(terza puntata)
Nella puntata scorsa avevo lasciato Saro ragazzino, in prima fila a teatro con cinquanta lire che non erano sue. Qui il pomeriggio riprende dove l’avevamo interrotto — la granita alla menta, il registratore che ricomincia a girare — ma non riparte con un ricordo. Riparte con un conto da presentare, e siccome è il pezzo più duro di tutto il pomeriggio tanto vale metterlo qui per intero, senza addolcirlo.
Il piatto lo abbiamo apparecchiato noi
«Quando senti questo tipo di racconti, scopri che c’era un altro mondo, e ti appassioni, capito? […] A noi piace sentire queste cose, ma c’è gente a cui non interessa e dice: “Voi eravate bambini e non capivate niente, non sapevate cosa fare”. Ma noi, la generazione del dopoguerra, abbiamo portato questo paese allo stato in cui si trova oggi, con i nostri sacrifici e il nostro lavoro. E adesso ci mangiate, eh, e sputate nel piatto dove mangiate. Questo è il discorso, capito? Io non lo capisco.»
E attenzione alla persona che usa: non dice ci mangiano, dice ci mangiate. Sono seduto davanti a lui, ho cinquantatré anni e sto registrando: quel «voi» comprende me. Non era un discorso generale, era un conto presentato a chi ce l’aveva davanti.
Voi eravate bambini e non capivate niente. Questa frase qui non se l’è inventata: se l’è sentita dire. E il fatto che se la porti dietro abbastanza da tirarla fuori a registratore acceso dice parecchio su quanto spesso questi racconti finiscano dentro un orecchio distratto.
Sulla prima parte non c’è niente da discutere: è vero, punto. Questo paese lo hanno tirato su loro, con la zappa e i pantaloni corti in ginocchio in chiesa, e la comodità in cui vivo io è materialmente fatta della fatica di gente come lui — l’acqua che mi esce dal rubinetto viene da una sorgente che hanno canalizzato loro, la casa dove abito sta in un paese che è cresciuto sui pomodori che hanno raccolto loro. Su questo non c’è nemmeno da aprire il dibattito.
Sulla seconda parte sono più incerto, e non per buonismo. È che la stessa identica frase, con altre parole, gliel’avranno detta a lui i suoi vecchi quando aveva vent’anni e se ne andava in Germania invece di restare a zappare. Ogni generazione ha guardato quella dopo pensando che stesse buttando via qualcosa, e ogni tanto aveva ragione. Il punto vero, secondo me, non è che i giovani sputino nel piatto: è che nessuno gli ha mai raccontato chi ha apparecchiato la tavola. E questo è esattamente il buco che sto cercando di tappare io con un telefono appoggiato su un tavolo.
Sotto la luna, e il pezzo di strada che non facciamo più

A quattordici anni Saro diventa «un giovincello» e il divertimento cambia: si va al cinema a Santa Croce, a piedi, in bicicletta o in autobus. Ma d’estate, al ritorno, si torna sempre a piedi.
«Eravamo un gruppo di 8 o 10 ragazzi, camminavamo di notte sotto la luna piena, ci divertivamo un mondo. Scherzavamo e ci raccontavamo le storie che avevamo sentito dai nostri genitori.»
Fermiamoci un attimo su questa frase, perché è breve e passa via veloce, ma dentro c’è più roba di quanto sembri.
Intanto la geografia: da Marina a Santa Croce ci sono una decina di chilometri, che a piedi vogliono dire più o meno due ore all’andata e due al ritorno. Quattro ore di cammino per vedere un film. E il ritorno lo facevano di notte, su una strada che allora non aveva illuminazione, senza torce, senza niente: c’era la luna e basta, ed è per quello che nella frase la luna piena compare come un dato pratico e non come un dettaglio poetico. Con la luna nuova, semplicemente, ci si vedeva molto meno.
Poi c’è il fatto che è la seconda volta che in questo racconto qualcuno cammina per ore. A sei anni erano otto chilometri fino a Donnalucata e ritorno, di nascosto, per fare il bagno. A quattordici sono venti chilometri per un film. In questa vita, per arrivare a qualcosa che valesse la pena, si camminava — e la distanza non era un ostacolo di cui lamentarsi, era semplicemente il prezzo, come le cinquanta lire del biglietto.
Ma la cosa che mi emoziona è quello che succedeva durante il ritorno.
Perché quel tipo di esperienza, nella mia vita, l’ho assaporata solo di rado: in Interrail per l’Europa a vent’anni, e di recente sul Cammino di Santiago. Gente conosciuta il giorno prima con cui, dopo quattro ore di strada, ti ritrovi a parlare di cose che a un amico di vecchia data non hai mai detto. E non succede perché sul Cammino la gente sia migliore. Succede perché stai camminando: hai delle ore davanti, non puoi fare altro, non c’è niente da guardare se non la strada, e allora si parla. Il camminare non è il contorno della conversazione, è la sua condizione.
Ecco: quegli otto o dieci ragazzi al buio tra Santa Croce e Marina stavano facendo la stessa cosa. E senza saperlo stavano facendo anche un’altra cosa, che non ha nome in nessuna delle due lingue che parlavano: si passavano le storie dei genitori, cioè esattamente quello che sto facendo io adesso con un telefono appoggiato su un tavolo. Trasmissione orale, per il solo fatto che c’erano dieci chilometri da riempire.
E qui viene il punto che mi ha messo un po’ a disagio. Perché adesso quel tempo lì non ce l’abbiamo più — e non perché siamo peggiori, ma perché non ci serve più camminare. Ho fatto il conto e mi sono spaventato: quel tragitto, oggi, sono dodici minuti di macchina con la radio accesa. Abbiamo guadagnato tre ore e cinquanta minuti e abbiamo perso l’unica cosa che ci si poteva fare dentro. Non ho una soluzione da proporre, sia chiaro, e non ho nessuna intenzione di tornare a farmi venti chilometri a piedi per vedere un film. Ma il conto è quello.
Tenetevela buona, questa immagine, perché serve subito.
Da qui infatti parte il pezzo del pomeriggio su cui ho ragionato più a lungo prima di scriverlo.
Comincia col telefonino: «quando vedo la gente che si siede a tavola, la prima cosa che fanno è tirare fuori il telefonino e metterlo accanto al piatto, per me è desolante… capisco il progresso tecnologico, ma la famiglia così va a finire male, e nessuno lo capisce». Su questo — e ci mancherebbe pure, visto che io i social li ho mollati da un pezzo — ha ragione da vendere. E la prova gliel’ha data lui stesso due minuti prima, senza accorgersene: il telefono accanto al piatto non è solo maleducazione, è quella strada al buio che non facciamo più. È l’ultimo pezzo di tempo vuoto rimasto — la cena — occupato da qualcos’altro.
Poi il discorso prende una piega su cui, lo confesso, ci ho ragionato parecchio prima di scriverla.
Saro parte dicendo una cosa netta: la donna «giustamente cercava i suoi diritti ed è giusto che sia alla pari con l’uomo». Non è una concessione buttata lì per educazione, la ripete due volte. Solo che poi aggiunge: «quando si hanno gli stessi diritti poi ci si scontra e la famiglia finisce, perché ognuno pensa al proprio egoismo. L’egoismo è una brutta cosa, non si può accettare nel matrimonio quando ci sono i figli; lì deve esistere solo il bene della famiglia».
E poi divaga, come al solito: «una volta per spogliare una donna ci voleva un’ora con tutte quelle sottane e mutandoni, oggi usano fili che quasi non si vedono».

