Il 7 è la sua penna

21 Agosto 2026
30 minuti di lettura

(seconda puntata)


Alla prima chiacchierata Saro mi aveva chiesto: «Da dove cominciamo?».

In questa invece, non me lo ha chiesto per niente, aveva già deciso lui. Mi sono seduto, ho appoggiato il telefono sul tavolo, e prima ancora che riuscissi a fargli una domanda è partito: «La prima cosa che devo fare è chiedere di una persona».

«Io voglio sapere se la gente, specialmente a Scicli, si ricorda dell’ingegnere Emmolo. Se si ricorda di questa persona per il bene che ha fatto. […] perchè di questa persona non ne parla nessuno. Perchè non se ne parla?»

Ecco, prima di parlare di qualsiasi cosa c’era da saldare un conto con un morto. E siccome me l’ha chiesto lui, e siccome questo blog in fondo serve pure a questo, ascoltate quello che Saro ha da aggiungere e, se volete, rispondete pure alla sua domanda.

L’uomo che ha costruito “il pisciotto”: il più fotografato della costa

Nella prima puntata l’ingegnere Emmolo era comparso di sfuggita, era l’uomo dei trafori, quello che «usava il mare come livella». Saro lo rimette in gioco, come se i suoi ricordi della volta precedente non gli avessero reso sufficiente giustizia. E parte da un posto che noi ragusani conosciamo benissimo.

«Intanto è stato quello che ha fatto costruire la fornace che è bruciata, lì, dopo Sampieri. Quella del barone Penna. L’ingegnere era lui, capito? Parlo del 1912, eh.»

Il Pisciotto, sì. Che poi, scommetto, è una di quelle cose che uno guarda da vent’anni senza chiedersi chi l’abbia fatta: quel rudere enorme sullo scoglio dopo Sampieri, la basilica finita per sbaglio in riva al mare, la Mànnara di Montalbano. Ecco, l’ha tirata su lui.

Sono andato a controllare, come al solito, e Saro ha ragione su tutta la linea. La fornace fu realizzata dai Baroni Penna di Portosalvo tra il 1909 e il 1912 su progetto dell’ingegnere Ignazio Emmolo, laureato in matematica a Catania e in ingegneria civile a Napoli nel 1895, e prima di metterci mano l’ingegnere si fece un bel giro di studio — stabilimenti nel messinese, altri nel piacentino, e diverse fabbriche in Germania per vedere dal vivo come funzionavano le fornaci Hoffmann — dopodichè costituì una società con il barone Penna. Il sito fu scelto con criteri da manuale: un fondale abbastanza profondo da far attraccare le navi, la ferrovia a due passi e una cava di argilla poche centinaia di metri più in là. Il risultato fu una delle industrie più all’avanguardia del Meridione, diecimila pezzi al giorno tra mattoni e tegole, esportati soprattutto a Malta e in Libia, tanto che Tripoli, dopo il 1911, fu in gran parte ricostruita con i laterizi del “Pisciotto”.

Fermiamoci un attimo su quest’ultima cosa, che è enorme e che nessuno dice mai ad alta voce: pezzi di Tripoli sono fatti con l’argilla di Sampieri.

Poi, la notte del 26 gennaio 1924, la fornace brucia. Incendio doloso, mandanti mai chiariti, quattordici anni di vita e arrivederci. E qui c’è il dettaglio che mi ha fatto venire la pelle d’oca, perchè è esattamente il tipo d’uomo che Saro mi stava descrivendo senza saperlo: alla notizia del rogo l’ingegner Emmolo, che di quella fabbrica era stato progettista e a lungo rettore, rispose con una frase rimasta famosa: «Non una sola ora, non una sola lira per il Pisciotto». Tradotto: non ci rimetto piede, non ci rimetto una lira, è finita. E infatti non la ricostruirono mai più, il barone lasciò tutto lì com’era, e quel «tutto lì com’era» è diventato negli anni la cartolina più venduta di questa costa. Un fallimento che è diventato un monumento, mentre l’unica opera davvero utile dello stesso uomo non se la ricorda più nessuno. È tutto qui il punto di Saro, e ci ho messo un paio di riascolti per capirlo bene.

A un certo punto, mentre parla dell’ingegnere, se ne esce con una cosa che sul momento sembra una divagazione e invece è la spiegazione di tutto: «suo fratello era notaio e aveva un figlio cieco, e questo si è presentato pure per le elezioni». Cioè: della famiglia Emmolo lui sa vita, morte e miracoli — chi faceva il notaio, chi era cieco, chi si era candidato — e sa anche dove stavano di casa. E come fa a saperlo?

«Siccome io da bambino giravo sempre, perchè avevo questa mania di non stare fermo, sapevo tutti i punti a Scicli dove andare, dove non andare e tutte queste cose, capito?»

Ecco spiegato l’archivio. Non ha studiato niente e non ha letto niente: ha semplicemente camminato per Scicli dalla mattina alla sera per anni, con gli occhi aperti e le orecchie pure, e si è preso tutto. Il difetto per cui a casa le prendeva ogni sera — questa mania di non stare fermo — è esattamente lo stesso motivo per cui oggi, ottant’anni dopo, io ho un uomo seduto davanti che mi sa dire chi ha progettato la Fornace Penna. Tenetela buona anche questa, perchè il fatto che quella smania fosse un difetto o un talento è una questione che tornerà fuori parecchie volte.

Perchè dopo la fornace, l’ingegnere si mise a fare l’acqua.

«Poi nel ’45 si sono messi d’accordo per fare… siccome c’era questa grande palude, diciamo, dove c’era una sorgente che erogava 1500 litri d’acqua al secondo.»

