non è di qui non può capire perché sia un problema. Chi è di qui lo sa benissimo. Questo posto non si è mai chiamato Marina di Ragusa: si chiamava Mazzarelli, dall’arabo Marsa A’Rilah, piccolo approdo. Era un borgo con la sua tonnara, il suo caricatoio, la sua torre, la sua gente. Poi, nel giro di pochi mesi tra il 1927 e il 1928, la richiesta parte da Ragusa e il 15 marzo del 1928 un regio decreto lo trasforma in “Marina di Ragusa”: un’appendice, una villeggiatura, il mare del capoluogo. Nessuno chiese niente a nessuno. E infatti per decenni la gente ha continuato a dire Mazzareddi, e per molti — Saro compreso — dire “sono nato a Ragusa” resta una specie di refuso storico da correggere ogni volta.

Su questo punto Saro, in un’altra occasione, mi ha fatto un discorso che vale la pena riportare, perché è la chiave di tutto il risentimento.

Ragusa, dice lui, ha potuto decidere della sorte di Mazzarelli per un motivo solo: perché nel frattempo era diventata provincia. E lo era diventata grazie a un uomo, Filippo Pennavaria, che a Ragusa comandava e che a Roma sedeva accanto a Mussolini. Saro lo dice senza giri di parole e senza simpatia: uno che il capoluogo se lo è preso perché aveva l’orecchio del Duce.

uno che il capoluogo se lo è preso perché aveva l'orecchio del Duce

I fatti, andando a controllare, gli danno sostanzialmente ragione. Pennavaria era il capo indiscusso del fascismo ragusano — gli storici lo chiamano proprio “fascismo pennavariano” — deputato e sottosegretario nel governo Mussolini, prima alle poste e telegrafi e poi alle ferrovie. Il 6 dicembre del 1926 il Consiglio dei Ministri eleva Ragusa a capoluogo, e il regio decreto del 2 gennaio 1927 crea la provincia. Il territorio della nuova provincia è, quasi per intero, quello del Circondario di Modica: cioè le città che per mezzo millennio erano state la Contea di Modica.

Ed è qui che a Saro si scalda la voce. Perché Modica era il centro storico, amministrativo e giuridico di questa terra: la capitale della Contea, la città con il peso, la storia e i numeri. Ragusa, in quello schema, era una figlia che diventa madre nel giro di una firma. Non per merito — dice Saro — ma per clientela: il premio a un gerarca per i servizi resi.

Io non ho titoli per dare pagelle a un uomo morto da mezzo secolo, e mi limito a registrare che la sua figura, a Ragusa, è ancora oggi materia di polemiche accese ogni volta che qualcuno propone di dedicargli qualcosa. Ma trovo notevole che un signore nato nel ’41, che quelle vicende non le ha vissute, se le porti dietro con la stessa nitidezza di un torto personale. Perché in fondo lo è: quel decreto ha deciso come si chiama il posto dove è nato.

E poi arriva la frase che chiude il discorso meglio di qualsiasi ricostruzione storica, detta con quel misto di ironia e orgoglio che qui conosciamo tutti:

«I ragusani erano quelli che scendevano a Mazzarelli coi carretti».

I ragusani erano quelli che scendevano a Mazzarelli coi carretti

Cioè: voi il mare non ce l’avete mai avuto. Voi ci venivate. In villeggiatura, quindici giorni ad agosto, coi materassi e le pentole caricate sopra. Il paese era nostro, il nome era nostro. Ce l’avete cambiato dall’alto e poi siete tornati a fare il bagno.

Otto giorni dopo la nascita arriva il vescovo di Noto e battezza in blocco tutti i nati di quei giorni. «Perché allora la contea apparteneva a Noto», spiega lui: «la contea era Modica, però il vescovato era a Noto». Ha ragione, e la cosa curiosa è che è vero anche ecclesiasticamente fino a ben dopo la guerra: la diocesi di Ragusa non esisteva, sarebbe stata eretta soltanto nel 1950. Un bambino nato a Mazzarelli, registrato a Ragusa, battezzato da un vescovo di Noto, in una terra che per secoli era stata Contea di Modica. Quattro appartenenze diverse prima ancora di imparare a camminare.

