(terza puntata)
Il pomeriggio riprende dalla granita alla menta, il registratore che ricomincia a girare. Ma non riparte con un ricordo. Riparte con un conto da presentare, ed è il pezzo più duro del pomeriggio.
Il piatto lo abbiamo apparecchiato noi
«Quando senti questo tipo di racconti, scopri che c’era un altro mondo, e ti appassioni, capito? […] A noi piace sentire queste cose, ma c’è gente a cui non interessa e dice: “Voi eravate bambini e non capivate niente, non sapevate cosa fare”. Ma noi, la generazione del dopoguerra, abbiamo portato questo paese allo stato in cui si trova oggi, con i nostri sacrifici e il nostro lavoro. E adesso ci mangiate, eh, e sputate nel piatto dove mangiate. Questo è il discorso, capito? Io non lo capisco.»
Dice ci mangiate, non ci mangiano: ero seduto davanti a lui col registratore acceso, quel «voi» comprendeva anche me. Sulla prima parte non c’è niente da discutere: questo paese lo hanno tirato su loro, e la comodità in cui vivo io è fatta della loro fatica. Sulla seconda sono più incerto — la stessa frase gliel’avranno detta i suoi vecchi quando a vent’anni se ne andava in Germania invece di restare a zappare. Il punto vero, forse, non è che i giovani sputino nel piatto: è che nessuno racconta più chi lo ha apparecchiato. Ed è esattamente il buco che sto cercando di tappare con un telefono su un tavolo.
Sotto la luna, e il pezzo di strada che non facciamo più

A quattordici anni Saro diventa «un giovincello» e il divertimento cambia: si va al cinema a Santa Croce, a piedi, in bicicletta o in autobus. Ma d’estate, al ritorno, si torna sempre a piedi.
«Eravamo un gruppo di 8 o 10 ragazzi, camminavamo di notte sotto la luna piena, ci divertivamo un mondo. Scherzavamo e ci raccontavamo le storie che avevamo sentito dai nostri genitori.»
Quattro ore di cammino per vedere un film. E il ritorno lo facevano di notte, su una strada che allora non aveva illuminazione, senza torce, senza niente: c’era la luna e basta, ed è per quello che nella frase la luna piena compare come un dato pratico e non come un dettaglio poetico. Con la luna nuova, semplicemente, ci si vedeva molto meno.
Poi c’è il fatto che è la seconda volta che in questo racconto qualcuno cammina per ore. A sei anni erano otto chilometri fino a Donnalucata e ritorno, di nascosto, per fare il bagno. A quattordici sono venti chilometri per un film. In questa vita, per arrivare a qualcosa che valesse la pena, si camminava — e la distanza non era un ostacolo di cui lamentarsi, era semplicemente il prezzo, come le cinquanta lire in più sul biglietto per prendere il posto dei signori.
Ma la cosa che mi emoziona è quello che succedeva durante il ritorno.
Perchè quel tipo di conversazione lì, nella mia vita, l’ho assaporata solo di rado: in Interrail per l’Europa a vent’anni, e di recente sul Cammino di Santiago. Gente conosciuta il giorno prima con cui, dopo quattro ore di strada, ti ritrovi a parlare di cose che a un amico di vecchia data non hai mai detto. E non succede perchè sul Cammino la gente sia migliore. Succede perchè stai camminando: hai delle ore davanti, non puoi fare altro, non c’è niente da guardare se non la strada, e allora si parla. Il camminare non è il contorno della conversazione, è la sua condizione.
Ecco: quegli otto o dieci ragazzi al buio tra Santa Croce e Marina stavano facendo la stessa cosa. E senza saperlo stavano facendo anche un’altra cosa, che non ha nome in nessuna delle due lingue che parlavano: si passavano le storie dei genitori, cioè esattamente quello che sto facendo io adesso con un telefono appoggiato su un tavolo. Trasmissione orale, per il solo fatto che c’erano dieci chilometri da riempire.
E qui viene il punto che mi ha messo un po’ a disagio. Perchè noi quel tempo lì non ce l’abbiamo più — e non perchè siamo peggiori, ma perchè non ci serve più camminare. Ho fatto il conto e mi sono spaventato: quel tragitto, oggi, sono dodici minuti di macchina con la radio accesa. Abbiamo guadagnato tre ore e cinquanta minuti e abbiamo perso l’unica cosa che ci si poteva fare dentro. Non ho una soluzione da proporre, sia chiaro, e non ho nessuna intenzione di tornare a farmi venti chilometri a piedi per vedere un film. Ma il conto è quello.