Che poi, e lo dico perché sarebbe ipocrita non dirlo, qualche ragione ce l’ha. Non sulla morale — su quella no. Sul fatto che desiderare fosse una parte del gioco, e che d’estate, oggi, non ci sia più granché da immaginare. Un’ora di sottane era anche un’ora di attesa, e l’attesa era metà della faccenda. Ma è un pensiero mio e degli uomini della mia età, non è il punto del suo discorso, e infatti torniamo al punto.
La prima tentazione, leggendo quella frase sull’egoismo, è di archiviarla come la solita cosa detta dal vecchio a cui l’emancipazione femminile non è andata giù. E infatti sul momento io l’avevo presa così. Poi ho riascoltato il tono, che non era accusatorio per niente, e ho capito che il perno di quel ragionamento non è la parola «diritti»: è la parola egoismo.
Perché lui non sta dicendo che le donne dovrebbero avere meno. Sta dicendo che in quelle case lì, comprese la sua e quella dei suoi genitori, esisteva una cosa che oggi si è persa per strada, ed è l’idea che dentro una famiglia con dei figli ci sia qualcosa che viene prima di tutti e due i coniugi. Non un ruolo, non una gerarchia: una precedenza. Poi si può discutere all’infinito su quanto quella precedenza fosse davvero reciproca — e la mia risposta è che spesso non lo era affatto, che a rinunciare era quasi sempre la stessa metà della coppia, e che sua madre ne è la prova migliore: teneva in piedi tutto e non aveva scelto niente della propria vita, tanto che a suo figlio dovette dire di no davanti a una maestra che gli offriva gratis un futuro.
Ma questo dimostra che quell’equilibrio lì era ingiusto, non che oggi ne abbiamo trovato uno migliore. E qui, se sono onesto, Saro un punto ce l’ha: la parità è arrivata — meno male —, ma nessuno si è preoccupato di costruire il pezzo che mancava, cioè come si sta insieme quando entrambi sono liberi di andarsene. Abbiamo smontato un patto sbilanciato senza scriverne un altro, e nel frattempo i figli stanno lì.
Il militare: Brodolino, i prestiti e l’asino con le ali

Prima di partire, l’appendicite. E prima ancora dell’operazione, la parola:
«Mi sono dovuto operare di appendicite — in termini scientifici la chiamano appendicopatia, ho imparato anche questa parola da intellettuale!»
Ecco, questa è la frase per cui a Saro voglio bene. Un uomo che nel 1962 si è portato a casa una parola difficile da un ospedale e la conserva ancora, con la cura con cui si conserva un souvenir, e la tira fuori ridendo di se stesso.
Poi ci sono i saluti. Va a Modica dai nonni, e la nonna gli mette in mano due immagini sacre da tenere nel portafoglio come protezione: San Pietro e la Madonna delle Grazie. E c’è lo zio, quello che gli voleva un bene immenso e che da scapolo se lo portava sempre dietro a giocare a carte, che lo chiamava «pagghiazzune» — cioè lo straccio dei pavimenti.
Parte per la Puglia con due santini nel portafoglio e uno straccio per soprannome. E sessantaquattro anni dopo se li ricorda tutti e tre.
Lo mandano a Bari, in sanità, e succede la cosa che a quella generazione è successa in massa.
«Ho iniziato a conoscere ragazzi da tutta Italia, milanesi, trentini, veneti, piemontesi, emiliani, genovesi… eravamo solo due siciliani in un plotone di 100 militari.»
Il militare, per loro, è stato il primo Erasmus d’Italia. Gente che non aveva mai passato il fiume Irminio si ritrovava a un tavolo da otto con un padovano, un romagnolo e un romano.
Da giovane l’ho vissuto anch’io, a vent’anni, quando mi hanno spedito a Taranto per il CAR: per la prima volta ho dormito in una camerata con gente che parlava in modi che non avevo mai sentito e considerava normali cose che a casa mia non lo erano affatto. Con una differenza enorme, però. Io a Taranto ci ero andato controvoglia e sapevo che sarebbe finita. Per lui era la prima volta che usciva da qui, e non era una parentesi: era il mondo che si apriva.
E al suo tavolo c’era Brodolino.

