(seconda puntata)
Alla prima chiacchierata Saro mi aveva chiesto: «Da dove cominciamo?». Stavolta no, aveva già deciso lui. Mi sono seduto, ho appoggiato il telefono sul tavolo, e prima ancora che potessi aprire bocca è partito: «La prima cosa che devo fare è chiedere di una persona».
«Io voglio sapere se la gente, specialmente a Scicli, si ricorda dell’ingegnere Emmolo. Se si ricorda di questa persona per il bene che ha fatto per tutta la zona costiera. Perché di questa persona non ne parla nessuno. Perché non se ne parla?»
Prima di tutto il resto, c’era un conto da saldare con un morto. Eccolo qui, allora — e se qualcuno ha una risposta alla sua domanda, i commenti sono aperti.
L’uomo che ha costruito “il pisciotto”

Nella prima puntata l’ingegnere Emmolo era comparso di sfuggita, l’uomo dei trafori, quello che «usava il mare come livella». Saro lo rimette in gioco da un altro lato, quello del Pisciotto.
«Intanto è stato quello che ha fatto costruire la fornace che è bruciata, lì, dopo Sampieri. Quella del barone Penna. L’ingegnere era lui, capito? Parlo del 1912, eh.»
Il Pisciotto.
Sono andato a controllare: la Fornace Penna fu effettivamente costruita tra il 1909 e il 1912 su progetto dell’ingegnere Ignazio Emmolo. Sorgeva lì per ragioni molto concrete: il mare abbastanza profondo per le navi, la ferrovia vicina, l’argilla a poche centinaia di metri.
Saro però non sta facendo storia dell’architettura. Sta parlando di un uomo. Ad un certo punto infatti, quasi distrattamente, aggiunge: «suo fratello era notaio e aveva un figlio cieco, e questo si è presentato pure per le elezioni». Della famiglia Emmolo sa tutto — chi faceva il notaio, chi era cieco, chi si era candidato. Gliel’ho chiesto, come faceva a saperlo:
«Siccome io da bambino giravo sempre, perchè avevo questa mania di non stare fermo, sapevo tutti i punti a Scicli dove andare, dove non andare e tutte queste cose, capito?»
Non ha studiato niente, non ha letto niente: ha camminato per Scicli dalla mattina alla sera per anni, con gli occhi e le orecchie aperti, e si è preso tutto. La stessa smania per cui a casa le prendeva ogni sera.