Da lì il discorso scivola sui telefonini a tavola («per me è desolante… capisco il progresso tecnologico, ma la famiglia così va a finire male»), poi sui rapporti tra uomo e donna. Parte dicendo una cosa netta, e la ripete due volte: la donna «giustamente cercava i suoi diritti ed è giusto che sia alla pari con l’uomo». Solo che poi aggiunge: «quando si hanno gli stessi diritti poi ci si scontra e la famiglia finisce, perché ognuno pensa al proprio egoismo. L’egoismo è una brutta cosa, non si può accettare nel matrimonio quando ci sono i figli; lì deve esistere solo il bene della famiglia». E poi, come al solito, divaga: «una volta per spogliare una donna ci voleva un’ora con tutte quelle sottane e mutandoni, oggi usano fili che quasi non si vedono».

Il perno del suo ragionamento, a ripensarci, non è la parola diritti: è egoismo. Non dice che le donne dovrebbero avere meno — dice che in quelle case c’era l’idea che in una famiglia con figli qualcosa venga prima di entrambi i coniugi. Si può discutere quanto quella precedenza fosse davvero reciproca (spesso non lo era, e sua madre ne è la prova), ma questo dimostra che l’equilibrio di allora era ingiusto, non che oggi ne abbiamo trovato uno migliore. Su un punto Saro un ragione ce l’ha: abbiamo smontato un patto sbilanciato senza scriverne un altro, e nel frattempo i figli restano lì.
Il militare: Brodolino, i prestiti e l’asino con le ali

Prima di partire, l’appendicite.
«Mi sono dovuto operare di appendicite — in termini scientifici la chiamano appendicopatia, ho imparato anche questa parola da intellettuale!»
Poi ci sono i saluti. Va a Modica dai nonni, e la nonna gli mette in mano due immagini sacre da tenere nel portafoglio come protezione: San Pietro e la Madonna delle Grazie. E c’è lo zio, quello che gli voleva un bene immenso e che da scapolo se lo portava sempre dietro a giocare a carte, che lo chiamava «pagghiazzune» — cioè lo straccio dei pavimenti.
Lo mandano a Bari, in sanità, e succede la cosa che a quella generazione è successa in massa.
«Ho iniziato a conoscere ragazzi da tutta Italia, milanesi, trentini, veneti, piemontesi, emiliani, genovesi… eravamo solo due siciliani in un plotone di 100 militari.»
Il militare, per quella generazione, è stato il primo Erasmus d’Italia.
«Il militare insegna tante cose. Prima di tutto, rispetto per tutti gli altri. Anche se purtroppo c’era anche il nonnismo, ma tra pari si faceva la fratellanza, si usciva insieme, si andava a mangiare, si chiacchierava e si stava bene, capito? C’erano quelli che facevano le discriminazioni, a cominciare dai milanesi che dicevano “noi abbiamo fatto l’Italia” mentre i romani rispondevano “e noi ce la magnamo”. E i napoletani erano visti come quelli che cercavano sempre di prendersi qualcosa.»
Una battuta del 1962, in una camerata, tra un lombardo e un romano, davanti a un siciliano che sessantaquattro anni dopo se la ricorda parola per parola. C’è dentro tutta la storia d’Italia, e non l’ha scritta nessun libro.
E al suo tavolo c’era Brodolino.

«Al mio tavolo c’era uno di Pavia che aveva il verme solitario… Una fame pazzesca. […] Quando il capotavola portava il pentolone per dividere il cibo nei piatti, lui si leccava persino le pentole! Lo chiamavamo “Brodolino” l'”allampato” e io gli dicevo: “Ma che fai?”. “Paolino, ho una fame da morire!”»
E quando gli chiede perché non si compra qualcosa fuori: «no, devo mandare tutti i soldi a casa». Un ragazzo del Nord che nel 1962 manda a casa tutta la paga e lecca le pentole in caserma: vale la pena tenerlo a mente ogni volta che ci raccontiamo il boom economico come se fosse arrivato dappertutto lo stesso giorno.