Saro cresce fino a cinque anni in via Dandolo

Saro cresce fino a cinque anni in via Dandolo. Poi la famiglia si sposta a Scicli. E lì comincia la parte del racconto in cui la voce gli cambia.

Dicembre ’47: la testa di Garibaldi, il commissario e la fascia

«Io da bambino ero uno che andava nella sezione del PCI, perché mi piaceva che c'era la testa di Garibaldi come simbolo del PCI, capito?»

«Ho fatto la prima elementare a Scicli e lì ho visto delle cose che mi sono rimaste impresse per tutta la mia vita. Dal dicembre ’47. Una cosa mai vista».

Prima però mi spiega come ci era finito, in mezzo a quella storia, da bambino di sei anni:

«Io da bambino ero uno che andava nella sezione del PCI, perché mi piaceva che c’era la testa di Garibaldi come simbolo del PCI, capito?»

Ecco: se dovessi scegliere una sola frase da salvare di tutta l’intervista, sceglierei questa. Non l’ideologia, non la lotta di classe, non il materialismo storico. La testa di Garibaldi. Un bambino entra nella sezione del Partito Comunista (anche se in realtà il logo era quello del Fronte Democratico Popolare, una federazione di sinistra fondata da Togliatti del PCI e Nenni del PSI), perché sul simbolo c’è una faccia con la barba che gli piace, e da lì si ritrova con gli occhi spalancati dentro uno dei momenti più duri del dopoguerra siciliano.

Facciamo un passo indietro, che serve a me per approfondire meglio il tutto, e serve anche a chi legge.

Il nodo di tutto è una parola che oggi non dice più niente a nessuno: l’imponibile di manodopera. Saro me la spiega con una precisione che vorrei sentire più spesso in televisione: lo Stato, tramite l’ufficio di collocamento, obbligava i grandi proprietari terrieri ad assumere un certo numero di braccianti disoccupati. «Sostanzialmente mandava degli operai dai latifondisti, quelli che avevano molta terra, per fare migliorie ai terreni: togliere pietre, fare muri a secco, tutto quello che c’era da fare».

Non era assistenzialismo: era il tentativo, nell’Italia appena uscita dalla guerra, di spezzare il ricatto della fame. Chi possedeva la terra non poteva più scegliere ogni mattina chi far mangiare e chi no.

«Però a un certo momento si sono ribellati i ricchi di Scicli», dice Saro, «perché c’erano baroni, cavalieri, commendatori, c’era di tutto. E c’era la plebe che moriva di fame, come al solito. Questa è una cosa naturale».

Quel “come al solito”, e soprattutto quel “questa è una cosa naturale” detto senza rabbia, con la calma di chi ha smesso da un pezzo di stupirsi, mi è rimasto addosso per giorni.

Qui però bisogna stare attenti a non prendere fischi per fiaschi, perché la frase di Saro trae in inganno: quando dice che «si sono ribellati i ricchi», non intende che a scioperare fossero loro. La cosa funziona in due tempi.

Prima si ribellano i proprietari, e si ribellano alla legge: si rifiutano di applicare l’imponibile, cioè di assumere i braccianti che l’ufficio di collocamento gli manda. Non è uno sciopero, è un no.

Poi, davanti a quel no, scendono in piazza i braccianti. Lo sciopero è loro — della plebe, per usare la parola di Saro — organizzato dalla Camera del Lavoro e dalla CGIL, con il PCI alle spalle. Sono loro i caporioni che verranno ricercati, sono loro che chiudono la strada di San Matteo, sono loro che si prendono le manganellate e, due anni dopo, il processo.

I fatti gli danno ragione, e non solo a memoria: gli scontri di Scicli del dicembre 1947 finirono in una sentenza del Tribunale di Modica dell’agosto 1948, dove si legge di sedi di partito devastate, di barricate, di blocchi stradali e di una serrata generale delle attività imposta dalla protesta — la parola “serrata” di solito è un’arma dei padroni, qui invece è la piazza che blocca il paese. A guidare i braccianti c’era la Camera del Lavoro di Giuseppe “Peppino” Speranza, sciclitano, che per quei fatti fu poi processato e condannato.