«Al mio tavolo c’era uno di Pavia che aveva il verme solitario… Una fame pazzesca. […] Quando il capotavola portava il pentolone per dividere il cibo nei piatti, lui si leccava persino le pentole! Lo chiamavamo “Brodolino” l'”allampato” e io gli dicevo: “Ma che fai?”. “Paolino, ho una fame da morire!”»
E quando gli chiede perché non si compra qualcosa fuori, la risposta è: «no, devo mandare tutti i soldi a casa». Nel 1962, da Pavia. Un ragazzo del Nord che manda a casa tutta la paga e lecca le pentole in caserma: vale la pena tenerlo a mente ogni volta che ci raccontiamo il boom economico come se fosse arrivato dappertutto lo stesso giorno.
Al tavolo, oltre a lui, c’erano gli altri: Volpato di Padova, uno di Trapani, un romano che si chiamava Antonini, e Montanari, che era di Rimini. Sei o sette che uscivano sempre insieme. Saro me li sciorina uno dietro l’altro, nomi e città, come se li avesse visti ieri — e io li ho trascritti uno dietro l’altro perché probabilmente questo è l’unico posto al mondo in cui quei sei ragazzi stanno ancora seduti allo stesso tavolo.
Montanari era malato di gioco. Perdeva, finiva i soldi, e poi arrivava:
«Saro, mi faresti un favore? Mi presteresti 5000 lire? Appena mio padre mi manda la dote te le restituisco.»
E Saro glieli dava. Ogni volta.
Suo padre teneva una macelleria molto avviata nel mercato coperto di Rimini, dove si vendeva di tutto — porchetta, salame, mortadella — e a questo punto Saro si ferma a spiegarmi, con l’interesse professionale di uno che ha lavorato la terra, che «in Romagna si consumava soprattutto carne di maiale, la vitella si usava meno». Cosa che posso confermare, visto che da cinque anni vivo in Romagna anch’io e in salumeria la questione non è cambiata granché.
Poi c’è il caposala toscano. Che poi caposala vuol dire che comandava lui, ed era un tipo burbero, di quelli che con Saro non erano mai stati simpatici.
Un giorno gli si avvicina. Deve andare in licenza a trovare i genitori e non ha i soldi del biglietto: gliene servono settemilacinquecento.
Saro glieli dà subito. Non ci pensa e non contratta, e quando gli chiedo perché, la risposta non riguarda affatto il caposala: riguarda i suoi genitori. Era importante che quello andasse a trovarli, punto. Che è una cosa che può dire soltanto uno che a ventun anni sta a mille chilometri da casa e che i suoi li ha salutati con due santini in tasca.
Quando torna, glieli restituisce. E da lì in poi il burbero smette di fare il burbero — «capì che ero una brava persona».
Ecco, questa cosa nel racconto torna due volte uguale identica, e tutte e due le volte Saro tiene a precisare che i soldi glieli hanno restituiti. Detta così sembra vanteria, e invece secondo me è l’esatto contrario. È un uomo che a undici anni, con la storia delle cinquanta lire del teatro, ha imparato che i soldi sono una cosa serissima: si consegnano alla madre, si contano una lira alla volta, e non sono mai del tutto tuoi. Per uno cresciuto così, prestarli è la forma più alta di fiducia che conosca. E quando dice «me li ha restituiti» non sta dicendo ho fatto bene i conti: sta dicendo avevo ragione a fidarmi.
La prova arriva quando Montanari torna dalla licenza e lo invita a pranzo a casa sua. Davanti a tutti si gira verso il padre e gli dice: «papà, dammi 10.000 lire che devo restituirle a Sarino». Diecimila, perché nel frattempo i prestiti erano diventati più d’uno. E prima ancora, in caserma, gli aveva detto una cosa che Saro si ricorda parola per parola: «Paolino, tu sei una persona d’oro, mi hai sempre aiutato e nessuno ha mai fatto per me quello che hai fatto tu».

Lì conosce anche una ragazza, una certa Elena, «che era parente dei Casadei, quelli che suonano la musica romagnola». E su Elena — noto — non aggiunge assolutamente altro.
Non che fosse tutto rose e fiori, comunque. Ad Altamura c’è stato l’addestramento avanzato sui carri armati: quindici giorni in casermette da quattro per stanza, roba che a uno destinato alla sanità serviva come il pane sotto il sale, ma tant’è, al CAR ti mandavano dove capitava. E poi c’era un tale di Eboli, un certo Di Martino, «che stava sempre con le mani in tasca e non voleva fare nulla, non sapeva fare né un’iniezione né una fasciatura». Lo scrivo perché se no sembra che in caserma fossero tutti bravi ragazzi che si prestano i soldi a vicenda.
E poi c’è la battuta migliore di tutta la registrazione:
«La gente a Rimini mi guardava e mi diceva: “Ma tu non sembri siciliano!” […] Io rispondevo ridendo che venivo dalla “provincia babba” (Ragusa), e scherzando dicevo che ero arrivato fin lì volando su un asino con le ali! “Sali su e ti porta dove vuoi tu»