Al tavolo, oltre a lui: Volpato di Padova, uno di Trapani, un romano di nome Antonini, e Montanari di Rimini. Sei o sette che uscivano sempre insieme. Saro me li sciorina uno dietro l’altro, nomi e città, come se li avesse visti ieri — e io li ho trascritti uno dietro l’altro perchè probabilmente questo è l’unico posto al mondo in cui quei sei ragazzi stanno ancora seduti allo stesso tavolo.
Montanari era malato di gioco. Perdeva, finiva i soldi, e poi arrivava:
«Saro, mi faresti un favore? Mi presteresti 5000 lire? Appena mio padre mi manda la dote te le restituisco.»
Saro glieli dava, ogni volta. Poi c’era il caposala toscano, burbero, mai stato simpatico, che un giorno gli chiede settemilacinquecento lire per andare in licenza dai genitori. Saro glieli dà subito, senza contrattare — non per il caposala, per i suoi genitori, che era giusto andasse a trovare. Quando torna, glieli restituisce: «capì che ero una brava persona».
Quando Montanari torna dalla sua licenza, lo invita a pranzo a casa dei suoi e davanti a tutti dice al padre: «papà, dammi 10.000 lire che devo restituirle a Sarino». E gli aveva già detto, in caserma: «Paolino, tu sei una persona d’oro, mi hai sempre aiutato e nessuno ha mai fatto per me quello che hai fatto tu».

Lì conosce anche una ragazza, una certa Elena, «che era parente dei Casadei, quelli che suonano la musica romagnola». E su Elena — noto — non aggiunge assolutamente altro.
Saro tiene a precisare, due volte, che i soldi glieli hanno sempre restituiti — non per vanteria: per uno cresciuto con la storia delle cinquanta lire del teatro, prestarli era la forma più alta di fiducia che conoscesse.
Non tutto era fratellanza: ad Altamura, quindici giorni di addestramento sui carri armati, e un certo Di Martino di Eboli «che stava sempre con le mani in tasca e non voleva fare nulla, non sapeva fare né un’iniezione né una fasciatura».
E la battuta migliore della registrazione:
«La gente a Rimini mi guardava e mi diceva: “Ma tu non sembri siciliano!” […] Io rispondevo ridendo che venivo dalla “provincia babba” (Ragusa), e scherzando dicevo che ero arrivato fin lì volando su un asino con le ali! “Sali su e ti porta dove vuoi tu»

Due cose. La prima è che «non sembri siciliano» glielo dicevano come complimento, perchè erano abituati a immaginare i siciliani come gente chiusa, diffidente, che guarda torvo, mentre lui era sempre allegro ed estroverso. Ed è una delle tante cose discriminatorie che un ragazzo del Sud doveva sentirsi dire in Romagna nel 1962. Lui però ci ride sopra invece di offendersi, che è una scelta che dice tutto del personaggio. La seconda è la provincia babba: babba in dialetto vuol dire scema, e per decenni la provincia di Ragusa è stata chiamata così per dire che non era terra di mafia. Uno stereotipo affettuoso e sospetto insieme, perchè gli storici oggi mostrano che dagli anni Sessanta anche negli Iblei si diffondono organizzazioni criminali, e che la mafia ragusana ha occupato soprattutto gli spazi della politica e dell’economia legale. Ma nel 1962, in bocca a un ragazzo di ventun anni davanti a un gruppo di romagnoli, «vengo dalla provincia babba» voleva dire una cosa sola: tranquilli, noi siamo quelli buffi. E l’asino con le ali è la firma in calce.
Il 20 ottobre gli comunicano che viene trasferito, ma non gli dicono dove. E allora lui fa quello che si fa in caserma: va all’ufficio ordinamento e chiede a un ragazzo di dargli un’occhiata alle carte. «Vedi dove mi trasferiscono, almeno so se vado a Rimini.» Quello controlla e gli dice: prima Bologna, poi Rimini.
«Mi si è aperto il cuore!»
Perchè a Rimini c’era Montanari, quello che nel frattempo era stato spedito a Brescia ma che a casa sua ci sarebbe tornato. Un ragazzo di ventun anni, in un’Italia che non conosce, che scopre di essere destinato all’unica città dove ha qualcuno.