Saro il nome se lo ricorda perfettamente. E ricorda il momento esatto in cui tutto è saltato:

«C'è stato un momento tragico, che quando la situazione è andata ad aggravarsi il commissario si è tolto la fascia, e allora sono cominciate le mazzate».

«C’è stato un momento tragico, che quando la situazione è andata ad aggravarsi il commissario si è tolto la fascia, e allora sono cominciate le mazzate».

Vale la pena spiegarlo, perché è un dettaglio bellissimo e terribile insieme: la fascia tricolore addosso al funzionario significava che lì c’era ancora l’autorità civile, la mediazione, lo Stato che parla. Toglierla era il segnale che si passava alla forza pubblica. Un gesto piccolo, quasi burocratico. Dopo quel gesto, botte.

«C’è stato un fuggi fuggi generale», continua. Speranza sparisce per non finire in carcere. E intanto gira la voce — «c’è un fonogramma, cosa… non so che cosa c’era perché da bambino non capivo niente» — che da Catania sta arrivando la Celere.

Eh, la polizia. La polizia della Celere

Gli chiedo cos’era la Celere. Lui liquida la faccenda con l’evidenza di chi la vide arrivare: «Eh, la polizia. La polizia della Celere». Erano i reparti mobili che negli anni di Scelba diventarono lo strumento standard per sciogliere cortei e scioperi: camionette, manganelli, arrivavano in fretta e picchiavano in fretta.

E qui arriva l’immagine che mi porterò dietro per un pezzo.

C’era una sola strada per entrare a Scicli venendo da Modica e da Ragusa, quella che passa sopra San Matteo. Gli scioperanti la chiusero:

«Lì tutti gli scioperanti e quelli che avevano le responsabilità di fare queste lotte hanno fatto le barricate con grossi massi, in modo che le macchine non potevano attraversare. In più hanno schierato le donne incinte con i bambini e i forconi nelle mani».

«Lì tutti gli scioperanti e quelli che avevano le responsabilità di fare queste lotte hanno fatto le barricate con grossi massi, in modo che le macchine non potevano attraversare. In più hanno schierato le donne incinte con i bambini e i forconi nelle mani».

Le donne incinte. Davanti. Con i bambini e i forconi.

Non commento. Lo lascio lì, com’è arrivato a me dal registratore. Aggiungo solo quello che dice subito dopo: «Ho visto queste cose, mi sono rimaste impresse. E c’è stato per un 20 giorni un caos tremendo. La gente non sapeva dove fuggire perché venivano ricercati tutti i caporioni». Caporioni: i dirigenti della CGIL, quelli che avevano organizzato lo sciopero.

Il pane con le tessere

C'era il pane con le tessere. Andavi con la tessera, ti davano la farina o ti davano il pane, hai capito?

Finito lo sciopero, siamo tornati a lavorare dai latifondisti a turno, «perché ogni 10 giorni cambiavano». E si torna soprattutto alla fame amministrata:

«C’era il pane con le tessere. Andavi con la tessera, ti davano la farina o ti davano il pane, hai capito?»

Gli chiedo che tessera fosse. «Statale, statale». È la tessera annonaria, il razionamento nato con la guerra e sopravvissuto per anni alla fine della guerra. Ti davano quello che c’era scritto: eravate quattro, cinque, sei in famiglia, e «ti davano il necessario per tre al giorno».

Poi aggiunge una cosa che vale più di un intero saggio di storia economica:

«Non è che ti davano qualcosa con cui tu potessi stare quieto. No, no. C’era sempre barricata, sempre sempre, non si poteva stare tranquilli, perché c’era la fame, hai capito?»

C’era sempre barricata. Lui lo usa in senso figurato — si doveva sempre soffrire, si stava sempre sul filo — ma dopo la storia di San Matteo quella parola gli esce dalla bocca con due significati appiccicati insieme, e nessuno dei due è allegro.