Piccola nota da archivista pignolo, che faccio perchè mi pare onesto farla: nella prima chiacchierata Saro mi aveva detto 500 litri al secondo, stavolta me ne ha detti 1500. Non lo scrivo per fare le pulci a un uomo di ottantacinque anni, ci mancherebbe, lo scrivo perchè è esattamente così che funziona la memoria orale e chi legge è giusto che lo sappia: il numero balla, la sorgente no. Quella c’era davvero, ed era una cosa fuori scala per questa terra secca.

E poi c’erano le gallerie che qualcuno doveva pure andare a spalare quando le piogge le riempivano di detriti. Uno di quelli era il fratello di suo padre, e Saro, bambino, ci andava insieme a lui. Li portavano su un camion che chiamavano «il 34» (con ogni probabilità un Fiat 634, l’autocarro pesante di quegli anni), la strada da Scicli fino a Mussillo non era asfaltata e in un punto si allagava sempre… e una sera, al ritorno, è successa una cosa:

«Quindi la sera stavamo tornando, e la forchetta era nello zainetto dove c’erano le cose da mangiare. E ho ancora il ricordo qua.»

Un salto del camion su quella strada rotta, lo zainetto che rimbalza, la forchetta che gli entra in una gamba. «Sangue, ti immagini tu!». Era il ’46 o il ’47, e la cicatrice ce l’ha ancora.

Ci ho pensato dopo, tornando a casa, ed è una cosa che mi ha messo addosso una specie di tenerezza strana: di tutta la grande opera idraulica che ha cambiato questo pezzo di Sicilia — le gallerie, le condotte, i milioni di metri cubi, il boom del pomodoro, le case che ci abitiamo — l’unica traccia fisica che io ho potuto vedere con i miei occhi, seduto in una veranda a Marina di Ragusa nel 2026, è il segno sulla gamba di un bambino che andava a pulire i trafori con lo zio.

Il pezzo che gli fa brillare gli occhi però è un altro, ed è quello dell’ingegneria eroica:

«Tu ti immagini il percorso che ha fatto dalla strada di Santa Croce a Scicli? C’erano anche le montagne da attraversare, e lui le ha fatte attraversare perchè diceva che l’acqua va sempre verso il mare; sapendo tracciare le cose, l’acqua va sempre verso il basso. È arrivato fino a Sampieri con l’acqua, capito? Quindi ti immagini che persona ingegnosa che era?»

È la stessa cosa della prima puntata, «siamo bassi ma andiamo a superare montagne», detta da un altro lato. E dentro c’è tutta la meraviglia di un uomo che ha fatto la quinta elementare davanti a un uomo che aveva due lauree: non l’invidia, non il risentimento, ma l’ammirazione pura per uno che sapeva una cosa e l’ha usata per tutti. Che poi, se ci pensate, è la stessa identica misura con cui nella prima puntata giudicava il carrettiere della bisaccia d’oro. Saro ha una sola unità di misura per gli esseri umani e la applica ai baroni come ai poveracci.

L’acqua arriva nel 1953, e il ’53 da queste parti non è una data ma uno spartiacque, tanto che «dopo un anno la gente ha incominciato a comprare i lotti per fare la casa qui sotto la via Duilio». Ci torneremo, perchè quel ’53 lui l’ha vissuto da dentro, con la zappa in mano.

Adesso però chiudiamo il conto con l’ingegnere, perchè Saro me lo ha chiesto e mi pare il minimo: se avete un parente anziano a Scicli, a Donnalucata, a Sampieri o qui a Marina, chiedetegli se si ricorda dell’ingegnere Emmolo, e se salta fuori una foto, una carta, un ricordo di famiglia, scrivetemelo qui sotto nei commenti. Perchè di uomini che progettano la cattedrale sul mare e l’acqua nei campi ne nasce uno ogni tanto, e ricordarci soltanto del rudere è una figura di merda collettiva che potremmo anche evitare.

Sei anni, otto chilometri e i cetrioli che erano meloni

Chiusa la parentesi ufficiale, Saro si rilassa e cominciano le storie vere, quelle che gli escono da sole. La prima è di quando aveva sei anni ed è andato a piedi a Donnalucata con altri due bambini, senza dire niente a nessuno. Sei anni. Se avete presente la strada, sono qualcosa come otto chilometri, sotto il sole.

«Allora non si incontrava nessuno, c’era qualche carretto con l’asino, oppure qualche bicicletta, ma macchine non ce n’erano, capito? Quindi siamo partiti la mattina, siamo andati a fare il bagnetto, ci siamo spogliati nudi — eravamo bambini, non c’era nessuno, allora c’era solo sabbia.»

Fin qui è una cartolina, poi però comincia il disastro, e il disastro è tutto alimentare. Uscendo da Donnalucata c’era un campo di meloni gialli, e i meloni gialli quando sono piccoli hanno l’aspetto del cetriolo: tre bambini a digiuno vedono un prato pieno di quelli che credono cetriolini, saltano il muro, e mentre li stanno raccogliendo arrivano i primi sassi tirati dal guardiano della capanna. Scappano, si mangiano il bottino camminando — «sai, con la fame che c’era, ed erano anche umidi d’acqua» — e vanno avanti a mangiare cetrioli per tutta la strada, fino al ponte sulla cava che scende da Modica. E qui apro una parentesi per chi non è di qui: cava, dalle nostre parti, non è una cava di pietra, è la gola, il vallone.