Due cose. La prima è che «non sembri siciliano» glielo dicevano come complimento, perchè erano abituati a immaginare i siciliani come gente chiusa, diffidente, che guarda torvo, mentre lui era sempre allegro ed estroverso. La seconda è la provincia babba: babba in dialetto vuol dire scema, e per decenni la provincia di Ragusa è stata chiamata così per dire che non era terra di mafia. Uno stereotipo affettuoso e sospetto insieme, perchè gli storici oggi mostrano che dagli anni Sessanta anche negli Iblei si diffondono organizzazioni criminali, e che la mafia ragusana ha occupato soprattutto gli spazi della politica e dell’economia legale. Ma nel 1962, in bocca a un ragazzo di ventun anni davanti a un gruppo di romagnoli, «vengo dalla provincia babba» voleva dire una cosa sola: tranquilli, noi siamo quelli buffi. E l’asino con le ali è la firma in calce.
Il 20 ottobre gli comunicano che viene trasferito, ma non gli dicono dove. E allora lui fa quello che si fa in caserma: va all’ufficio ordinamento e chiede a un ragazzo di dargli un’occhiata alle carte. «Vedi dove mi trasferiscono, almeno so se vado a Rimini.» Quello controlla e gli dice: prima Bologna, poi Rimini.
«Mi si è aperto il cuore!»
Perchè a Rimini c’era Montanari, l’amico dei prestiti, quello che nel frattempo era stato spedito a Brescia ma che a casa sua ci sarebbe tornato. Un ragazzo di ventun anni, in un’Italia che non conosce, che scopre di essere destinato all’unica città dove ha qualcuno.
La prima tappa, Bologna, è un paradiso. «C’era la Casa del Soldato dove con 120 lire potevi mangiare un pasto completo: lasagne, tortellini, spaghetti, un secondo e l’acqua.» La mattina pulizie, «una volta eravamo rimasti in cinque a pulire una camerata grande come un campo sportivo», e poi uno andava a comprare i giornali sportivi, che lui elenca come si elencano i santi: la Gazzetta, il Corriere dello Sport, Tuttosport, «a Bologna si stampava anche il Guerin Sportivo». Poi il corso da infermiere, con la teoria che sul momento sembrava inutile — «noi a volte ci chiedevamo: ma a che ci serve tutta questa teoria?» — e che invece serviva eccome, a fare le fasciature, le iniezioni, a togliere l’aria dalla siringa per evitare un’embolia. Tenetevela buona, quell’aria nella siringa. Alla fine del corso si porta a casa un «buono», che detto da uno che in quinta elementare aveva tutti 9 e 10 suona quasi come una delusione, e che invece è l’unico titolo di studio in senso stretto che quest’uomo abbia mai ottenuto in vita sua.
E poi c’è la faccenda dei dieci chili, che è la cosa più tenera del capitolo bolognese. Le suore che gestivano l’ospedale avevano bisogno di braccia per caricare la legna della cucina, e Saro con altri due si offriva sempre volontario.

«Ci davano delle pere giganti da 800 grammi e dei cestini pieni di prosciutto, mortadella e ogni ben di Dio. Mangiavamo così tanto che quando sono tornato a casa per le feste i miei pantaloni non entravano più! Ero passato da 60 a 70 chili, ho dovuto far allargare subito tutti i pantaloni dalla sarta.»
Un ragazzo di Mazzarelli che a ventun anni scopre l’Emilia e mette su dieci chili in due mesi. Non esiste statistica sul divario alimentare tra Nord e Sud che lo dica meglio di una sarta che allarga i pantaloni. E sempre per la serie del Sud arrangiato: al CAR le scarpe te le tiravano senza guardare il numero, «magari ti davano un 41 e tu avevi il 38».
C’è anche Bologna come educazione sentimentale, ed è raccontata con un pudore che fa sorridere. I superiori li avvisavano di non andare alla Montagnola nè ai Giardini Margherita, che allora erano zone di prostituzione — «non ci andate», e naturalmente il fatto stesso che glielo dicessero significa che qualcuno ci andava. Lui invece bazzicava la galleria vicino alla Torre degli Asinelli, e lì succedeva la cosa che a un ragazzo di Mazzarelli nel 1962 doveva sembrare fantascienza:
«Vedevo tutte queste donne eleganti e truccate, bellissime.»