E poi mi spiega come si mangiava quel pane, che è il dettaglio che ti fa capire tutto senza bisogno di aggettivi.

Il pane si doveva mangiare tutto. Non era un principio morale, era aritmetica: quello era e quello doveva bastare. Ma soprattutto lo si mangiava in un ordine preciso — prima la mollica, poi la crosta. Perché la mollica è umida, ed è la prima parte che ammuffisce; la crosta è secca, tiene di più, e nel frattempo fa da guscio a quello che resta dentro.

Ci ho messo un attimo a capire quanto sia rovesciato rispetto a noi. Noi che i piatti li riempiamo e che permettiamo ai nostri figli di dire “basta, non ne voglio più” per poi buttare tutto nell’immondizia: carne, verdura, pane diventato duro. Loro invece che calcolavano la parte che scadeva per mangiarla all’inizio, in modo da non sprecare neanche una briciola di quel pane.

L’ingegnere che superava le montagne guardando il mare

E poi, di colpo, il racconto cambia colore. Perché nella stessa Sicilia della fame c’era anche gente che costruiva.

In contrada Mussillo, sulla strada tra Santa Croce e Scicli, c’era una sorgente enorme: «una sorgente di 500 litri di acqua al secondo». Per portare quell’acqua nelle campagne fu scavata una rete di gallerie, i trafori, e gli uomini ci entravano dentro a spalare detriti perché l’acqua potesse scorrere. Non tutti reggevano: «Non era discriminazione, ma c’era gente che non riusciva a stare nei trafori più di due ore, tre ore, gli veniva paura».

Claustrofobia, dico io. Ma ai tempi di Saro non c’era la parola: c’era solo un uomo che usciva dal buco e che poi non ci rientrava più perchè il malessere che aveva provato superava il bisogno di mangiare.

L’uomo che aveva pensato a tutto questo si chiamava Emmolo. È l’ingegnere Ignazio Emmolo, e non è un nome che Saro si è inventato: fu lui a concepire e realizzare le grandi opere irrigue di questo territorio, prima con il Consorzio irriguo dell’Agro di Donnalucata e poi con il Consorzio di Bonifica delle paludi di Scicli. Sono le opere che hanno trasformato una fascia costiera di paludi e pietre nella campagna che conosciamo — quella che poi, con le serre, avrebbe cambiato per sempre l’economia di questa provincia.

A microfono spento, quando ormai stavamo solo chiacchierando, Saro è tornato su Emmolo. Ma non per parlare di ingegneria ma bensì di che tipo di uomo fosse. Perché quello che gli interessa dell’ingegnere non sono solo i trafori e le pendenze, ma il fatto che si trattava di uno che sapeva delle cose e che le aveva messe al servizio degli altri.

E lì ha fatto una cosa che gli anziani fanno sempre e che i libri non fanno mai: ha cambiato secolo senza avvertire. Ci sono persone così, dice: gente che si spende per gli altri. Come quello della bisaccia d’oro, quello dell’ospedale.

Io sul momento non ho capito. Poi me l’ha raccontata, e vale la pena riportarla.

Un umile carrettiere sciclitano, tornando da un viaggio, trova sul suo carretto un sacco pieno di monete d’oro. Dimenticato, nascosto, chi lo sa. Lui non sa di chi sia. Poteva tenerselo — chi l’avrebbe saputo? E invece lo dà tutto alla città. Da quell’oro nasce l’ospedale Busacca di Scicli, e il nome, dicono, viene proprio da lì: dal sacco, dalla bisaccia piena di monete.