Passato il ponte comincia la salita di Cirasella, e in cima alla salita c’è una signora che sta lavando la biancheria e vicino a lei un pozzo artesiano. Da lì, la domanda fatale: signora, ce la può dare un po’ d’acqua? «Sì, figli miei, venite qua.»

«Ci siamo abbuffati d’acqua dopo i cetrioli… mal di pancia a non finire!»

Ecco, di tutte le cose che questa generazione ha vissuto, quella che mi commuove di più non è la fatica e non sono nemmeno le botte: è che la fame ti fa mangiare i meloni acerbi rubati e poi ti fa bere sopra l’acqua del pozzo (che sicuramente era contaminata da qualcosa), e a nessuno dei tre viene in mente che possa essere una cattiva idea, semplicemente perchè l’idea che il cibo si possa scegliere non esiste proprio come categoria mentale.

Il ritorno è comico e terribile insieme. A tre chilometri da Scicli incontra un tale che conosceva i suoi: «Ma guarda che ti cercano tuo padre e tua madre! Ma dove sei stato?», e lui che prova a dire che stava lì a giocare, e quello che lo smonta subito — «no, no, no, tu sei stato a fare il bagno a Donnalucata, hai ancora le scarpette piene di sabbia». Saro aggiunge anche il particolare che le sue scarpe erano di gomma e «facevano una puzza tremenda perchè il piede sudava, non si poteva stare vicino a me». Poi arriva a casa e mi chiede il permesso per dire — «quello che ho preso… lo posso dire?» — e me lo dice: «mia mamma mi ha bastonato col mattarello! Capito? Ma di santa ragione!».

E subito dopo, senza che nessuno glielo chieda, difende sua madre:

«Perchè mi diceva: “Te ne vai lì, puoi annegare, può succedere di tutto”. Questo è il discorso, l’incoscienza dei bambini non ha fine, capito? Perchè un bambino una ne pensa e cento ne fa. È giusto.»

È giusto. Non c’è una virgola di rancore, c’è un uomo di ottantacinque anni che a distanza di ottanta si mette dalla parte di sua madre e le dà ragione. Tenetevelo da parte, questo dettaglio, perchè più avanti diventa una faccenda parecchio più pesante.

Le sere a guardare le partite a briscola

A sette anni la famiglia torna a Marina e lo iscrivono alla seconda elementare, dal maestro Baieli, quello che fumava sigarette «che facevano una puzza tremenda» e che stava di casa sopra il Bar Roma. La scuola però, in quel periodo, è il meno.

«Comunque, non ero uno normale, perchè in estate tutte le sere andavo giù in piazza e rientravo alle 10:30 o alle 11:00. Arrivavo a casa e c’erano botte, perchè io dovevo guardare quelli che giocavano a carte.»

Dovevo. Non volevo, non mi piaceva: dovevo. Un bambino di sette anni che ogni sera scende in piazza sapendo perfettamente che al ritorno le prende, e ci scende non per giocare con gli altri bambini ma per stare in piedi, zitto, dietro le spalle degli adulti che giocano a carte.

Il quadretto è da film. Il farmacista Scribano, quello della farmacia di via Roma, il padre di Vannuzzo; un cavaliere che aveva terre e un genero siracusano di cognome Messina; un altro signore di cui il nome si è perso per strada; e un autista della SAIS, che era la società dei pullman. Quattro, il numero esatto per la briscola a coppie. Loro seduti, e dietro di loro, in piedi, due bambini: Saro e un suo compagno che si chiamava — e qui il caso è un poeta — Giovanni Emmolo.

«Ci mettevamo dietro a loro per imparare come si giocava a briscola. […] L’indomani sera era la stessa cosa.»

Botte tutte le sere e tutte le sere ci tornava, non per disobbedienza ma per curiosità pura. Un bambino che paga in mazzate il prezzo di imparare a giocare a carte guardando le mani degli altri. Poi arriva il 1949, arrivano gli otto anni, e la faccenda si chiude da sola.

«Nel ’49 questa cosa finisce perchè in estate dovevo andare a zappare gli arachidi, i fagioli, i carciofi e tutte queste cose. Quindi ero già stanco, appena arrivavo mi mettevo a letto, e buonanotte. È cambiato tutto il mio modo di vivere in estate. In inverno uscivo da scuola e dovevo andare in campagna ad aiutare mio padre in quello che c’era da fare.»

Otto anni, che poi è la stessa identica età che mi aveva dato nella prima chiacchierata quando gli avevo chiesto da quando si cominciava a lavorare. Allora non ci avevo fatto troppo caso, l’avevo presa per un dato anagrafico come un altro… adesso invece mi rendo conto che è una data vera, il giorno in cui gli finisce l’infanzia.

Perchè guardate come si è risolta la storia delle botte serali. Non l’ha vinta sua madre col mattarello, non l’ha vinta nessun adulto spiegandogli che a quell’ora i bambini stanno a letto: l’ha vinta la zappa. E la differenza non è da poco, perchè quella curiosità lì nessuno gliel’ha corretta e nessuno gliel’ha tolta, gliel’hanno semplicemente prosciugata. Un bambino che smette di scendere in piazza non perchè abbia capito qualcosa, ma perchè alle nove di sera non si regge più in piedi.

Ed è la prima volta, in questa storia, che il corpo di Saro conta più della sua testa. Tenetevelo a mente, perchè tra due anni arriva la maestra Ferrera e succede di nuovo.

Lo schiaffo

Adesso arriva la parte più significativa di tutta la nostra conversazione, e ci arriviamo per gradi perchè ci arriva per gradi anche lui.