Truccate. Fermatevi un attimo su questa parola, perchè non è un dettaglio estetico ma un dato antropologico. Da dove veniva lui, una donna che usciva di casa pitturata era una cosa che si commentava; a Bologna era mercoledì mattina. E soprattutto erano donne che ti guardavano e ti rispondevano, cosa che qui, in quegli anni, non funzionava affatto allo stesso modo.
La conferma arriva dai negozi vicino a San Petronio, quelli dove si tiravano a mano tortellini, ravioli e tagliatelle: «io guardavo le ragazze che lavoravano lì, tutte belle e formose, e scherzavamo molto perchè erano persone molto aperte». Erano persone molto aperte. Detta così sembra niente, ma è il modo educato di dire che al Nord una battuta a una ragazza dietro una vetrina te la restituiva con un’altra battuta, mentre giù ti sarebbe costata come minimo una risposta secca e come massimo il fratello.
Ora, ricordate il bambino della prima puntata che scappava dalla ragazzina che lo chiamava per strada, per via dei vestiti e dell’odore che si portava addosso? Dieci anni dopo scherza con le sfogline dietro la vetrina. Se volete sapere cosa ha fatto davvero il servizio militare per quella generazione, è tutto lì dentro.
La seconda tappa è Rimini, e Rimini è tutta un’altra faccenda: lì c’erano i congedanti che partivano a scaglioni, e quelli della classe ’41 come lui restavano a fare le pulizie e a dormire nelle camerate comuni. A Natale e a Capodanno davano le licenze, ma il viaggio te lo pagavi da solo. All’ospedale militare erano rimasti in pochi infermieri e ci lavoravano un medico di Reggio Calabria, il dirigente sanitario che era di Messina e un medico civile di Gioia del Colle. Ed è stato proprio il medico civile a dirgli la cosa che si è tenuto per sempre, che non è una tecnica ma un principio:
«Quando un medico fa una diagnosi, un altro medico non deve mai smentirla pubblicamente per rispetto professionale, ma bisogna integrare le cure.»
Un ragazzo con la quinta elementare che a ventun anni si porta a casa un principio di deontologia e se lo ricorda parola per parola a ottantacinque. Io conosco parecchia gente laureata che non ha capito questa cosa qui nemmeno a sessanta.
Quella notte in infermeria

E adesso arriva la parte che non mi aspettavo per niente e che secondo me è il cuore di questa seconda puntata. Perchè in quell’infermeria Saro, di fatto, ha fatto il medico. Non l’infermiere: il medico. Con la differenza che non lo era, e non lo sarebbe mai stato.
La prima notte è quella di un ragazzo nella branda accanto alla sua che comincia a vomitare: «accendo la luce e vedo che vomitava sangue a palline, aveva un’emorragia interna per un’ulcera perforata». Chiama il piantone e l’ufficiale di picchetto, portano il ragazzo in infermeria, telefona al medico all’una e mezza di notte e il medico gli detta la terapia per telefono. «Gli ho fatto otto punture una dietro l’altra e il sangue si è fermato.» Alle cinque il medico chiama l’ospedale per far preparare la sala operatoria e gli dà le istruzioni per il trasporto: non fermarsi ai semafori rossi, e andare piano per evitare gli scossoni. Il ragazzo si è salvato. Poco tempo dopo, in officina, un trattore schiaccia un militare, e anche lì corre con la barella e anche quello si salva.
Poi c’è il terzo episodio, e qui la voce gli cambia.
Un ragazzo cade dalle scale del circolo ufficiali e si apre la testa. «Una ferita profonda alla testa in cui si vedeva il cervello.» Lo portano in infermeria, il medico ordina di pulire la ferita e tagliare i capelli intorno per poter mettere i punti, ma il caposala — cioè quello che comandava, un tipo impressionabile — guarda dentro la ferita e sviene. «Il medico mi ha detto: Paolino, fallo tu.»
E qui arriva la frase per cui, secondo me, questo pomeriggio andava scritto:
«Io pulivo la ferita con cura, ma dentro di me ero affascinato: guardavo quella materia grigia e mi chiedevo come facessero gli scienziati a capire i segreti del cervello. Non avevo paura del sangue.»
Rileggetela con calma, perchè è tutta lì la faccenda. Un ragazzo di ventun anni con la quinta elementare, in un’infermeria militare, con le mani dentro la testa aperta di un coetaneo, e la cosa che prova non è paura ma curiosità scientifica: mi chiedevo come facessero gli scienziati a capire i segreti del cervello. È lo stesso bambino che spiegava le capitali d’Europa in quinta elementare, lo stesso che stava due ore in piedi davanti al cantastorie, lo stesso a cui la maestra voleva far fare l’esame di ammissione gratis. Non è cambiato niente, in mezzo: è cambiato soltanto il posto dove poteva metterlo, quel cervello lì.
Il dettaglio tecnico finale, poi, è quello di uno che il mestiere l’aveva capito sul serio: «ho preso la garza — il cotone non andava bene perchè lasciava filamenti — e ho pulito tutto perfettamente», e il medico che gli fa i complimenti, «hai fatto un lavoro perfetto».

C’è anche l’episodio in tono minore, quello del maresciallo con un foruncolo infetto sul collo che tornava ogni due giorni perchè un caporale glielo strizzava e ci metteva una garza e dopo due giorni si riformava tutto. «Maresciallo, se vuole glielo sistemo io, ma faccia attenzione perchè le farò male»: stringe, pulisce a fondo fino a trovare la radice dell’infezione, e con un uncinetto la tira fuori tutta intera. Acqua ossigenata, «che bolle e porta via tutte le impurità», e finita lì. Per ringraziarlo il maresciallo voleva regalargli stivali o scarpe dal magazzino militare e lui ha rifiutato: «mi bastava averlo aiutato». E infine la certificazione popolare, che vale più di qualsiasi diploma: «tutti in caserma venivano da me per farsi fare le iniezioni perchè dicevano che avevo la mano leggerissima». Quella mano lì, tra l’altro, l’ha poi insegnata anche a sua moglie: se le facevano a vicenda, prendendosi in giro su chi facesse più male. Ci ho messo un po’ a mettere a fuoco cosa mi desse questa immagine — due coniugi che si fanno le punture ridendo — e credo di averlo capito solo arrivando in fondo alla registrazione.
La porta che ha chiuso lui