Poi, la fornace brucia ed Emmolo, che di quella fabbrica era stato progettista e a lungo rettore, rispose all’evento con una frase rimasta famosa: «Non una sola ora, non una sola lira per il Pisciotto». Tradotto: non ci rimetto piede, non ci rimetto una lira, è finita. Quindi passa all’acqua!
«Nel ’45 si sono messi d’accordo per fare… siccome c’era questa grande palude, diciamo, dove c’era una sorgente che erogava una quantità enorme d’acqua.»
Qui faccio una piccola nota necessaria. La scorsa volta Saro mi ha detto 500 litri al secondo, qui precisa 1500 e mi dice «l’ho chiesto al vicino, perchè non ero sicuro se ricordavo bene». Quindi sono 1500 litri, e questo è il dato confermato!
La sorgente di Mussillo, però, è il centro del racconto.
«Hanno fatto delle gallerie, no? Perché l’acqua era immensa. Quando pioveva si riempivano di detriti e dovevano pulire queste gallerie. Io ci andavo con mio padre e mio zio. Li trasportavano con un camion che si chiamava “il 34” (probabilmente un Fiat 634). La strada non era asfaltata da Scicli fino ad arrivare lì.»
Saro aveva sei anni. Non lavorava nei trafori: me lo ha precisato lui, «io guardavo, avevo sei anni, non è che facevano lavorare a me».
Però era lì.
E una sera, tornando a casa, il camion prese un salto.
«La forchetta era nello zainetto dove c’erano le cose da mangiare. Col balzo che c’è stato la forchetta mi è entrata nella gamba. Minchia, sangue, ti immagini tu! E ho ancora il ricordo qua.»
Me lo indica.
La cicatrice è ancora lì. Ci ho pensato dopo, tornando a casa, ed è una cosa che mi ha messo addosso una specie di tenerezza strana: di tutta la grande opera idraulica che ha cambiato questo pezzo di Sicilia — le gallerie, le condotte, i milioni di metri cubi, il boom del pomodoro, le case che ci abitiamo — l’unica traccia fisica che io ho potuto vedere con i miei occhi, seduto a un tavolo a Marina di Ragusa nel 2026, è il segno sulla gamba di un bambino che andava a pulire i trafori con il padre e lo zio.
Poi torna all’ingegnere.
«Tu ti immagini il percorso che ha fatto dalla strada di Santa Croce a Scicli? C’erano anche le montagne da attraversare e lui diceva: “L’acqua va sempre verso il mare. Sapendo tracciare le cose, l’acqua va sempre verso il basso”.»
E poi la frase che mi aveva già raccontato nella prima puntata:
«La livella era il mare, capito? Mettevi i listelli e guardavi il mare. Non si sbagliavano nemmeno di un centimetro. Ora hanno tutti i computer…»
Qui si mette a ridere.
L’ammirazione per quell’uomo, invece, è serissima.
«È arrivato fino a Sampieri con l’acqua. Tu immagini che persona ingegnosa che era? Questa è una cosa che mi stava a cuore veramente.»
E infatti è da lì che aveva voluto cominciare.
La figura di Emmolo però resta per me una questione aperta. Le fonti che ho trovato collegano Ignazio Emmolo sia alla Fornace Penna sia alle opere irrigue del territorio, ma l’ingegnere che si laureò nel 1895 sarebbe stato molto anziano quando l’acqua di Mussillo arrivò sulla costa nel 1953. Potrebbe benissimo essere lui; potrebbe esserci di mezzo un omonimo della stessa famiglia. Non lo so, ma visto che Saro li tieni insieme, preferisco lasciarlo scritto così.
«Quando è arrivata l’acqua, la gente ha incominciato a comprare i lotti per fare la casa. Grazie a lui. Perché prima si moriva di fame.»
Su questo torneremo. Perché nel 1953 Saro aveva dodici anni e la trasformazione di questa costa se l’è vista passare davanti agli occhi.
Prima però era stato bambino.
E bambino, nel suo caso, significa tutt’altra cosa.
Sei anni, otto chilometri e i cetrioli che erano meloni

«A sei anni, io e altri due bambini siamo andati a Donnalucata a fare il bagno. A piedi.»
Se conoscete la strada da Scicli a Donnalucata, fermatevi un attimo su quell’«a piedi». Avevano solo sei anni e avevano fatto 8 km sotto il sole.
«Allora non si incontrava nessuno. C’era qualche carretto con l’asino, qualche bicicletta, ma macchine non ce n’erano. Siamo partiti la mattina, siamo andati a fare il bagno, ci siamo spogliati nudi, eravamo bambini, non c’era nessuno. Allora c’era solo la sabbia.»
Al ritorno vedono un campo pieno di meloni gialli ancora piccoli.
Per loro sono cetrioli.
«Abbiamo visto: “Ragazzi, qua ci sono i cetriolini!”. Abbiamo saltato il muro e stavamo raccogliendo quando ci arrivano i primi sassi! C’era uno che aveva una capanna e appena ci ha visto ci ha tirato i sassi.»
Scappano col bottino. E se lo mangiano.
«Sai la fame che c’era. Erano pure umidi, avevano acqua dentro. E siamo arrivati dove c’era il ponte e poi la salita di Cirasella.»
Lì incontrano una donna che sta lavando la biancheria vicino a un pozzo artesiano.
«Le domandiamo: “Signora, ce la può dare un po’ d’acqua?”. E lei: “Sì, figli miei, venite qua”. Ci siamo abbuffati d’acqua dopo tutti quei cetrioli… mal di pancia a non finire!»
Anche se tendiamo a credere che a quei tempi non ci fosse inquinamento, bere acqua da un pozzo artesiano era tanto rischioso quanto farlo da una pozzanghera in mezzo alla strada, ma la sete comandava su qualsiasi prudenza.
Mancavano ancora tre chilometri prima di Scicli quando un uomo che conosce la famiglia lo vede.
«Mi fa: “Ma guarda che ti cercano tuo padre e tua madre! Dove sei stato?”. Io: “Ero qua che giocavo”. Mi guarda e fa: “No, no, no. Tu sei stato a fare il bagno a Donnalucata. Ancora hai le scarpe piene di sabbia”.»
Non aveva calcolato che sulle sue scarpe c’erano le prove di quell’uscita. Ma sapeva benissimo cosa lo avrebbe aspettato a casa.
Prima di raccontarmelo, Saro si ferma:
«Quello che ho preso, lo posso dire?»
Certo che lo puoi dire.