La versione dei documenti è meno romanzesca, ma non meno bella. Pietro di Lorenzo, detto Busacca, era un ricco mercante sciclitano che nel luglio del 1557, in punto di morte a Palermo, fece testamento e lasciò tutto il suo patrimonio alla città natale: doti per le ragazze povere, denaro per riscattare gli sciclitani finiti schiavi dei pirati saraceni. Da lì nacque l’Opera Pia Busacca, che per secoli distribuì doti e riscatti, e che a fine Ottocento si ritrovò un avanzo tale da poterci costruire un ospedale. Nasce nel 1908, tre secoli e mezzo dopo la morte del suo benefattore, ed è per l’epoca una cosa da restare a bocca aperta: una vera e propria città ospedaliera, a padiglioni separati per malattia, sulle falde della collina di Licozia.

Gli storici storcerebbero il naso davanti alla storia del carretto, e hanno ragione loro. Ma a me interessa un’altra cosa: che qui, quando la gente vuole spiegarsi da dove viene una cosa buona — un ospedale, l’acqua nelle campagne — non immagina un ricco che firma un testamento davanti al notaio. Immagina un poveraccio con un carretto che poteva rubare e non l’ha fatto.

Ed è esattamente lo stesso metro con cui Saro guarda l’ingegnere Emmolo. Il carrettiere e l’ingegnere: nella sua testa fanno lo stesso mestiere.

L’acqua di Mussillo, negli anni, arriva fin qua: «da Mussillo a Mazzarelli», dice lui — e non è un caso che, parlando di casa sua, il nome vero gli venga fuori da solo. Prima erano canali di terra battuta con l’acqua che correva sempre; poi vennero le condotte in cemento. E Saro sa ancora indicare col dito dove finiva: proprio dove oggi c’è il supermercato ARD, lì c’era il primo scarico.

Gli chiedo com’è possibile che l’acqua arrivasse fin quaggiù così, libera, per gravità. Mi risponde con la frase dell’ingegnere:

«Non vi preoccupate — dice — siamo bassi, ma andiamo a superare montagne».

E poi mi spiega il trucco: usavano il mare come livella. Il mare è la quota zero, è perfettamente orizzontale ed è visibile praticamente da tutta la costa iblea. Si piantava un paletto, si traguardava a occhio la linea dell’orizzonte marino, e da lì si calcolava la pendenza. Nessun laser, nessun GPS. Un uomo, un bastone e il Mediterraneo usato come strumento di precisione.

Ci pensavo dopo, tornando a casa: noi che ce lo guardiamo come cartolina, e loro che se ne servivano per far camminare l’acqua in salita.

«Una veliera»

L’ultima parte, prima che la registrazione si interrompa, è quella dei bambini.

«Da 8 anni», dice, quando gli chiedo da che età si lavorava. Otto. «Si andava dopo scuola, il pomeriggio si doveva andare in campagna ad aiutare il papà, la mamma, quello che c’era da fare». Fagioli, carciofi, sesamo, pomodoro San Marzano. «Era una fatica tremenda: una veliera».

Gli chiedo cosa intende. Intende una fatica immensa che non finisce mai, una cosa che ti si allarga davanti come una vela e non arrivi mai in fondo. Il sesamo, in particolare — quello della ghigghiulena, quello che oggi finisce sopra i panini — si raccoglieva a mano, chicco per chicco, e ci volevano schiene di bambini.

Poi mi parla delle arachidi, e qui tocca a me fare la figura del cretino. Perché io quel guscio secco l’ho aperto mille volte senza chiedermi da dove venisse, e davo per scontato che crescesse su una pianta, appeso da qualche parte, come tutto il resto. E invece no: le arachidi stanno sotto terra. La pianta fiorisce sopra, poi il fiore fecondato si piega verso il basso, entra nel terreno e lì, al buio, matura il suo frutto. Si dissotterrano, come le patate. Saro me lo dice con la faccia di uno che sta dicendo che l’acqua è bagnata.

E poi arriva una cosa che non mi aspettavo per niente.

Mi racconta che ogni tanto, da ragazzino, vedeva mio padre giocare vicino alla chiesa.

Vedeva. Non giocava con lui. Perché lui, e quelli come lui, il tempo per legare con i figli dei ragusani non ce l’avevano: c’era la campagna, e la campagna non aspetta. Mi raccontava anche di non essere mai riuscito a vedere il gioco del palo a mare perchè la mattina della festa si lavorava. Ma non era solo questione di tempo, e questa è la parte che mi ha messo in silenzio: si vergognava.