La prima tappa, Bologna, è un paradiso. «C’era la Casa del Soldato dove con 120 lire potevi mangiare un pasto completo: lasagne, tortellini, spaghetti, un secondo e l’acqua.» La mattina pulizie, «una volta eravamo rimasti in cinque a pulire una camerata grande come un campo sportivo», e poi uno andava a comprare i giornali sportivi, che lui elenca come si elencano i santi: la Gazzetta, il Corriere dello Sport, Tuttosport, «a Bologna si stampava anche il Guerin Sportivo». Poi il corso da infermiere, con la teoria che sul momento sembrava inutile — «noi a volte ci chiedevamo: ma a che ci serve tutta questa teoria?» — e che invece serviva eccome, a fare le fasciature, le iniezioni, a togliere l’aria dalla siringa per evitare un’embolia. Tenetevela buona, quell’aria nella siringa. Alla fine del corso si porta a casa un «buono», che detto da uno che in quinta elementare aveva tutti 9 e 10 suona quasi come una delusione, e che invece è l’unico titolo di studio in senso stretto che quest’uomo abbia mai ottenuto in vita sua.
E poi c’è la faccenda dei dieci chili, che è la cosa più tenera del capitolo bolognese. Le suore che gestivano l’ospedale avevano bisogno di braccia per caricare la legna della cucina, e Saro con altri due si offriva sempre volontario.

«Ci davano delle pere giganti da 800 grammi e dei cestini pieni di prosciutto, mortadella e ogni ben di Dio. Mangiavamo così tanto che quando sono tornato a casa per le feste i miei pantaloni non entravano più! Ero passato da 60 a 70 chili, ho dovuto far allargare subito tutti i pantaloni dalla sarta.»
Un ragazzo di Mazzarelli che a ventun anni scopre l’Emilia e mette su dieci chili in due mesi. Non esiste statistica sul divario alimentare tra Nord e Sud che lo dica meglio di una sarta che allarga i pantaloni. E sempre per la serie del Sud arrangiato: al CAR le scarpe te le tiravano senza guardare il numero, «magari ti davano un 41 e tu avevi il 38».
C’è anche Bologna come educazione sentimentale, ed è raccontata con un pudore che fa sorridere. I superiori li avvisavano di non andare alla Montagnola nè ai Giardini Margherita, che allora erano zone di prostituzione — «non ci andate», e naturalmente il fatto stesso che glielo dicessero significa che qualcuno ci andava. Lui invece bazzicava la galleria vicino alla Torre degli Asinelli, e lì succedeva la cosa che a un ragazzo di Mazzarelli nel 1962 doveva sembrare fantascienza:
«Vedevo tutte queste donne eleganti e truccate, bellissime.»

Ricordate il bambino della prima puntata che scappava dalla ragazzina che lo chiamava per strada? Dieci anni dopo scherza con le sfogline dietro la vetrina dei negozi vicino a San Petronio, quelli dove si tiravano a mano tortellini, ravioli e tagliatelle: «io guardavo le ragazze che lavoravano lì, tutte belle e formose, e scherzavamo molto perchè erano persone molto aperte». Erano persone molto aperte. Detta così sembra niente, ma è il modo educato di dire che al Nord una battuta a una ragazza dietro una vetrina te la restituiva con un’altra battuta, mentre giù ti sarebbe costata come minimo una risposta secca e come massimo il fratello.
Saro ritorna poi alla vita da caserma, e solleva sulla mia testa un’altra di quelle immagini destinate a durare. Mi racconta di un ragazzo di Pisticci. Uno di quelli che erano partiti dalla Basilicata per andare a lavorare a Milano, e che poi la cartolina se l’era ritrovata in mano lì: militare a Rimini, con un posto di lavoro al Nord che lo aspettava e una famiglia in Lucania a cui pensare. Mandava a casa tutti i suoi soldi con i vaglia postali — dieci, quindicimila lire alla volta. «Poverino», dice Saro, ed è l’unica cosa che aggiunge.
Ecco: fermiamoci un attimo, perchè è la seconda volta. Brodolino leccava le pentole perchè mandava tutto a casa, e adesso questo di Pisticci che spedisce quasi tutto in Basilicata. Uno di Pavia e uno di Matera, il Nord e il Sud, e la stessa identica scena — un ragazzo di vent’anni davanti a uno sportello postale che manda i soldi a una casa lontana. E la paga da militare era una vera miseria, bastava a malapena per le sigarette, sempre che nel frattempo i due non facessero anche altri lavoretti, specie nel fine settimana.
L’immagine che mi si è formata davanti è il vero ritratto di quegli anni, e non sta in nessun manuale: un paese intero tenuto in piedi da vaglia postali di diecimila lire.