«Mia mamma mi ha bastonato col mattarello! Ma di santa ragione!»
Ride.
E immediatamente, ottant’anni dopo, prende le difese di sua madre.
«Perché diceva: “Te ne vai lì, puoi annegare, può succedere di tutto”. Questo è il discorso. L’incoscienza dei bambini non ha fine, capito? Un bambino una ne pensa e cento ne fa. Ma io ero fatto così, Nico. Non c’era niente da fare. L’indomani ne facevo un’altra.»
Le sere a guardare le partite a briscola

A sette anni la famiglia torna a Marina e Saro viene iscritto alla seconda elementare.
Si ricorda il maestro e l’odore delle sigarette che fumava; il posto dove abitava, i nipoti.
Ma soprattutto si ricorda quello che faceva la sera.
«Io non ero uno normale, perché in estate tutte le sere andavo giù in piazza e rientravo alle dieci e mezza, alle undici. Arrivavo e c’erano botte, perché io dovevo guardare quelli che giocavano a carte.»
Quel verbo è suo: dovevo. Non volevo, non mi piaceva: dovevo. Un bambino di sette anni che ogni sera scende in piazza sapendo perfettamente che al ritorno le prende, e ci scende non per giocare con gli altri bambini ma per stare in piedi, zitto, dietro le spalle degli adulti che giocano a carte.
Il quadretto è da film: il farmacista Scribano, un cavaliere con un genero siracusano di cognome Messina, un altro signore il cui nome si è perso, e un autista della SAIS. Quattro, il numero esatto per la briscola a coppie. Loro seduti, e dietro di loro, in piedi, due bambini: Saro e un suo compagno che si chiamava — e qui il caso è un poeta — Giovanni Emmolo.
«Ci mettevamo dietro per imparare come si giocava a briscola. Tutte le sere erano botte a casa, non c’era niente da fare. L’indomani sera era la stessa cosa. Avevo queste manie.»
Poi arriva il 1949, arrivano gli otto anni, e la faccenda si chiude da sola.
«Nel ’49 questa cosa finisce perché in estate dovevo andare a zappare gli arachidi, i fagioli, i carciofi e tutte queste cose. Quindi ero già stanco. Appena arrivavo mi mettevo a letto, buonanotte.»
D’inverno non cambiava molto.
«Uscivo da scuola e dovevo andare in campagna ad aiutare mio padre in quello che c’era da fare.»
Quando, nella prima registrazione, gli avevo chiesto a che età si cominciasse a lavorare, mi aveva risposto otto anni. Allora non ci avevo fatto troppo caso, l’avevo presa per un dato anagrafico come un altro… adesso invece mi rendo conto che è l’esatto momento in cui gli finisce l’infanzia.
Perchè guardate come si è risolta la storia delle botte serali. Non l’ha vinta sua madre col mattarello, non l’ha vinta nessun adulto spiegandogli che a quell’ora i bambini stanno a letto: l’ha vinta la zappa. E la differenza non è da poco, perchè quella curiosità lì nessuno gliel’ha corretta e nessuno gliel’ha tolta, gliel’hanno semplicemente prosciugata. Un bambino che smette di scendere in piazza non perchè abbia capito qualcosa, ma perchè alle nove di sera non si regge più in piedi.
Difficile dire se è anche grazie a ciò che non ha avuto, che Sarò è diventato oggi la persona che mi sta davanti, o se con le possibilità che oggi si danno per scontate, sarebbe potuto essere una persona diversa, forse più realizzata… personalmente non lo credo, al contrario, sono state proprio quelle difficoltà ad aver temprato uomini come lui, ad avergli dato la consapevolezza che ogni conquista fosse stata solo merito loro.
Lo schiaffo