Torna dal militare con un mestiere in mano, e per una volta la porta è pure aperta. Il dottor Arezzo — radiologo molto noto a Ragusa, che poi si sarebbe presentato anche alle elezioni per il Senato — veniva spesso nei loro terreni, e il padre di Saro gli dice che il figlio è tornato dal militare e ha fatto l’infermiere. «Non vi preoccupate, lo sistemiamo noi.» Poi però il posto salta fuori a Modica e non a Ragusa: «a Modica per me era scomodo per via degli orari dei pullman, e quindi decisi di non accettare. Dissi: me ne vado in Germania».
Fermiamoci, perchè questo è il terzo bivio della sua vita e i primi due non li aveva scelti lui. Il primo gliel’ha chiuso sua madre con la zappa. Il secondo — il talento, la testa, la stoffa — non gliel’ha chiuso nessuno in particolare, gliel’ha semplicemente lasciato lì inutilizzato la povertà. Il terzo lo ha chiuso lui, e per gli orari dei pullman.
Detta così sembra assurda: butti via un posto in ospedale, cioè l’unica cosa che avevi appena scoperto di saper fare meglio di chiunque altro, per una corriera scomoda? Però io credo che i pullman siano solo la superficie, e che sotto ci sia un uomo cresciuto in una casa dove il mestiere te lo assegnavano gli altri, dove l’idea di scegliersi una carriera non esisteva proprio come categoria mentale, e dove l’unica risposta seria alla domanda «cosa vuoi fare?» era: dove si guadagna, e subito. In Germania si guadagnava, e subito.
E lì trova la cosa che si è portato dietro per sessant’anni, che non sono i soldi ma una lezione di stile:
«Lavoravo in una grande azienda tessile dove si stampavano tessuti di nylon con centinaia di colori diversi. I figli del proprietario lavoravano in fabbrica accanto a noi e timbravano il cartellino come tutti gli altri operai.»

E poi il confronto, che gli brucia ancora adesso: «invece da noi, in Sicilia, un piccolo imprenditore compra subito la Mercedes o la Spider al figlio per farlo sentire superiore… molti qui si sentono grandi ma non hanno nulla dentro. La vera ricchezza è la modestia. Chi non è modesto non è grande».
Chi non è modesto non è grande, detto da uno che a ventun anni ha ripulito un cranio aperto e non l’ha raccontato a nessuno per sessantaquattro anni, ha un peso specifico leggermente diverso da quando lo scrivono sui quadretti da appendere in cucina.
Mi è tornato in mente Kipling, quello del se sai parlare alle folle senza sentirti re, o intrattenere i re parlando francamente.
E mi è tornato in mente Hirayama, il protagonista di Perfect Days di Wenders: l’uomo che pulisce i bagni pubblici di Tokyo. Quello che colpisce di quel film non è la dignità del lavoro umile — è che tutti i personaggi che lo incrociano lo trattano come un uomo semplice, mentre lo spettatore sa che quell’uomo torna a casa e legge Faulkner, ascolta i suoi nastri, e ogni giorno alla stessa ora fotografa la luce tra le foglie dello stesso albero. Nessuno di quelli che gli parlano lo sospetta nemmeno. E lui non fa niente per farglielo sapere.
Ecco, io per tre pomeriggi ho avuto davanti un uomo che a ventun anni si è messo le mani dentro la testa di un ragazzo e la cosa che ha provato era curiosità scientifica, che si è portato a casa una parola come appendicopatia e se l’è tenuta per sessantaquattro anni, e che quando i medici non gli spiegavano una diagnosi se la andava a cercare da solo sull’enciclopedia. Per tutti, qui, era uno che lavorava nelle serre.
Ma soprattutto mi è tornato in mente un collega. Diciotto anni in punto vendita, e solo da poco si è scoperto per caso che è un programmatore fuori dal comune — uno di quelli che in un altro mondo starebbe nel reparto ricerca e sviluppo di Google. Sapete cosa ti dice? «Credimi, non ci vuole niente a fare questa cosa, se hai i dati, gli strumenti e sai come usarli.»
Ecco: quelli bravi davvero, mediamente, non te lo vengono a dire. E siccome non te lo vengono a dire, il posto lo prende qualcun altro — di solito uno che non sa fare niente e lo racconta benissimo.
Sembra una roba d’altri tempi, la modestia. E in effetti lo è: se metà del tempo che dedichiamo a curare un profilo LinkedIn lo dedicassimo a curare quello che sappiamo fare davvero, forse come paese saremmo un po’ meno affossati.
L’uomo che urlava

C’è una cosa che Saro mi ha raccontato a registratore spento, e che metto qui perché senza di lei tutto il resto si capisce a metà.
È la storia di un uomo caduto da un ponte, ricoverato in condizioni tremende, che passava le giornate a urlare. Urlava e basta, giorno e notte, e non c’era verso di calmarlo — nè medici, nè infermieri, nè parenti.
Tranne quando arrivava Saro. Con lui si zittiva.
Non perché Saro gli facesse qualcosa di speciale: non aveva medicine da dargli né niente. Semplicemente arrivava, si sedeva lì e stava con lui.
Ecco, io su questa cosa ci ho pensato parecchio. Uno può anche dire che è una coincidenza, o che quell’uomo si era affezionato, e sarebbe una spiegazione ragionevole. Però messa in fila con tutto il resto — le otto punture nella notte, il cranio ripulito con la garza, il foruncolo del maresciallo, la mano leggera per le iniezioni — comincia a sembrare un’altra cosa. Comincia a sembrare che quest’uomo abbia addosso qualcosa che i malati riconoscono, e che non ha niente a che fare con la tecnica. Si chiama semplicemente presenza: uno che non ha fretta, che non guarda l’orologio, che non è lì per mezz’ora.
E non lo dico soltanto io. Lo dicono, con parole quasi identiche, persone che non si sono mai conosciute tra loro: un medico in un ospedale di Messina, un giovane tirocinante a Catania, i suoi nipoti, i suoi figli. Lei è un angelo. Zio, tu sei unico. Ci torneremo, più avanti, perché a lui questa faccenda dà parecchio fastidio e non se la sa spiegare.
Per adesso tenetevi da parte quell’uomo seduto accanto a un letto, che non fa niente e non dice niente, e uno che smette di urlare.
L’infermiere che non è mai diventato infermiere