E in mezzo a loro Montanari, che invece i vaglia li riceveva, dal padre, e se li giocava a carte. Tre ragazzi della stessa età nella stessa caserma: due che tengono in piedi una famiglia con la propria paga e uno che aspetta l’assegno di papà per rifarsi delle perdite. Anche questa è l’Italia del 1962, e non è che una fosse migliore dell’altra: era solo una questione di dove eri nato e di che mestiere faceva tuo padre.
Su di sè, invece, Saro chiude la faccenda in una riga: «a me i soldi non sono mai mancati, ma sono sempre stato molto attento a spendere perchè ero abituato così».
Abituato come, l’abbiamo già visto. Ed ancora mi chiedo: se la sua infanzia non fosse stata così dura, sarebbe stato la stessa persona? Avrebbe prestato i pochi soldi che aveva ai suoi amici, fiducioso di averli indietro?! Sarebbe stato capace allo stesso modo di non bruciarsi tutti i suoi guadagni ad un tavolo da poker? Domande alle quali non faccio troppa fatica a rispondere e lo dico nettamente: no, se non avesse compreso col sudore della fronte il valore del denaro, probabilmente avrebbe affrontato in maniera diversa ogni momento della sua vita.
Quella notte in infermeria

E adesso arriva la parte che non mi aspettavo per niente e che secondo me è il cuore di questa seconda puntata. Perchè in quell’infermeria Saro, di fatto, ha fatto il medico.
Una notte, il ragazzo nella branda accanto comincia a vomitare:
«Accendo la luce e vedo che vomitava sangue a palline, aveva un’emorragia interna per un’ulcera perforata.»
Chiama il piantone, l’ufficiale di picchetto, telefona al medico all’una e mezza di notte, che detta la terapia per telefono. «Gli ho fatto otto punture una dietro l’altra e il sangue si è fermato.» Alle cinque il medico prepara la sala operatoria a distanza e dà le istruzioni per il trasporto: niente semafori rossi, andare piano per evitare gli scossoni. Il ragazzo si salva. Poco dopo, in officina, un trattore schiaccia un militare: anche lì corre con la barella, e anche quello si salva.
Poi il terzo episodio, e qui la voce gli cambia. Un ragazzo cade dalle scale del circolo ufficiali e si apre la testa. «Una ferita profonda alla testa in cui si vedeva il cervello.» Il caposala guarda dentro la ferita e sviene.
«Il medico mi ha detto: “Paolino, fallo tu”. Io pulivo la ferita con cura, ma dentro di me ero affascinato: guardavo quella materia grigia e mi chiedevo come facessero gli scienziati a capire i segreti del cervello. Non avevo paura del sangue.»
Rileggetela con calma, perchè è tutta lì la faccenda. Un ragazzo di ventun anni con la quinta elementare, in un’infermeria militare, con le mani dentro la testa aperta di un coetaneo, e la cosa che prova non è paura ma curiosità scientifica: mi chiedevo come facessero gli scienziati a capire i segreti del cervello. È lo stesso bambino che nella puntata scorsa spiegava le capitali d’Europa in quinta elementare, lo stesso che stava due ore in piedi davanti al cantastorie, lo stesso a cui la maestra voleva far fare l’esame di ammissione gratis. Non è cambiato niente, in mezzo: è cambiato soltanto il posto dove poteva metterlo, quel cervello lì.
Il dettaglio tecnico finale, poi, è quello di uno che il mestiere l’aveva capito sul serio: «ho preso la garza — il cotone non andava bene perchè lasciava filamenti — e ho pulito tutto perfettamente», e il medico che gli fa i complimenti, «hai fatto un lavoro perfetto». Il ferito si chiamava Trento ed era proprio di Trento, e quando il colonnello andò a chiedergli come stesse rispose che non sentiva alcun dolore.
Il medico: «hai fatto un lavoro perfetto».

C’è anche il maresciallo con un foruncolo infetto sul collo, che tornava ogni due giorni perché un caporale glielo strizzava senza risolverlo:
«Maresciallo, se vuole glielo sistemo io, ma faccia attenzione perché le farò male.»
Stringe, pulisce a fondo, trova la radice dell’infezione e la tira fuori con un uncinetto. Acqua ossigenata, «che bolle e porta via tutte le impurità», e finita lì. Il maresciallo voleva ringraziarlo con stivali dal magazzino militare; lui rifiuta: «mi bastava averlo aiutato». E la fama che si fa: «tutti in caserma venivano da me per farsi fare le iniezioni perché dicevano che avevo la mano leggerissima» — la stessa mano che avrebbe poi insegnato a sua moglie, tanto che se le facevano a vicenda, ridendo su chi facesse più male.