A scuola era una frana, e lo dice con una lucidità rara: «io ero mediocre a scuola, mediocre nel senso che ero svogliato», «mi rimaneva in testa quello che sentivo, ma ero svogliato, te lo dico». Rimandato in aritmetica in terza, promosso in quarta solo grazie al commendatore Gulino, il vicedirettore — che aveva avuto sua sorella come alunna e se la ricordava perché a sei anni «la metteva sulla cattedra e lei leggeva il giornale» — e per simpatia verso quella bambina spinge avanti anche il fratello svogliato: «questo è promosso, stop, vai in quarta e arrivederci».
Lo stesso Gulino che la domenica li metteva in fila per la messa e li interrogava sulle assenze: «lui era un fascista, un caposquadra fascista qua a Marina» — e a me questa cosa nei racconti di Saro piace parecchio, perchè le persone non sono mai di un pezzo solo: lo stesso uomo lo promuove per gentilezza e lo inquadra per ideologia, e chi cerca i personaggi tutti buoni o tutti cattivi farà bene a cercarseli altrove.
In quarta, nel salone grande di fronte alle suore, un cane con le orecchie lunghe passava nel corridoio vicino al suo banco.
«Siccome io ero all’ultima fila, vicino alla finestra ed al corridoio, il cane passava di lì. Appena passava, io gli tiravo la coda e lui faceva “wof”. Il maestro si alzava: “Cos’è?”. Ma non capiva.»

Finché un giorno il maestro se ne accorge:
«Appena ha visto che il cane faceva quel verso nei miei confronti, si alza, mi dà uno schiaffo di quelli che mi ha rivoltato la faccia al contrario e mi dice, col dito puntato: “Tu devi diventare il migliore della classe! Perché tua sorella a sei anni leggeva il giornale. Tu non sei stupido, sei solo svogliato. Devi diventare il migliore della classe!”.»
Poi Saro si ferma e mi punta il dito contro dicendo:
«Si è chiusa una parentesi. Mi ha cambiato letteralmente la vita, Nico’.»
Da quel giorno studia.
«Ho dimenticato di giocare, ho dimenticato di uscire. Tornavo da scuola, facevo i compiti, mi mettevo a studiare. Mi è cambiata completamente la testa. Non lo so che cosa sia successo.»
Una cosa la dico chiara: uno schiaffo in faccia a un bambino di nove anni non è un metodo didattico, non lo era allora e non lo è adesso — per ogni Saro “svegliato” ci sono stati mille bambini che da quello schiaffo si sono portati a casa solo la vergogna. E lo dice meglio di me lui stesso: «uno schiaffo ti può far sbandare la testa e farti cambiare in peggio, oppure in meglio».
Il maestro che gliel’ha dato era Gulino, lo stesso della promozione per simpatia e delle assenze contate in chiesa: la scorciatoia, il fascista, la mano e la frase che gli ha cambiato la vita — un uomo solo, non un personaggio tutto d’un pezzo. Ma quello che conta, secondo me, non è la mano: è la frase. Tu non sei stupido. Il resto lo dice il seguito: a febbraio Gulino torna dal viaggio di nozze coi confetti, la moglie chiede chi sia il migliore della classe.
«Tutti hanno indicato me: “Paolino!”.»
E lui ancora oggi si affretta a correggere il registro.
«Io dicevo: “No, ce ne sono altri bravi”. C’era Salvo Carnemolla, che poi è andato in America. E c’era Lina Savi…»
Ed ammette il suo limite.
«Io eccellevo in tutto tranne che in bella scrittura e in italiano. In quello ero negato.»
Questa, concedetemela, è una delle poche cose che voglio commentare.
L’uomo che da settimane mi sta raccontando ottant’anni di vita con tempi, immagini, pause e battute perfettamente piazzate era «negato in italiano».
La vita ogni tanto ha un senso dell’umorismo notevole.

«Il 7 è la sua penna»