A scuola Saro era una frana e lo dice con una lucidità che gli invidio: «io ero mediocre a scuola, mediocre nel senso che ero svogliato», e ancora, «mi rimaneva in testa quello che sentivo, ma ero svogliato, te lo dico». Rimandato in aritmetica in terza, e promosso in quarta solo grazie al commendatore Gulino, il vicedirettore, che aveva avuto sua sorella come alunna e se la ricordava benissimo perchè a sei anni «la metteva sulla cattedra e lei leggeva il giornale». Per simpatia verso quella bambina spinge avanti il fratello svogliato: «questo è promosso, stop, vai in quarta e arrivederci». Che poi è lo stesso Gulino che la domenica li metteva in fila per la messa e li interrogava sulle assenze — «lui era un fascista, un caposquadra fascista qua a Marina» — e a me questa cosa piace parecchio, perchè nei racconti di Saro le persone non sono mai di un pezzo solo: lo stesso uomo lo promuove per gentilezza e lo inquadra per ideologia, e chi cerca i personaggi tutti buoni o tutti cattivi farà bene a cercarseli altrove.

La quarta si faceva nel salone grande, di fronte alle suore, e nel corridoio girava un cane con le orecchie lunghe.

«Siccome io ero all’ultima fila, vicino alla finestra ed al corridoio, il cane passava di lì. Appena passava, io gli tiravo la coda e lui faceva “wof”. Il maestro si alzava: “Cos’è?”. Ma non capiva.»

Finché un giorno…

«Un giorno il maestro se n’è accorto. Appena il cane ha fatto quel verso nei miei confronti, si è alzato e mi ha dato uno schiaffo di quelli che ti rivoltano la faccia al contrario e mi ha detto, col dito puntato a un metro di distanza: “Tu devi diventare il migliore della classe! Perchè tua sorella a 6 anni leggeva il giornale, e tu non sei stupido, sei solo svogliato, ma devi diventare il migliore della classe”.»

E poi la frase che ho riascoltato tre volte: «si è chiusa una parentesi e se n’è aperta un’altra che mi ha letteralmente cambiato la vita, Nico’». Da quel giorno Saro si mette a studiare, e non un po’: smette di uscire, smette di giocare, torna da scuola e studia. «Mi è cambiata completamente la testa. Non lo so che cosa sia successo.»

Qui devo dire una cosa mia e la dico chiara, perchè non voglio che passi il messaggio sbagliato: uno schiaffo in faccia a un bambino di nove anni non è un metodo didattico, non lo era allora e non lo è adesso, e per ogni Saro che si è “svegliato” ci sono stati mille bambini che da quello schiaffo si sono portati a casa soltanto la vergogna e se la sono tenuta per sessant’anni. Del resto lo dice meglio di me lui stesso, che su questa faccenda ha ragionato più di quanto immaginassi: «uno schiaffo ti può far sbandare la testa e farti cambiare in peggio, oppure in meglio».

Però quello che è successo dopo, secondo me, con la mano non c’entra niente. C’entra con la frase. Tu non sei stupido. Un bambino che veniva da una casa dove non si studiava, che era stato promosso solo perchè al maestro stava simpatica la sorella, che era archiviato come svogliato e quindi come perso, si sente dire da un adulto che il problema non è la sua testa. Ecco, io credo che sia quella la cosa che gli è esplosa dentro: non il colpo, ma il fatto che qualcuno per la prima volta si aspettasse qualcosa da lui. Che poi è più o meno tutto quello che serve a un bambino, e non è che ce ne siamo accorti tanto meglio noi, “con tutti i nostri insegnanti di sostegno e le nostre app per i compiti”.

La conferma arriva a febbraio, quando il maestro torna dal viaggio di nozze e porta i confetti in classe insieme alla moglie, la quale chiede chi sia il migliore della classe e tutti i bambini indicano lui: «Paolino!». E lui, ottantacinque anni dopo, sente ancora il bisogno di fare il modesto — «io dicevo: no, ce ne sono altri bravi» — e mi fa l’elenco, uno per uno, come se dovesse rendere giustizia a un registro: Salvo Carnemolla, che poi è andato in America, e Lina Saia, che poi ha aperto la boutique a Ragusa nel palazzo di Mangiacarne dove prima c’era il Banco di Sicilia.

Saro ammette anche di non essere bravo in bella scrittura, specie nel disegno geometrico visto che per fare il cerchio utilizza la moneta da 5 lire

E poi la confessione, che è la cosa più simpatica di tutta la registrazione: «eccellevo in tutto tranne che in bella scrittura e in italiano, in quello ero negato». Cioè: il signore che oggi mi sta consegnando ore e ore di narrazione orale perfetta, con i tempi giusti, le pause al posto giusto e la battuta piazzata in fondo, era negato in italiano. Prendetela come volete, io la prendo come una piccola vendetta della vita sui voti scolastici.

«Il 7 è la sua penna»

In quinta arriva una maestra da Ragusa, Maria Ferrera, che abitava in via Paolo Spadafora salendo dal Corso Italia e la cui sorella gestiva una tabaccheria. E lei capisce subito con chi ha a che fare, tanto che a marzo Saro sta già spiegando la carta geografica dell’Europa e le capitali agli altri ragazzi: «io ormai ero quello che faceva da traino», dice, e la maestra «diceva che ero un bambino che prometteva».