La porta che ha chiuso lui

Torna dal militare con un mestiere in mano, e per una volta la porta è pure aperta. Il dottor Arezzo, radiologo noto a Ragusa, dice al padre di Saro: «Non vi preoccupate, lo sistemiamo noi». Ma il posto salta fuori a Modica, non a Ragusa:
«A Modica per me era scomodo per via degli orari dei pullman, e quindi decisi di non accettare. Dissi: me ne vado in Germania.»
Il primo bivio della sua vita glielo aveva chiuso sua madre con la zappa. Il secondo, la povertà. Il terzo lo chiude lui, per gli orari dei pullman — e forse i pullman sono solo la superficie: sotto c’è un uomo cresciuto in una casa dove il mestiere te lo assegnavano gli altri, dove l’unica risposta seria a «cosa vuoi fare» era dove si guadagna, e subito. In Germania si guadagnava, e subito.
E lì trova la cosa che si è portato dietro per sessant’anni, che non sono i soldi ma una lezione di stile:
«Lavoravo in una grande azienda tessile dove si stampavano tessuti di nylon con centinaia di colori diversi. I figli del proprietario lavoravano in fabbrica accanto a noi e timbravano il cartellino come tutti gli altri operai.»

«Invece da noi, in Sicilia, un piccolo imprenditore compra subito la Mercedes o la Spider al figlio per farlo sentire superiore… molti qui si sentono grandi ma non hanno nulla dentro. La vera ricchezza è la modestia. Chi non è modesto non è grande.»
Chi non è modesto non è grande, detto da uno che a ventun anni ha ripulito un cranio aperto e non l’ha raccontato a nessuno per sessantaquattro anni, ha un peso specifico leggermente diverso da quando lo scrivono sui quadretti da appendere in cucina.
Mi è tornato in mente Kipling, quello del se sai parlare alle folle senza sentirti re, o intrattenere i re parlando francamente. E mi è tornato in mente l’uomo di Perfect Days di Wenders, quello che pulisce i bagni pubblici di Tokyo con la cura di un artigiano e non lo racconta a nessuno.
Ma soprattutto mi è tornato in mente un collega. Diciotto anni in punto vendita, e solo da poco si è scoperto per caso che è un programmatore fuori dal comune — uno di quelli che in un altro mondo starebbe nel reparto ricerca e sviluppo di Google. Sapete cosa ti dice? «Credimi, non ci vuole niente a fare questa cosa, se hai gli strumenti e sai come usarli.»
Ecco: quelli bravi davvero, mediamente, non te lo vengono a dire. E siccome non te lo vengono a dire, il posto lo prende qualcun altro.
Sembra una roba d’altri tempi, la modestia. E in effetti lo è: se metà del tempo che dedichiamo a curare un profilo LinkedIn lo dedicassimo a curare quello che sappiamo fare davvero, forse come paese saremmo un po’ meno affossati.
L’uomo che urlava
C’è una cosa che Saro mi ha raccontato a registratore spento, e che metto qui perché senza di lei tutto il resto si capisce a metà.
È la storia di un bambino caduto dal ponte di santa croce, ricoverato in condizioni tremende, che passava le giornate a urlare. Urlava e basta, giorno e notte, e non c’era verso di calmarlo — nè medici, nè infermieri, nè parenti.
Tranne quando arrivava Saro, bambino come lui. Con lui si zittiva.
Non perché Saro gli facesse qualcosa di speciale: non aveva medicine da dargli né niente. Semplicemente arrivava, si sedeva lì e stava con lui.
Ecco, io su questa cosa ci ho pensato parecchio. Perchè uno può anche dire che è una coincidenza, o che quell’uomo si era affezionato, e sarebbe una spiegazione ragionevole. Però messa in fila con tutto il resto — le otto punture nella notte, il cranio ripulito con la garza, il foruncolo del maresciallo, la mano leggera per le iniezioni — comincia a sembrare un’altra cosa. Comincia a sembrare che quest’uomo abbia addosso qualcosa che i malati riconoscono, e che si chiama semplicemente presenza: uno che non ha fretta, che non guarda l’orologio, che non è lì per mezz’ora.