In quinta arriva Maria Ferrera, una maestra di Ragusa.
Di lei Saro ricorda dove abitava, la strada, la tabaccheria della sorella. Ma soprattutto ricorda il modo in cui lo trattava.
«Lei ha capito l’andazzo com’era. Io ormai ero quello che doveva fare da traino agli altri ragazzi.»
A marzo spiegava la carta geografica.
«La geografia, la storia, le scienze. Quando spiegavo le cose ai ragazzi la maestra mi guardava ammirata per come parlavo, per come spiegavo i fiumi, le capitali europee. Diceva che ero un bambino che prometteva.»
Ma l’italiano continuava ad essere il problema.
«Quando dovevo fare un tema il mio pensiero volava altrove. Non pensavo a quello che scrivevo, pensavo a tante altre cose. Non riuscivo a concentrarmi. E la maestra mi diceva: “Paolino, ma perché?”. “Non lo so, maestra. Non lo so”.»
A volte se lo portava perfino a casa per correggere i problemi.
I voti sono ottimi. Saro ricorda tutti 9 e 10, tranne un 7 in italiano che, dice, «forse nemmeno meritavo».
Saro poi divaga, come fa spesso, con mini-racconti che infila dentro il racconto principale che non ti distraggono affatto ma che al contrario rendono piacevole tutta la conversazione. Visto che parla di voti e di pagelle, parla anche di Religione: «la religione non mi interessava, ma per fare la prima comunione dovevi seguirla». E torna ancora sul vicedirettore Gulino che teneva il conto di chi la domenica non si presentava in chiesa. Il dettaglio che però mi è rimasto è un altro, ed è di quelli che raccontano un’epoca meglio di un saggio: in chiesa i bambini stavano seduti a terra o in ginocchio, con i pantaloni corti. «Ti immagini il dolore alle ginocchia… ma lasciamo perdere.» Lasciamo perdere sì, però intanto ce lo ha detto.
Il mini racconto finisce in fretta ed arriva l’episodio che dà il titolo a questo pezzo.
La maestra Ferrera decide che quel bambino deve continuare. Chiede quando può trovare i genitori in casa. E una sera attraversa la strada: la casa è praticamente davanti al posto in cui io e Saro stiamo registrando questa conversazione.
Si rivolge al padre: «Signor Paolino.»
«Gli dice: “Suo figlio deve continuare a studiare”.»
Per proseguire gli studi bisognava sostenere un esame di ammissione a Santa Croce e la maestra si offre di prepararlo… gratuitamente. Ma il punto non era il costo delle lezioni private:
«“Maestra, mio figlio ce l’ha già un mestiere. Quella è la sua penna.”»

La penna era la zappa che a quei tempi veniva chiamata “il 7” perchè aveva la forma di quel numero.
«La maestra se n’è andata sconsolata, sai? Io sono andato a letto a piangere a non finire. Perché ormai mi piaceva, mi ero incanalato in quella via. È finita lì. Questa cosa mi ha cambiato la vita: sono andato a lavorare in campagna.»
E qui sento il bisogno di dire la mia perchè è molto facile, oggi, arrabbiarsi con quel padre. Perchè noi privilegiati che siamo abbiamo vissuto a cavallo tra il 20° ed il 21° secolo comprendiamo a stento il vero significato della parola sopravvivenza e ci riesce difficile accettare che c’erano famiglie dove un figlio di dieci anni era già una parte del reddito: studiare voleva dire non lavorare, ma non solo… voleva dire soprattutto pagare libri, spostamenti, anni di scuola.
Non so se suo padre abbia mai considerato la possibilità di far continuare suo figlio, ed è probabile che questo sia un segreto che si è portato nella tomba, ma sicuramente era consapevole che non poteva permettersi di lasciarlo andare, non poteva permettersi la speranza.
Detto tutto questo, che è vero e che va capito, resta un bambino che quella sera ha pianto fino ad addormentarsi.
«Io sono andato a letto a piangere a non finire.»
Ed un’eco arriva da lontano, quella della scorsa puntata dove Saro mi raccontava di suoi figlio Tonino e di come il suo talento nel dipingere non sia arrivato da nessuna parte. Non era solo dolore di padre: è un uomo che riconosce una cosa perché l’ha già vista succedere a se stesso.
La pesca miracolosa

Sempre nel 1949 succede una cosa che Saro non ha dimenticato.
È Pasqua.
«Le barche che pescavano il pesce azzurro rientrano tutte cariche fino all’inverosimile. Tutte, eh? Lo sai lo scafo quant’era sopra l’acqua? Venticinque centimetri! Tanto erano piene. Le sarde erano grosse, bellissime. Durante la guerra il pesce si era riprodotto tantissimo senza essere disturbato dalle bombe. Era un ammasso immenso di pesci in movimento.»
E già, mentre gli uomini si ammazzavano tra di loro, il mare aveva iniziato a ripopolarsi.
Ma a Saro interessano soprattutto quei tre giorni.
«Siamo andati tutti a lavorare nei magazzini: Pasqua, lunedì dell’Angelo e martedì. Noi bambini dovevamo togliere le teste alle acciughe, mentre le sarde si salavano intere con la testa.»