Geografia, storia e scienze. Su quelle non ce n’era per nessuno. Ma il tallone d’Achille restava sempre lo stesso, e la descrizione che ne dà è così precisa che secondo me chiunque abbia avuto un figlio davanti a un foglio bianco la riconosce subito:

«Il mio lato negativo era l’italiano. Quando dovevo fare un tema, il mio pensiero volava altrove, non riuscivo a concentrarmi sullo scrivere. E la maestra mi diceva: “Paolino, ma perchè?”. “Non lo so, maestra, non lo so”.»

Quel «non lo so» ripetuto due volte, a settantacinque anni di distanza, è ancora il «non lo so» di un bambino di dieci anni che non capisce cosa gli succede. E la maestra, invece di metterci una croce sopra, se lo portava a casa sua a correggere i problemi.

Che poi vale la pena fermarsi un attimo sull’attrezzatura di quella scuola lì, perché fa impressione. I libri erano due: il sussidiario, che dentro aveva storia, scienze e geografia tutte insieme, e il libro di lettura, con le poesie e la grammatica. Due. I quaderni erano quattro: disegno, italiano, quadretti per la matematica, e la bella copia — che teneva lei, perché ogni cosa si faceva prima in brutta e poi in bella, e la bella copia non te la lasciavano nemmeno in mano.

Qui Saro alza gli occhi e fa il confronto, ed è il primo di tanti: «ora i bambini hanno dieci libri e li vedi camminare con la gobba per il peso degli zaini». Un bambino di sei anni è gracile, dice, che senso ha farlo soffrire.

Ecco, io su questa cosa ho pensato di dover fare un distinguo, perché nel resto del paragrafo di ragioni per rimpiangere quella scuola lì non ne trovo nemmeno una: due libri e quattro quaderni non erano sobrietà pedagogica, era che non c’erano i soldi, e infatti quella scuola lì lui non l’ha nemmeno potuta finire. Sul peso però ha ragione, e non è un’impressione da vecchio: le linee guida del Ministero dicono da trent’anni che uno zaino non dovrebbe superare il 10-15 per cento del peso del bambino, e le rilevazioni che si fanno ogni tanto nelle scuole trovano regolarmente il doppio. Cioè: la cosa la sappiamo, è scritta, ed è vent’anni che non la risolviamo.

Ed è questo il punto che mi interessa dei suoi giudizi sull’oggi. Non è che una volta era meglio — non lo era, e lui è la prova vivente. È che il progresso non è una linea che sale: porta cose nuove e ogni tanto se ne perde per strada qualcuna, e chi ha ottantacinque anni le vede tutte e due, mentre noi vediamo solo quello che abbiamo guadagnato.

Restiamo un attimo sulle pagelle, però, perché qui Saro divaga — come fa sempre, con quei mini-racconti che infila dentro il racconto principale e che non distraggono affatto, anzi. Visto che si parla di voti, tira fuori la religione: «la religione non mi interessava, ma per fare la prima comunione dovevi seguirla». E torna sul vicedirettore Gulino, quello che la domenica teneva il conto di chi in chiesa non si era presentato. Il dettaglio che mi è rimasto però è un altro, ed è di quelli che raccontano un’epoca meglio di un saggio: in chiesa i bambini stavano seduti a terra o in ginocchio, con i pantaloni corti. «Ti immagini il dolore alle ginocchia… ma lasciamo perdere.» Lasciamo perdere sì, però intanto ce lo ha detto.

Poi, finito l’anno scolastico e usciti i voti — tutti 9 e 10, più quel 7 di italiano che lui giudica generoso —, la maestra Ferrera fa la cosa che le maestre fanno quando ci credono davvero: chiede quando i genitori sono in casa, e ci va.

«Signora, io devo fare una richiesta per suo figlio. Suo figlio deve continuare a studiare.»

La madre risponde quello che è vero: «Ma io non ho la possibilità di farlo studiare».

«Lei non si deve preoccupare.» Perché per andare avanti bisognava passare l’esame di ammissione a Santa Croce, dove c’erano il ginnasio, la prima media e l’avviamento professionale, e la maestra si offre di prepararlo d’estate, gratis, di tasca sua.

Ed è qui che arriva la frase che dà il titolo a questo pezzo.

«Mia mamma risponde: “No, non è possibile”. “Ma perché? Suo figlio promette bene!”. E mia mamma le dice: “Maestra, mio figlio ce l’ha già un mestiere, quella è la sua penna”.»

La penna era la zappa, che a quei tempi si chiamava “il 7” perché aveva la forma di quel numero.

«Diceva: “Quella è la sua penna”. La maestra se n’è andata sconsolata, sai? Io sono andato a letto a piangere a non finire, perchè ormai mi ero incanalato in quella via.»

Ho spento tutto per un attimo, dopo aver riascoltato questo passaggio, e poi ci ho ragionato su per due giorni interi.

La tentazione, leggendola oggi, è di prendersela con quella madre, ed è una tentazione fortissima: una maestra ti offre gratis il futuro di tuo figlio e tu le rispondi che il suo futuro è un attrezzo agricolo? Però la mia sarebbe una lettura da benestante, quella di uno che i figli glieli manda a scuola senza doverci pensare due volte, e sarebbe profondamente ingiusta. Perchè quella donna non stava scegliendo tra la scuola e la zappa, stava facendo un calcolo, e il calcolo era che un ragazzo di dieci anni è una quota di reddito familiare: se va a scuola quella quota sparisce, e non sparisce solo per lui ma per la sorella, per i genitori, per il piatto della sera. In più, cosa che noi dimentichiamo sempre, l’esame di ammissione non era la fine della spesa ma l’inizio — libri, corriera, quaderni, anni in cui uno mangia e non porta. Quella madre non ha detto no alla cultura, ha detto non posso permettermi la speranza, che sono due frasi molto diverse anche se fanno lo stesso rumore quando cadono per terra. Ed è la stessa donna che tre anni dopo, come vedremo, gli avrebbe contato le lire una per una, non per cattiveria ma perchè quello era il suo ruolo in casa: tenere in piedi una famiglia con l’aritmetica.