L’ultima parte della registrazione è quella di sua moglie, ed è quella in cui parla più piano.
Di lei avevamo già parlato nella prima chiacchierata: i tomboli, i fuselli, il merletto con la donna di profilo, le ante dell’armadio aperte per vedersi la nuca mentre si tagliava i capelli da sola. Quella era la donna. Qui invece Saro mi racconta gli ultimi anni, e me li racconta da infermiere.
E prima di tutto il resto c’è una frase che mi ha detto senza enfasi, come si dice un dato: «non l’ho lasciata mai un’ora da sola». Tenetela in mente mentre leggete tutto quello che segue.
Era caduta proprio lì dove eravamo seduti noi, e si era rotta il femore. E lui, raccontandomelo, fa una cosa che nessun altro farebbe: mi spiega la meccanica dell’osso. «Il femore è composto in un modo per cui, quando viene a mancare il calcio, l’osso scivola e si sgancia dall’articolazione. Non si spezza l’osso in sé, si sgancia.» Poi, alla visita di controllo otto giorni dopo l’intervento, si era messo dietro il medico e aveva chiesto di vedere la lastra, perché naturalmente la voleva vedere: «l’osso appariva bianco e pulito, e il medico mi disse: sua moglie ha il femore di una ragazzina!».
Il resto lo elenca con la precisione di un referto. Il calcio che si era ridotto moltissimo per via delle troppe patologie, e lui che cercava di rimetterglielo dentro come poteva, con il latte, i formaggi, la pappa reale, «per rafforzargli le gambe». L’ischemia laterale per cui non appoggiava bene la gamba destra e cadeva spesso. La patologia legata al freddo, «per cui le mani le diventavano completamente nere» — e chi ha avuto in famiglia queste cose sa che a volte si comincia esattamente così, dalle dita che cambiano colore, e che dietro può esserci una malattia che con gli anni indurisce i tessuti dappertutto e non solo nelle mani. E infatti:
«Questa malattia le ha intaccato il piloro, che era diventato ruvido e ispessito come i vecchi sacchi di juta che si usavano per le carrubbe, al punto che non passava più nemmeno l’acqua.»
Come i vecchi sacchi di juta delle carrubbe. Un uomo che per raccontare quello che stava succedendo dentro allo stomaco di sua moglie è andato a prendere l’immagine dove ce l’aveva, cioè nel magazzino della sua infanzia, e nessun medico gliel’avrebbe spiegata meglio di così. Poi il bypass gastrico, e le crisi in cui l’aria mancava e si rischiava di soffocare.
E poi la routine, che è la parte che mi ha zittito.
«Mi chiedevano: “Ma come fai a stare sempre vicino a un malato?”. Io mi alzavo alle 4 del mattino, facevo tutte le faccende di casa, preparavo da mangiare e poi andavamo a lavorare in serra.»
Francesco in quegli anni lavorava a Ragusa, l’altro figlio faceva il parrucchiere a Santa Croce, e a dargli il cambio durante il giorno veniva sua sorella; la sera tornava lui. «Ne ho passate tante», dice, e passa oltre. E i medici, ogni volta: «signora, lei è fortunata, ha un medico in casa!».
Ed eccola che torna, quella frase, e andrebbe stampata e appesa da qualche parte, perché la può dire soltanto chi c’è passato:
«Chi assiste i malati sa cosa significa; chi viene solo per mezz’ora non può capire i reali bisogni di un ammalato.»
Chi viene solo per mezz’ora. Ci ho pensato su parecchio, perché in quella mezz’ora ci sto anche io, con il mio telefono acceso e la granita alla menta che mi aveva preparato poco prima. La distanza tra il visitare e l’assistere è tutta lì dentro, e non è una distanza di buone intenzioni: è una distanza di ore. E infatti il suo commento sul mondo, arrivati a questo punto, non è più una polemica sui telefonini ma una cosa molto più semplice e molto più difficile da smontare: «oggi la gente si dispera per delle sciocchezze, mentre la salute è l’unica cosa da salvaguardare davvero».
Ecco, è qui che tutto si chiude, e si chiude in un modo che mentre registravo non avevo capito per niente.
Nel 1963 Saro Paolino ha detto no a un posto da infermiere all’ospedale di Modica perché i pullman erano scomodi. E poi, alla fine, l’infermiere lo ha fatto lo stesso: non in corsia e non da giovane, ma negli ultimi anni di sua moglie, in una casa sola, per una paziente sola, senza stipendio, senza turni e senza nessuno che gli timbrasse il cartellino. Ed ancora andando a trovare un uomo che urlava e che con lui smetteva.
Quello che suo padre gli aveva tolto dicendo «quella è la sua penna», e quello che poi si era tolto da solo per una questione di corriere, gli è tornato indietro dalla porta di servizio e nella forma più dura possibile: con sessant’anni di ritardo, e proprio addosso alla persona a cui teneva di più.
E adesso torniamo un attimo a quella cosa di prima, quella delle iniezioni che si facevano a vicenda ridendo su chi facesse più male. Quando me l’ha raccontata mi era sembrata solo una scenetta simpatica di due sposati. Adesso, arrivato in fondo, la vedo per quello che era: un uomo che a un certo punto della vita insegna alla moglie il proprio mestiere segreto, e loro due che ci scherzano sopra per anni, finché c’è stato da scherzare. Poi è arrivata la malattia, e quelle stesse mani hanno continuato a fare le stesse identiche cose — solo che a farle era rimasto uno soltanto dei due.
Non gliel’ho detto. Mi sembrava una di quelle cose a cui uno deve arrivare da solo, se e quando gli va.
E poi, mentre ci stavo ancora ragionando, mi sono accorto che era tardi. «Sento che tua moglie tu sta chiamando», mi ha detto lui. Mi stava chiamando davvero, era ora di andare a mangiare.
Coda: la zuppa di ceci, il risotto nel congelatore e un commento sul blog