Poi fa l’inventario della catena.
«C’era chi separava le sarde dalle acciughe, noi bambini toglievamo le teste e gli altri portavano il pesce nei recipienti di argilla o nelle latte per salarlo.»
Il pesce fresco marcisce in poche ore e il paese non poteva assorbirlo tutto: bisognava avvisare i compratori grossi di Siracusa e Catania, e in fretta.
«Tramite il fonogramma dall’ufficio postale, che allora era dove c’è la Banca Agricola, hanno avvisato tutti i commercianti di Siracusa e Catania.»
Il fonogramma era un telegramma dettato a voce: si andava all’ufficio postale, si dettava il messaggio (si pagava a parola), un impiegato lo trascriveva e lo dettava per telefono all’ufficio della città di arrivo, dove un altro impiegato lo trascriveva di nuovo e un fattorino lo consegnava a mano; se vogliamo il WhatsApp del 1949.
Ad ogni modo, anche se lento, il servizio aveva portato i compratori:
«C’era un certo Don Biagio che faceva da mediatore tra i pescatori e le società che venivano a comprare il pesce.»
E la famiglia Paolino lavorava tutta.
«Eravamo in quattro: io, mia sorella, mia mamma e mio papà. Ci pagavano a cassetta, circa cento lire a cassetta, quindi più ne facevi e più guadagnavi.»
Sorride.
«Abbiamo passato una Pasqua con le tasche piene di soldi!»
Gli chiedo se sia successo altre volte.
«No.»
Forse bisognava aspettare un’altra guerra. E siccome la messa la domenica la faceva per obbligo ma certe immagini se l’è tenute, la definisce così:
«È stata una pesca miracolosa, come quella di cui parla Gesù nel Vangelo. Una cosa mai vista.»
Quelle giornate di pesca avevano riportato la popolazione marina allo stato precedente e nei mesi successivi, oltre al pesce che scarseggiava, quelli di Mazzarelli dovevano fare i conti anche con lai terreni che erano asciutti.
«Negli anni ’49, ’50 e ’51 c’era sempre crisi perché i terreni erano ancora a secco. C’era soltanto una striscia dove arrivava l’acqua. Si andava a zappare il grano, l’orzo, a raccogliere olive, carrube, mandorle. Quella era la nostra vita. Io mi ero rassegnato.»
E poi torna il suo anno spartiacque. Il 1953.
«Quando è arrivata l’acqua di Mussillo è cambiato tutto. C’è stato il boom dei pomodori. I commercianti venivano da Catania, da Acireale.»
Ricorda i nomi: i fratelli Gambuzza ed un commerciante siracusano di cognome Reale.
«Ha comprato tantissimi pomodori, saranno stati una ventina di vagoni. Con quell’acqua la gente ha cominciato a fare soldi e ha incominciato a comprare i lotti per farsi la casa, dando un anticipo e poi pagando piano piano. Entro il ’56-’57 tutti avevano la loro casa qui.»
Ecco, la prossima volta che passate per la via Duilio tenete presente che quelle case non le ha costruite l’edilizia, e nemmeno il turismo: le ha costruite l’acqua. Una sorgente in contrada Mussillo, un ingegnere che sapeva tracciare le pendenze e un decennio di pomodori.
E lui questa parentesi decide di chiuderla così:
«Ci riposiamo un po’ che ti devo dare qualcosa da bere. Che vuoi?»
«Un po’ d’acqua. Decidi tu.»
«Ti faccio la menta con la granita!»
Mamma mia.
Va benissimo.