Detto tutto questo, che è vero e che va capito, resta un bambino che quella sera ha pianto fino ad addormentarsi.

E resta un’altra cosa, che sul momento non avevo collegato. Nella puntata precedente Saro mi aveva raccontato, con la voce che gli cambiava, di suo figlio Tonino e del ritratto di Nastassja Kinski disegnato a diciassette anni, di un talento che non è mai arrivato da nessuna parte, e io lì per lì avevo pensato che fosse il normale dolore di un padre. Invece no. O meglio, non solo. È un uomo che riconosce una cosa perchè l’ha già vista succedere a se stesso, e che sta ancora cercando di capire dove diavolo si sia inceppato il meccanismo.

La pesca miracolosa

Sempre nel 1949, sempre a Pasqua, succede la cosa più incredibile che Saro abbia visto in ottant’anni di mare.

«Nel ’49, il giorno di Pasqua, le barche che pescavano il pesce azzurro rientrano tutte cariche fino all’inverosimile. Lo scafo era a soli 25 centimetri sopra l’acqua, tanto erano piene di pesce azzurro!»

Venticinque centimetri di bordo libero, le barche che a un certo punto si arenano perchè non ce la fanno più a stare a galla. E la spiegazione che dà lui è di una lucidità che, sinceramente, non mi aspettavo: «dato che c’era stata la guerra, il pesce si era riprodotto tantissimo, era un ammasso immenso di pesci». Ha ragione, ed è un fenomeno che chi studia la pesca conosce benissimo — per ragioni ovvie la guerra ferma le barche e più pesce arriva all’età adulta. Ci ho pensato su e non riesco a togliermelo dalla testa: quella era l’unica cosa buona che la guerra avesse prodotto da queste parti. Il mare era rimasto in pace perché gli uomini se le stavano dando altrove, e quando gli uomini sono tornati a pescare hanno trovato quattro anni di pesci ad aspettarli.

Da lì parte una catena di montaggio umana che dura tre giorni, Pasqua, Pasquetta e martedì, con i magazzini del pesce salato che lavorano senza fermarsi mai:

«Noi bambini dovevamo togliere le teste alle acciughe, mentre le sarde si salavano intere, con la testa. C’era chi separava le acciughe dalle sarde, noi bambini toglievamo le teste e altri portavano il pesce nei recipienti di argilla o nelle latte per salarlo.»

E poi c’era il problema vero, che con la pesca non c’entra niente: quel pesce lì, in tre giorni, o lo vendi o lo butti. Il pesce azzurro fresco marcisce in poche ore, il paese da solo non poteva nè mangiarselo nè salarlo tutto, e i compratori grossi stavano a Siracusa e a Catania. Bisognava avvisarli, e bisognava avvisarli subito.

«Tramite il fonogramma dell’ufficio postale hanno avvisato i commercianti di Siracusa e Catania per vendere tutto quel pesce.»

Il fonogramma. Siccome io stesso ho dovuto andarmelo a rivedere, ve lo spiego: era un telegramma dettato a voce invece che scritto. Andavi all’ufficio postale, dettavi allo sportello un messaggio breve — si pagava a parola, quindi si andava all’osso —, l’impiegato lo scriveva e poi lo dettava al telefono all’ufficio postale della città di arrivo, dove un altro impiegato lo trascriveva su un modulo e un fattorino andava a consegnarlo a mano al destinatario.

Vi chiederete: e perchè non telefonavano direttamente? Perchè nel 1949, in un paese come Mazzarelli, il telefono ce l’aveva solo l’ufficio postale (e forse qualche altro privilegiato), e soprattutto non ce l’avevano quelli dall’altra parte: un grossista di pesce a Catania non aveva mica un apparecchio in magazzino. La rete telefonica collegava gli uffici pubblici tra di loro, non le persone tra di loro. Quindi il messaggio viaggiava sul filo soltanto nel tratto di mezzo, mentre il primo e l’ultimo pezzo di strada li facevano le gambe di qualcuno.

Ecco, quello era il tempo reale nel 1949. E funzionava, perchè i camion sono arrivati.

A fare da cerniera tra i pescatori e le società che venivano a comprare c’era poi un mediatore, un certo Don Biagio, che era in sostanza l’uomo che sapeva a chi andava mandato quel fonogramma: senza uno così, il messaggio non sai nemmeno a chi indirizzarlo. Il conto finale lo dà lui, e ha ancora addosso la faccia contenta di allora: «abbiamo passato una Pasqua con le tasche piene di soldi!».

Lavoravano in quattro, lui, la sorella, la madre e il padre, e si veniva pagati a cassetta, cento lire a cassetta, quindi più ne facevi più guadagnavi. E siccome la messa la domenica la faceva per obbligo ma certe immagini se l’è tenute, la definisce così: «è stata una pesca miracolosa, come quella di cui parla Gesù nel Vangelo, una cosa mai vista».

Non è successo mai più.

Subito dopo, la caduta: «poi la pesca è diminuita, e negli anni ’49, ’50, ’51 c’era sempre crisi perchè i terreni erano ancora a secco». C’era una sola striscia irrigata, servita da una condotta che veniva dall’Irminio — e qui Saro corregge da solo una mia domanda sbagliata, no, quella non era Mussillo —, e lì si facevano pomodori e ortaggi. Tutto il resto era grano da zappare, olive, carrubbe, mandorle. «Quella era la nostra vita, io mi ero rassegnato.»