La seconda cosa non è nemmeno un ricordo: è successa pochi giorni fa, qui, a due passi. Ci sono degli anziani suoi vicini, di quelli che stanno male e che non escono più, e Saro ha visto come vengono trattati. Ha visto i figli che non se ne prendono cura. Ha visto le badanti salire nella stanza, chiudersi dentro e mettersi a guardare la televisione, con l’ammalato lì a fianco. E lui, per la rabbia di vedere quella scena, si è preso un attacco di fibrillazione atriale.
Fermiamoci un attimo, perchè «mi è venuto un colpo» di solito è un modo di dire e qui invece è un referto. Non si è arrabbiato tanto: gli è partita un’aritmia. Il cuore di un uomo di ottantacinque anni che va fuori giri davanti a un vecchio lasciato solo in una stanza con la televisione accesa e la porta chiusa.
L’infermiere che non è mai diventato infermiere

L’ultima parte della registrazione è quella di sua moglie, ed è quella in cui parla più piano.
Di lei avevamo già parlato nella prima chiacchierata: i tomboli, i fuselli, il merletto con la donna di profilo, le ante dell’armadio aperte per vedersi la nuca mentre si tagliava i capelli da sola. Quella era la donna. Qui invece Saro mi racconta gli ultimi anni, e me li racconta da infermiere.
E prima di tutto il resto c’è una frase che mi ha detto senza enfasi, come si dice un dato: «non l’ho lasciata mai un’ora da sola». Tenetela in mente mentre leggete tutto quello che segue.
Era caduta e si era rotta il femore:
«Il femore è composto in un modo per cui, quando viene a mancare il calcio, l’osso scivola e si sgancia dall’articolazione. Non si spezza l’osso in sé, si sgancia.»
Alla visita di controllo si mette dietro il medico per vedere la lastra: «l’osso appariva bianco e pulito, e il medico mi disse: sua moglie ha il femore di una ragazzina!». Il resto lo elenca con la precisione di un referto. Il calcio che si era ridotto moltissimo per via delle troppe patologie, e lui che cercava di rimetterglielo dentro come poteva, con il latte, i formaggi, la pappa reale, «per rafforzargli le gambe». L’ischemia laterale per cui non appoggiava bene la gamba destra e cadeva spesso. La patologia legata al freddo, «per cui le mani le diventavano completamente nere» — e chi ha avuto in famiglia queste cose sa che a volte si comincia esattamente così, dalle dita che cambiano colore, e che dietro può esserci una malattia che con gli anni indurisce i tessuti dappertutto e non solo nelle mani. E infatti:
«Questa malattia le ha intaccato il piloro, che era diventato ruvido e ispessito come i vecchi sacchi di juta che si usavano per le carrubbe, al punto che non passava più nemmeno l’acqua.»
Come i vecchi sacchi di juta delle carrubbe. Un uomo che per raccontare quello che stava succedendo dentro allo stomaco di sua moglie è andato a prendere l’immagine dove ce l’aveva, cioè nel magazzino della sua infanzia, e nessun medico gliel’avrebbe spiegata meglio di così. Poi il bypass gastrico, e le crisi in cui l’aria mancava e si rischiava di soffocare
E la routine, che è la parte che zittisce:
«Mi chiedevano: “Ma come fai a stare sempre vicino a un malato?”. Io mi alzavo alle 4 del mattino, facevo tutte le faccende di casa, preparavo da mangiare e poi andavamo a lavorare in serra.»
Tonino lavorava a Ragusa, l’altro figlio faceva il parrucchiere a Santa Croce; di giorno dava il cambio sua sorella, la sera tornava lui. «Ne ho passate tante», dice, e passa oltre. I medici, sempre: «signora, lei è fortunata, ha un medico in casa!».
Ed ecco la frase che andrebbe stampata e appesa da qualche parte, perché la può dire solo chi c’è passato:
«Chi assiste i malati sa cosa significa; chi viene solo per mezz’ora non può capire i reali bisogni di un ammalato.»
In quella mezz’ora ci sto anche io, col telefono acceso e la granita che mi aveva preparato poco prima.
«Oggi la gente si dispera per delle sciocchezze, mentre la salute è l’unica cosa da salvaguardare davvero.»