Ci sono alcune interruzioni, in queste registrazioni, che ho deciso di non buttare via anche se non contengono niente di storico.
Le prime sono i saluti. Perchè stare seduti a un tavolo con Saro a Marina significa che ogni dieci minuti passa qualcuno — Salvatore, un vicino, uno che rientra dal mare — e allora ci si ferma, ci si scambia due battute, si riprende. Nella registrazione questi pezzi sono un rumore di fondo continuo, e riascoltandoli mi sono accorto che sono la prova di quello che stiamo raccontando: quest’uomo vive ancora dentro un paese dove le persone si fermano. È esattamente la stessa cosa dei dieci chilometri al buio da Santa Croce, solo in versione da fermo.
Poi c’è quando arrivano Giuliana ed il mio piccolo Edoardo, che si era addormentato, e si finisce a parlare della cena — oggi zuppa di ceci e pane — e Saro racconta con evidente orgoglio del pentolone di risotto che ha preparato e che tiene in congelatore diviso in porzioni. Un uomo che si alza alle quattro del mattino per mandare avanti una casa e un’ammalata, e che si congela il risotto in monoporzioni per non doverci pensare: c’è tutta una biografia dentro un congelatore, se uno ha voglia di leggerla.
E poi c’è, verso la fine, una frase che mi ha fatto sorridere e che secondo me è la migliore recensione possibile di tutto questo lavoro. Gli avevo detto che meno male che avevo registrato, altrimenti non sarei riuscito a ricordarmi niente. E lui:
«Io stesso mi meraviglio di ricordare tutti questi dettagli della mia gioventù.»
Se lo meraviglia lui. Cioè: non è che questi ricordi stessero lì belli ordinati in un cassetto aspettando qualcuno che venisse ad aprirlo. È il fatto stesso di raccontarli che li tira su, uno dietro l’altro, e a un certo punto la memoria comincia a restituire roba che il proprietario stesso non sapeva di avere ancora. Che è più o meno il motivo per cui vale la pena accendere un telefono e stare zitti.
Infine, guardando Edoardo, dice:
«Mi piacciono molto i bambini. Avrei tanto voluto avere una figlia femmina, ma mia moglie ha avuto due maschi. Il secondo è nato il 18 agosto del ’78, mio figlio Francesco ha fatto proprio ieri 48 anni. Quando è nato, un mio compagno mi disse: “Speriamo sia femmina!”. E invece l’ostetrica esce e dice: “Masculazzo!”.»
Ora, se avete letto i commenti sotto la prima puntata, quel nome vi dice qualcosa. Perchè Francesco — quello del «Masculazzo!», quello che ha compiuto 48 anni il giorno prima di questa registrazione — è passato di qui e ha scritto sotto l’articolo che si era commosso a leggere le storie che suo padre gli racconta ancora oggi.
Non so bene come dirlo senza sembrare retorico, quindi lo dico male e amen: mi ero messo a registrare un vicino di casa tanto per non far perdere delle storie, e mi sono ritrovato con un figlio che legge la vita di suo padre su un blog il giorno dopo il suo compleanno. Non era previsto, ma è esattamente il motivo per cui vale la pena continuare.
Ho riascoltato tutto tre volte anche stavolta, e alla fine la cosa che mi resta non è nessuno dei singoli episodi, ma una specie di figura geometrica.
Nella prima puntata avevo trovato gente che risolveva problemi con quello che aveva in casa: un ingegnere che usava il mare come livella, una donna che usava due ante d’armadio per vedersi la nuca. In questa ho trovato la stessa identica cosa, solo applicata a una persona sola. Un bambino a cui hanno detto che la sua penna era una zappa, e che poi per ottant’anni ha continuato a scrivere lo stesso: con le mani dentro i trafori, dentro le casse delle acciughe, dentro la testa aperta di un ragazzo di Trento, e infine intorno alla gamba di sua moglie. Non gli hanno dato lo strumento, gli hanno dato solo il problema, e lui si è arrangiato.
Il ritratto di Nastassja disegnato a diciassette anni, la maestra Ferrera che si offriva gratis, il posto all’ospedale di Modica: in questa famiglia le porte si chiudono da tre generazioni, e ogni volta qualcuno trova comunque il modo di fare la cosa per cui era nato, solo senza titolo, senza stipendio e senza che nessuno se ne accorga.
Ed è per questo che la domanda che Saro mi aveva fatto all’inizio — ma perchè di questa persona non parla nessuno? — adesso a me suona un po’ diversa. Non parlava soltanto dell’ingegnere.
Grazie Saro. E alla prossima chiacchierata.
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