Poi arriva il ’53 e l’acqua di Mussillo, e in tre anni cambia tutto: il boom dei pomodori, i commercianti che scendono da Catania e da Acireale, i fratelli Gambuzza «che sono diventati grossi», un tale Reale di Siracusa che nel ’53 comprò pomodori a camionate.

«Con quell’acqua arrivata nel ’53 la gente ha fatto un sacco di soldi e ha iniziato a comprare i lotti di terreno per farsi la casa, dando un anticipo e poi pagando piano piano. Entro il ’56-’57 tutti avevano la casa qui sotto.»

Ecco, la prossima volta che passate per la via Duilio tenete presente che quelle case non le ha costruite l’edilizia, e nemmeno il turismo: le ha costruite l’acqua. Una sorgente in contrada Mussillo, un ingegnere che sapeva tracciare le pendenze e un decennio di pomodori.

A questo punto Saro chiude la parentesi come chiude tutte le sue parentesi, cioè con l’ospitalità: «chiudiamo questa parentesi e riposiamoci un po’, ti offro qualcosa da bere, che cosa vuoi?». Io, per non impegnarlo, dico un po’ d’acqua, decidi tu. «Ti faccio la menta con la granita!». Mamma mia. Va benissimo.

Le mandorle, la bacchetta d’ulivo e la vendetta

Si riparte dopo la super bevanda rinfrescante alla menta, ricetta della sig.ra Paolino, e si torna al 1952, nella zona dove oggi si fa il mercato. Il sistema era questo: i commercianti compravano le mandorle direttamente sugli alberi e poi dovevano mettere insieme la ciurma per raccoglierle, venti giorni di lavoro con la famiglia divisa per compiti — «i nostri padri battevano i rami con le pertiche per far cadere le mandorle, noi bambini le raccoglievamo e le donne toglievamo la buccia verde esterna, era una vera e propria catena di montaggio» — e sopra a tutti c’era un guardiano il cui mestiere consisteva nel sorvegliare i bambini.

Poi succede il fatto. Il cugino di Saro, un anno più grande, risponde male, e il guardiano lo colpisce con una bacchetta verde di ulivo, di quelle che si usavano per cacciare le mosche.

«Mio cugino […] gliela strappò dalle mani e gli diede una mazzata in faccia! È successo il finimondo, Nico’! Botte da orbi per tutti! Noi bambini siamo scappati tutti.»

Nel pomeriggio arrivano in moto lo zio e il cugino di Saro. La madre di Saro prova a fermarli: «Vannuzzu, che devi fare» e lo zio le risponde con la frase che da queste parti chiude qualsiasi discussione: «Peppina, lasciami stare, io devo andare a parlare con questo che ha picchiato mio figlio e mio nipote!». «Ma dai è cosa passata» risponde la madre. E lui: «No, io devo vedere questo signore perchè gli devo dare un bacione sulla fronte». L’uomo si era nascosto dentro una casetta di legno, “quella dove si mette il fieno” ma non gli servì a niente, perchè lo zio butta giù la porta a calci, lo trovano, e quando escono e la mamma chiede cosa abbiano fatto la risposta è: «niente, lo abbiamo accarezzato, così impara che i bambini degli altri non si toccano!». Venti giorni di prognosi.

Non commento neanche stavolta, però vi faccio notare il paradosso, che secondo me tiene insieme mezza mentalità di questa terra: in casa i figli si prendevano il mattarello e la cinghia e nessuno diceva niente, ma se li toccava uno da fuori si andava a spaccare le porte a calci. Non è ipocrisia, badate bene, è un’idea molto precisa di chi ha giurisdizione su un bambino, sbagliata quanto volete — e lo è — ma coerentissima.

E poi, buttata lì in coda come se fosse una nota a piè di pagina, c’è una frase che vale un capitolo di storia del paesaggio: «in quello stesso anno, dato che doveva arrivare l’acqua di Mussillo, hanno estirpato tutti gli alberi di mandorle e di ulivo in quella zona per fare campo libero per coltivare pomodori e zucchine». Cioè: un anno raccogli le mandorle, l’anno dopo gli alberi non ci sono più. Noi la chiamiamo “trasformazione agricola” e la studiamo come una cosa buona, e in gran parte lo è stata perchè ha tolto la fame, però la trasformazione vista da dentro è un paesaggio intero che sparisce in una stagione. Gli ulivi e i mandorli sotto cui quei bambini si erano presi le botte, un anno dopo, non c’erano più.

Cento lire per stare in prima fila

Sempre in quinta elementare, a Marina arriva una compagnia di saltimbanchi. Erano in sette, venivano da Piazza Armerina, il figlio di questi artisti finì in classe con Saro, e avevano allestito il teatro dove c’è il Banco di Sicilia sfruttando il dislivello tra il piano di sotto e quello di sopra, con due prezzi, cento lire e cinquanta. Facevano sceneggiate napoletane, La sepolta viva, La cieca di Sorrento — che poi sono due grandi feuilleton ottocenteschi di Francesco Mastriani diventati la spina dorsale del repertorio popolare per un secolo, melodrammoni con la donna sepolta viva e la cieca che riacquista la vista, la Netflix dei poveri in pratica — oppure mettevano in scena le feste, Sant’Agata, San Pietro.