Nel 1963 Saro aveva detto no a un posto da infermiere per gli orari dei pullman. Alla fine l’infermiere lo ha fatto lo stesso: non in corsia, non da giovane, ma negli ultimi anni di sua moglie, in una casa sola, senza stipendio e senza nessuno che gli timbrasse il cartellino. Quello che suo padre gli aveva tolto con «quella è la sua penna», e quello che poi si era tolto da solo per una questione di corriere, gli è tornato indietro dalla porta di servizio — con sessant’anni di ritardo, e proprio addosso alla persona a cui teneva di più.
E poi, mentre ci stavo ancora ragionando, mi sono accorto che era tardi. «Sento che tua moglie tu sta chiamando», mi ha detto lui. Mi stava chiamando davvero, era ora di andare a mangiare.
Coda: la zuppa di ceci, il risotto nel congelatore e un commento sul blog

Le prime sono i saluti. Perchè stare seduti a un tavolo con Saro a Marina significa che ogni dieci minuti passa qualcuno — Salvatore, un vicino, uno che rientra dal mare — e allora ci si ferma, ci si scambia due battute, si riprende. Nella registrazione questi pezzi sono un rumore di fondo continuo, e riascoltandoli mi sono accorto che sono la prova di quello che stiamo raccontando: quest’uomo vive ancora dentro un paese dove le persone si fermano. È esattamente la stessa cosa dei dieci chilometri al buio da Santa Croce, solo in versione da fermo.
Poi c’è quando arrivano Giuliana ed il mio piccolo Edoardo, che si era addormentato, e si finisce a parlare della cena — oggi zuppa di ceci e pane — e Saro racconta con evidente orgoglio del pentolone di risotto che ha preparato e che tiene in congelatore diviso in porzioni. Un uomo che si alza alle quattro del mattino per mandare avanti una casa e un’ammalata, e che si congela il risotto in monoporzioni per non doverci pensare: c’è tutta una biografia dentro un congelatore, se uno ha voglia di leggerla.
Infine, guardando Edoardo, dice:
«Mi piacciono molto i bambini. Avrei tanto voluto avere una figlia femmina, ma mia moglie ha avuto due maschi. Il secondo è nato il 18 agosto del ’78, mio figlio Francesco ha fatto proprio ieri 48 anni. Quando è nato, un mio compagno mi disse: “Speriamo sia femmina!”. E invece l’ostetrica esce e dice: “Masculazzo!”.»
Ora, se avete letto i commenti sotto la prima puntata, quel nome vi dice qualcosa. Perchè Francesco — quello del «Masculazzo!», quello che ha compiuto 48 anni il giorno prima di questa registrazione — è passato di qui e ha scritto sotto l’articolo che si era commosso a leggere le storie che suo padre gli racconta ancora oggi.
Non so bene come dirlo senza sembrare retorico, quindi lo dico male e amen: mi ero messo a registrare un vicino di casa tanto per non far perdere delle storie, e mi sono ritrovato con un figlio che legge la vita di suo padre su un blog il giorno dopo il suo compleanno. Non era previsto, ma è esattamente il motivo per cui vale la pena continuare.
Ho riascoltato tutto tre volte anche stavolta, e alla fine la cosa che mi resta non è nessuno dei singoli episodi, ma una specie di figura geometrica.
Nella prima puntata avevo trovato gente che risolveva problemi con quello che aveva in casa: un ingegnere che usava il mare come livella, una donna che usava due ante d’armadio per vedersi la nuca. In questa ho trovato la stessa identica cosa, solo applicata a una persona sola. Un bambino a cui hanno detto che la sua penna era una zappa, e che poi per ottant’anni ha continuato a scrivere lo stesso: con le mani dentro i trafori, dentro le casse delle acciughe, dentro la testa aperta di un ragazzo di Trento, e infine intorno alla gamba di sua moglie. Non gli hanno dato lo strumento, gli hanno dato solo il problema, e lui si è arrangiato.
Il ritratto di Nastassja disegnato a diciassette anni, la maestra Ferrera che si offriva gratis, il posto all’ospedale di Modica: in questa famiglia le porte si chiudono da tre generazioni, e ogni volta qualcuno trova comunque il modo di fare la cosa per cui era nato, solo senza titolo, senza stipendio e senza che nessuno se ne accorga.
Ed è per questo che la domanda che Saro mi aveva fatto all’inizio — ma perchè di questa persona non parla nessuno? — adesso a me suona un po’ diversa. Non parlava soltanto dell’ingegnere.
Grazie Saro. E alla prossima chiacchierata.
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