È più forte di me: ci casco anch’io.
So che è inutile, soprattutto col senno di poi. Ma lo faccio comunque, e nello stesso modo in cui lo vedo fare a tanti altri — anche a quelli che non hanno mai avuto un sogno in cui credere.
Avrei potuto fare più soldi.
Eh già. Perché a vent’anni volevo solo capire l’amore, a trenta cambiare il mondo con la mia musica, a quaranta trovare dio sulla via di Santiago. E se ci torno sopra, uno per uno, i soldi non c’entrano niente:
- l’amore: i soldi lo complicano, non lo spiegano;
- la musica: per essere felice ti basta l’ebbrezza di una composizione nuova e la consapevolezza bohémien di poter girare il mondo con la chitarra in mano;
- la via di Santiago: puoi continuare a camminarla fino all’ultimo dei tuoi giorni, in pace con te stesso e col mondo, incontrando gente che non ti lascerà mai col culo per terra.
Su quel fronte non ho nulla da recriminare. Lì ho scelto bene.
Avrei potuto fare più soldi.
Ma detta la seconda volta la frase pesa diverso, perché non parla più di me. Parla di una casa più grande per i miei figli. Di non dover segnare sul calendario il mese in cui si potrà comprare il frigo nuovo, o la cucina. Di non dover contare i giorni concessi nella casa al mare dei miei. Di potermi permettere un medico che non ti guardi come lo sfigato di turno della mutua.
Non è avidità: è il pavimento sotto i piedi di chi ami. E quel pavimento, se non lo costruisci quando hai vent’anni di forze, a cinquanta non lo costruisci più.
Tutto questo non me lo sono chiesto per una vita. Non fino ai cinquanta. Perché è dopo quell’età che questa società sporca, con le sue sporche regole, ti presenta il conto che hai sempre fatto finta di non vedere. E il conto non è una cifra: è la scoperta che anche la dignità ha un listino prezzi, e che se non puoi pagarlo passi in fondo alla fila.
Fino a quasi cinquant’anni ho fatto quello che credevo di dover fare. Ho provato a vivere di musica. Ho cercato di osservare quante più vite possibili, per allargare i miei orizzonti. L’unica cosa che non ho fatto è stata pensare a questo momento: al momento in cui avere una somma consistente ogni mese diventa più importante di quanto non avrei mai immaginato.
E mi vergogno un po’ a scriverlo. Soprattutto qui, su questo blog, dove questi argomenti ci stanno come l’ananas sulla pizza. Ma fanculo: prima del blog scrivevo ogni cosa sulle agende del Banco di Sicilia, e non mi vergognavo — anche perché quelle pagine le leggevo solo io. E a volte mia madre.
Quindi amen, pazienza. Chi mi conosce sbufferà: ma come, alla fine anche lui si riduce a questo? Eh già. Anche io. Peccato che katz, è un po’ tardi per cambiare le cose. Quindi devo farmi bastare questo sfogo.
E non aggiungo altro… perchè l’argomento si esaurisce velocemente, tanto è banale.
Il prossimo post farò finta di non aver mai scritto nulla del genere, lo spettacolo deve andare avanti, e non è mai una scelta :)