Me lo spiega con un episodio preciso. Una ragazzina che lo conosceva, un giorno, lo chiama — ed era in compagnia delle amiche. Lui stava tornando dal lavoro. E invece di avvicinarsi è scappato. Non voleva che lo vedessero da vicino: per i vestiti che aveva addosso, e per l’odore che si portava dietro.

Ecco, di tutte le cose che mi ha raccontato quel pomeriggio — le barricate, i forconi, il pane con le tessere — questa è quella che dice meglio cos’era la povertà da queste parti. Non era soltanto non avere. Era doversi nascondere. Un bambino di otto o dieci anni che sente il proprio odore e calcola la distanza di sicurezza dagli altri bambini.

E proprio mentre lo dice, qualcuno suona al campanello. Saro si interrompe, guarda in basso e dice «c’è mio figlio! Scusami» — mi dice di restare comodo, si alza e poco dopo arriva insieme a Tonino che si siede con noi.

Lì ho spento il microfono.

Il ritratto di Nastassja

Quello che è successo dopo non è registrato da nessuna parte, e lo fisso qui sul mio blog proprio per non dimenticarlo.

Abbiamo chiacchierato del più e del meno, come si fa. E a un certo punto Saro ha cominciato a parlarmi di Tonino, che era seduto lì davanti a me con i suoi cinquantasette anni. Ne parlava come parlano i padri quando sono orgogliosi e non lo vogliono dire troppo: girandoci intorno, e poi arrivandoci dritto.

Perché suo figlio, mi dice, aveva un talento. Non un hobby: un talento. E per dimostrarmelo mi ha fatto vedere un ritratto di Nastassja Kinski che Tonino aveva disegnato a diciassette anni.

L’ho guardato. Aveva ragione lui.

E qui la voce di Saro è cambiata per la seconda volta in un pomeriggio. Perché quel talento, dice, si è perso: Tonino ha fatto un lavoro, un lavoro che alla fine gli ha portato soprattutto sofferenza. E a Saro questa cosa non dà pace. Non c’è rimprovero, in quello che dice — c’è quella specie di dolore rassegnato di chi ha visto una cosa bella non arrivare da nessuna parte e non riesce a farsene una ragione nemmeno quarant’anni dopo.

Ho pensato che fosse una cosa privata e ho lasciato correre. Poi, riascoltando il resto, ho capito che invece c’entra con tutto il pomeriggio. Perché è lo stesso metro di prima: uno che aveva qualcosa e non ha potuto metterlo a terra. L’ingegnere l’aveva fatto. Il carrettiere l’aveva fatto. Suo figlio no — e non per colpa sua.

I fuselli e i due specchi

Poi si è parlato di sua moglie. E Saro lo ha fatto davanti a suo figlio che solo a tratti riusciva a nascondere quel dolore ancora pulsante.

Siamo finiti a parlare di quanto fosse brava a fare i tomboli. E anche lì è arrivata la prova: mi hanno fatto vedere un merletto con una donna di profilo. Bellissimo, davvero — non un centrino, un ritratto fatto di filo.

Saro mi ha spiegato come funziona, con la pazienza di chi l’ha visto fare per una vita, anche se per capirlo bene c’è voluto anche Tonino: c’è un cuscino, c’è un cartone con il disegno bucherellato, ci sono gli spilli piantati sui punti del disegno, e poi ci sono i fuselli, decine di rocchetti di legno con il filo, che le mani incrociano e girano uno sull’altro. Il disegno non si disegna: viene fuori da solo, dai fili che si intrecciano intorno agli spilli. Uno sbaglio a metà e disfi tutto.

Ho pensato una cosa mentre lo diceva, e la scrivo perché mi sembra il senso di tutto questo pomeriggio: anche quello è un lavoro che si fa a mano, chicco per chicco, come il sesamo.

E poi è arrivato il dettaglio che mi ha emozionato, perchè sono quelle storie che ti proiettano le scene davanti agli occhi, come in un film.