E qui Saro spiega da dove gli veniva la passione, e la spiegazione secondo me è la chiave di tutto:

«Quando avevo 11 o 12 anni, per la festa di San Pietro andavo a Modica dai miei nonni. Lì c’era un cantastorie che metteva un cartellone con i disegni e raccontava le storie cantando. Tutta la gente si metteva in cerchio e io stavo in prima fila per due ore a guardare, affascinato. Raccontava la storia del bandito calabrese Musolino o di Salvatore Giuliano.»

Due ore in piedi, immobile, davanti a un uomo con un cartellone dipinto. Se cercate il momento esatto in cui è nato il narratore che oggi mi riempie il telefono di registrazioni, secondo me sta lì, in un cerchio di gente a Modica, davanti ai disegni di Musolino e Giuliano. Quel bambino “negato in italiano” stava semplicemente studiando un altro mestiere.

Poi arriva il sabato della paga, una settimana di mandorle, i soldi in mano e il permesso della madre — «va bene, ma appena finisce torna a casa» —, e lui quella sera fa la pazzia: paga cento lire invece di cinquanta e si mette in prima fila, nella zona dei signori.

«Quando torno a casa do i soldi a mia madre — allora funzionava così, lavoravi e consegnavi la busta alla mamma — ma lei conta i soldi e dice: “Mancano 50 lire”. E io: “Mamma, mi sono messo in prima fila a teatro!”. Ah, in prima fila ti sei messo? E mi ha dato tante di quelle mazzate, Nico’!»

E poi il principio, enunciato con la solennità di una norma costituzionale: «i soldi li devi portare a me, sono io che devo gestire le spese della famiglia, non devi fare di testa tua!». Con una clausola però, che secondo me è la cosa più interessante di tutto il capitolo: «se invece lavoravamo di domenica, quei soldi potevamo tenerli noi». Ci pensate? Dentro un sistema di requisizione totale del salario esisteva già, nel 1952, in una casa di braccianti, la nozione di straordinario festivo. Non gliel’aveva insegnata nessun sindacato: era il buon senso di una donna che sapeva perfettamente che senza una piccola quota di libertà personale la macchina si rompe.

Cinquanta lire in prima fila gli sono costate carissime, comunque, e siccome se le ricorda ancora tutte settantaquattro anni dopo, mi permetto di dire che erano cinquanta lire spese benissimo.

Restiamo un attimo sullo spettacolo, perchè più avanti nella registrazione tira fuori il ricordo più cinematografico di tutti. Da bambino aveva visto due film soltanto, e se li ricorda tutti e due: Il ladro di Bagdad, quello di Scicli, e Mezzogiorno di fuoco, che essendo del ’52 dev’essere invece arrivato quando ormai stava già qui. «Nel Ladro di Bagdad c’era una scena con la dea Kalì con molte braccia che mi faceva paura, mi rimpicciolivo sulla sedia» — e per chi non l’ha visto, c’è quell’idolo gigantesco a sei braccia con la gemma sulla fronte che nel 1940 doveva essere terrificante e a quanto pare lo era ancora dieci anni dopo, in una sala di provincia, per un bambino seduto in fondo. Me ne parlava sempre anche mio padre, che quel film l’ha visto a Pozzallo, e che pensava avrebbe sicuramente appassionato anche me e mia sorella. Noi invece lo consideravamo buffo, perchè negli anni 80, con la tecnologia degli effetti speciali sicuramente superiore, quei mostri ci sembravano solo pupazzi e non facevano paura a nessuno.

Ma il punto è come ci entrava in quella sala:

«Per andare al cinema servivano 35 lire, se non le avevi non entravi. Allora, dato che i reduci di guerra avevano dei cappotti lunghissimi d’inverno che arrivavano a terra, noi ragazzi ci nascondevamo sotto il cappotto di qualche adulto fingendo di essere suo figlio ed entravamo gratis!»

Entravano al cinema nascosti dentro il cappotto dei reduci. Che poi, quei cappotti, erano i pastrani militari: lunghi fino a terra, larghissimi, consegnati insieme al foglio di congedo e diventati il capo invernale di mezzo paese, tinti di scuro dalle sarte e passati di dosso in dosso finché reggevano. Chi li portava poteva anche non aver mai visto il fronte. Ma è lo stesso: dentro quella stoffa lì c’era la guerra appena finita che camminava ancora per strada, e sotto ci stava un bambino. C’è tutto, in questa immagine: c’è la povertà, c’è l’inventiva, e c’è soprattutto un adulto che sapeva benissimo di avere un bambino attaccato addosso e faceva finta di niente.

Qui la registrazione della mattina si ferma, e ci siamo dati appuntamento al pomeriggio.

Riascoltandola, però, mi sono accorto di una cosa: c’è un bambino che compare tre volte, in tre punti diversi del racconto, ed è sempre nella stessa posizione. È in piedi dietro le spalle di quattro adulti che giocano a briscola, alle undici di sera, sapendo benissimo che a casa lo aspettano le mazzate. È in piedi in un cerchio di gente a Modica, due ore, davanti a un uomo con un cartellone dipinto che canta la storia di Musolino. Ed è seduto in prima fila a teatro, con cinquanta lire che non erano sue, mentre a casa qualcuno sta per contare la busta.

Sempre lo stesso posto: davanti a qualcuno che racconta.

A quel bambino sua madre ha detto che la sua penna era il 7, e aveva le sue ragioni, e ho provato a spiegarle. Però settantacinque anni dopo, in prima fila, ci sto io — con il telefono acceso. E la storia la racconta lui.

(continua)

Se non l’hai ancora fatto o se vuoi rileggere cosa viene prima, clicca qui per la puntata precedente.

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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