Le mandorle, la bacchetta d’ulivo e la vendetta

Dopo la pausa torniamo al 1952.
Nella zona dove oggi si fa il mercato c’erano alberi di mandorle ed ulivi.
«I commercianti compravano le mandorle direttamente sugli alberi. Dovevano formare la ciurma per raccoglierle. I nostri padri battevano i rami con le pertiche, noi bambini raccoglievamo le mandorle e le donne toglievano la buccia verde. Era una catena di montaggio.»
C’era anche un uomo incaricato di sorvegliare i bambini.
Un giorno il cugino di Saro gli risponde male. Il guardiano prende una bacchetta verde di ulivo e lo colpisce.
«Mio cugino gliela strappa dalle mani e gli dà una mazzata in faccia! È successo il finimondo, Nico’! Botte da orbi! Noi bambini siamo scappati tutti.»
La storia poteva finire lì ma non è certo in questo modo che si chiudevano fatti del genere nella Sicilia degli anni 50.
Nel pomeriggio arrivano lo zio e il cugino. La madre di Saro cerca di fermarli.
«Mia mamma diceva: “Lascia perdere, ormai è passata”.» E lui: «No, Peppina, lassa stari, m’haju a jiri a parrari cu chissu ca cci desi lignati a mè figghiu e a mè niputi… cci vogghiu dari vasuni ntâ frunti!.» (Traduzione: “No, Peppina, lascia stare, io devo andare a parlare con questo che ha picchiato mio figlio e mio nipote… voglio dargli dei bacioni sulla fronte!”)
L’uomo, intuendo l’aria che tira, si era nascosto in una casetta dove tenevano fieno e paglia. Ma, ahimè, lo trovano.
«Mio cugino dà un calcio alla porta, la apre e lo hanno massacrato di botte. Ma gliele hanno date di santa ragione!»
Quando tornano, la madre domanda:
«Che avete fatto?»
«Niente. Lo abbiamo accarezzato. Così impara che i picciriddi degli altri non si toccano.»
Venti giorni di referto, racconta Saro.

Un paradosso che tiene insieme mezza mentalità di questa terra: in casa i figli si prendevano il mattarello e nessuno diceva niente, ma se li toccava uno da fuori si andava a spaccare le porte a calci. Non ipocrisia — un’idea molto precisa, quanto si vuole sbagliata, di chi ha giurisdizione su un bambino.
Saro chiude invece il racconto con una storia che cambia completamente scenario:

«In quello stesso anno, siccome doveva arrivare l’acqua di Mussillo, hanno estirpato tutti gli alberi di mandorle e di ulivo per fare campo libero e coltivare pomodori e zucchine.»
Un anno raccoglievano le mandorle. L’anno dopo gli alberi non c’erano più. E quegli alberi finirono nelle carbonaie.
Le notti davanti alle fosse di carbone

«Quando hanno estirpato tutte le piante, mio padre con un signore che si chiamava Sebastiano Elia facevano le fosse di carbone.»
A questo punto mi fermo e lascio parlare lui, perché la costruzione di una carbonaia non saprei descriverla meglio.
«Si tagliava tutta la legna. I tronchi li tiravano con la corda gli asini o i muli per metterli tutti insieme. Poi si faceva come una cupola, preciso come una cupola di chiesa. Si mettevano i tronchi uno ad uno a girare, fino ad arrivare sopra e si lasciava lo sfiatatoio.»
Sul fianco rimaneva una piccola apertura.
«Una specie di porticina, e lì si accendeva il fuoco. Ma prima mettevano tante frasche (foglie) e poi coprivano tutto di terra.»
«Per non fare entrare troppa aria?»
«Esatto. Perché se prendeva troppa aria faceva fuoco. Invece doveva diventare carbone.»
Quel carbone lo vendevano venticinque lire al chilo, e per evitare che la terra cedesse permettendo al fuoco di incenerire tutto, gli uomini della zona dovevano sorvegliare la carbonaia, giorno e notte. E a volte era il turno di Saro e suo padre:
«Io la notte andavo con mio padre e sentivo le cicale che cantavano. Dormivamo lì sotto gli alberi. E c’era la fossa del carbone che dovevamo guardare.»
Il paesaggio agricolo che stava sparendo diventava carbone sotto gli occhi di un bambino.
«Poi si cresce», chiude lui, «il tempo diventa galantuomo, si diventa più indipendenti e si va a lavorare».
Cento lire per stare in prima fila