Sua moglie i capelli se li tagliava da sola. Come faceva a vedersi dietro? Apriva le porte dei due armadi, si metteva in mezzo ai due specchi, e da lì si guardava la nuca.

Ecco: uno usa il mare come livella e una usa due ante d’armadio per vedersi dietro la testa. È la stessa testa che ragiona. Non avevano gli strumenti, avevano il problema — e si arrangiavano con quello che c’era in casa. Noi, al contrario, ci sentiamo persi se il tecnico ha l’agenda piena.

La rete in mezzo alla piazza

E alla fine, quando ormai eravamo alla fine del discorso, con Tonino seduto ancora con noi, è arrivata l’ultima storia. Quella che gli ha cambiato la voce un’ultima volta, e che secondo me è il motivo per cui questo pomeriggio andava scritto.

Riguarda com’era Mazzarelli, e com’è diventata.

Ai delfini, ogni tanto, capitava di rompere le reti. Succedeva. Vedevano quei tonni succulenti già in trappola e strappavano le maglie per ottenere il loro facile pasto. E allora i pescatori tiravano fuori la rete, la portavano a terra e la stendevano per tutta la lunghezza di piazza Duca. Tutta la piazza, occupata da una rete aperta.

E qui viene il punto. Non è che la ricucivano i quattro proprietari della barca. La ricuciva il paese. Chi passava si sedeva e dava una mano. Le donne, i vecchi, i ragazzini. Ore, magari giorni, seduti in mezzo alla piazza a rifare le maglie di una rete che non era la loro.

Ecco: prova a immaginartela oggi, quella piazza, in una sera di agosto. Poi rimettici sopra la rete e la gente seduta per terra a cucire.

Saro me la mette esattamente così, il prima contro il dopo, e sul dopo non fa sconti: dice dei ragazzini di quattordici anni che vanno in giro con i coltellini in tasca, e di una comunità che gli sembra ridotta a due sole occupazioni — ubriacarsi e odiare il prossimo.

Io non so quanto sia vero in senso statistico, e non è nemmeno il punto. Ogni generazione ha sepolto la successiva, e ogni vecchio del mondo ha detto che una volta era meglio. Ma quando uno di ottant’anni ti dice che una volta era meglio e ti spiega esattamente perché, con una rete stesa in mezzo alla piazza come prova, la cosa cambia peso. Non sta dicendo che i giovani sono peggiori. Sta dicendo che è sparito il motivo per cui ci si sedeva per terra insieme.

Il paese vive di turismo, e per fortuna: è la stessa economia che ha tolto la fame di cui parlava prima. Ma la rete non c’è più. E soprattutto non c’è più la piazza intesa come il posto dove si aggiusta una cosa rotta di qualcun altro. In effetti non c’è più neanche Mazzarelli visto che quelli di città hanno voluto che si chiamasse Marina di Ragusa.

Poi ci siamo salutati. E io me ne sono andato con quell’immagine addosso: piazza Duca coperta da una rete, e mezzo paese seduto per terra a cucire.


Ho riascoltato il file della mia chiaccherata con Saro tre volte prima di scrivere questo pezzo, e ogni volta mi sono ritrovato a pensare la stessa cosa: che la Storia con la S maiuscola, quella dei manuali, l’abbiamo studiata tutti — l’imponibile di manodopera, il dopoguerra, la riforma agraria, la Celere. Ma nessun manuale ti dice che un bambino di sei anni entrava in sezione perché gli piaceva la faccia di Garibaldi, che un commissario si toglieva la fascia e dopo quel gesto cominciavano le botte, che le donne incinte stavano in prima fila con i forconi, e che un ingegnere superava le montagne guardando il mare.

Queste cose non stanno nei libri. Stanno dentro le persone. E le persone, prima o poi, se ne vanno.

Perciò sì: continueremo. Saro ha ancora da raccontarmi gli anni Cinquanta, il lavoro, il mare, e — credo — parecchie cose che non gli ho ancora chiesto.

Grazie Saro. Alla prossima chiacchierata.

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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