Ma visto che gli viene in mente un’altra storia, anzichè raccontarmi di quando inizia a lavorare, torna ancora a quando era bambino.
Sempre in quinta elementare, arriva a Marina una compagnia di saltimbanchi da Piazza Armerina — sette persone, il figlio finì in classe con Saro — che allestisce un teatro dove oggi c’è il Banco di Sicilia, sfruttando un dislivello: cinquanta lire sotto, cento sopra, tra i signori. Sceneggiate napoletane, La sepolta viva, La cieca di Sorrento, le feste di Sant’Agata e San Pietro.
«Quando avevo undici o dodici anni, per la festa di San Pietro andavo a Modica dai miei nonni. C’era un cantastorie che metteva un cartellone con i disegni e raccontava le storie cantando. Tutta la gente si metteva in cerchio e io stavo in prima fila per due ore a guardare.»
Che storie?
«Il bandito calabrese Musolino. Salvatore Giuliano. Io ero affascinato.»
Poi un sabato viene pagato per il lavoro della settimana.
«Dico a mia mamma: “Stasera vado a teatro”. Lei dice: “Va bene, ma appena finisce torna a casa”. »
Saro va. E decide di fare il signore.
«Sotto si pagavano 50 lire. Sopra era la zona dei signori e si pagavano 100 lire. Mi sono messo sopra, in prima fila. Ho pagato cento lire.»
Quando lo spettacolo finisce, torna a casa. Come sempre, consegna il guadagno alla madre.
Lei conta.
«“Mancano cinquanta lire.” E io: “Mamma, mi sono messo in prima fila a teatro!”. “Ah, in prima fila ti sei messo?”»
Pausa.
«E mi ha dato tante di quelle mazzate, Nico’!»
La regola gliela spiega immediatamente:
«“I soldi li devi portare a me. Sono io che devo gestire le spese della famiglia, non devi fare di testa tua.”»
Tutto il denaro guadagnato dai figli andava a casa… quasi tutto.
«Se invece lavoravamo di domenica, quei soldi potevamo tenerli noi.»
Ci pensate? Dentro un sistema di requisizione totale del salario esisteva già, nel 1952, in una casa di braccianti, la nozione di straordinario festivo. Non gliel’aveva insegnata nessun sindacato: era il buon senso di una donna che sapeva perfettamente che senza una piccola quota di libertà personale la macchina si rompe.
Dietro il pastrano

Più avanti nella registrazione Saro torna al cinema.
«Da bambino c’erano due film che mi erano rimasti impressi: Mezzogiorno di fuoco e Il ladro di Bagdad.»
Il ricordo del Ladro di Bagdad è nitidissimo.
«C’era quella dea Kalì con tutte quelle braccia. Mi faceva paura, mi rimpicciolivo sulla sedia.»
Per entrare servivano 35 lire. Se non le avevi? Semplice.
«I reduci della guerra avevano quei pastrani lunghissimi d’inverno, arrivavano quasi a terra. Noi ragazzi ci nascondevamo vicino al cappotto di qualche adulto, fingendo di essere suo figlio, ed entravamo gratis!»
Dietro il pastrano: è una delle tante immagini che si formano naturalmente sopra la mia testa quando ascolto Saro. E riascoltando la registrazione mi sono accorto che ce n’è un’altra che continua a tornare.
C’è un bambino che compare tre volte, in tre punti diversi del racconto, ed è sempre nella stessa posizione. È in piedi dietro le spalle di quattro adulti che giocano a briscola, alle undici di sera, sapendo benissimo che a casa lo aspettano le mazzate. È in piedi in un cerchio di gente a Modica, due ore, davanti a un uomo con un cartellone dipinto che canta la storia di Musolino. Ed è seduto a teatro nel posto dei signori, con cinquanta lire in più che non avrebbe dovuto spendere.
Sempre lo stesso posto: davanti a qualcuno che racconta.
A quel bambino suo padre ha detto che la sua penna era il 7, e aveva le sue ragioni, e ho provato a spiegarle. Però settantacinque anni dopo, in prima fila, ci sto io — con il telefono acceso. E la storia la racconta lui.
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Grazie grazie grazie! Leggere la storia dello zio Saro mi riempie il cuore. Sono la figlia della sorella di Saro che a 6 anni leggeva il giornale.
Stai facendo veramente una cosa meravigliosa per lo zio e raccontando di lui stai mostrando il suo vero talento nascosto: lui è un artista speciale e non c’è limite di età per mostrarsi tale! Grazie
Ciao irene… felice di ritrovarti qui e grazie per le tue parole. Mi è piaciuto molto ascoltare i racconti di tuoi zio davanti ad un bicchiere della sua bevanda speciale alla menta, credo che rispetto a noi ed alle nostre mille distrazioni quotidiane, gli uomini di quella generazione vivessero delle vite molto più intense; e questo non solo perchè la vita era più dura ed ogni singolo momento di felicità si fissava per sempre nella memoria (anche una semplice passeggiata al chiaro di luna), ma perchè eravamo più vicini tra di noi. Credo di aver compreso attraverso i racconti di tuo zio che la cosa che mi manca di più è quella di potermi rivolgere ad un estraneo per offrirgli un bicchiere di granita con sciroppo di menta, senza essere preso per uno sciroccato. Evviva tuo zio :)))