Una email dal cammino portoghese del 2015

27 Settembre 2026
18 minuti di lettura

Oggi ho ricevuto una email in tedesco che per poco non cestinavo scambiandola per spam. Credo sia stato solo grazia all’amigdala che alcuni nomi sul corpo del messaggio abbiano d’improvviso attivato un ricordo di più di 10 anni fa, di un signore tedesco con un cappello pieno di fiori di una vitalità irruenta e contagiosa… si trattava di Albert.

Ed eccomi tornare improvvisamente su quella strada a ricordare quell’uomo e la sua compagnia (in realtà mi scrive un altro del gruppo), e rileggere quella parte del mio cammino cogli occhi di una persona di un’altra nazione.

La riporto per intera perchè è bella da leggere… cavolo, sembra scritta da un narratore esperto.

Care Marlis, coraggioso Albert, felici Erika e Herbert, musicale Nicola, Klaus «il Nikolaus» (PTB 2015)
27 settembre 2026

Tutti voi siete comparsi sul mio, sul nostro, Cammino del 2015. Per questo vi mando questo piccolo promemoria, per ricordarlo.

Vi auguro tanta gioia e, soprattutto, la benedizione di Dio.
Manfred

Albert ha incaricato un conoscente di accompagnarci in auto all’aeroporto di Baden-Baden. Siamo in autostrada, di primo mattino, e provo sensazioni che non avevo mai provato prima su un’autostrada. Sfrecciamo come nei film d’avventura. Mi si gela il sangue quando guardo il tachimetro. Comincio a sudare freddo. Sorpassiamo tutte le auto che viaggiano nella nostra direzione, arrivando fino a 180 km/h. «Mio Dio!», esclamo senza farmi sentire dagli altri, quando il conducente si avvicina moltissimo all’auto davanti a noi, pronto a scattare di nuovo in avanti. «Signore, spero che tu non abbia già preparato per noi un posto in cielo!» Altrimenti quest’uomo non potrebbe correre come un maiale scappato al macellaio. È normale guidare così? Non oso chiederglielo. Alcuni uomini devono dimostrare la propria virilità correndo in auto o compiendo altre imprudenze. Parlare di questa guida folle potrebbe avere l’effetto opposto a quello desiderato: potrebbe spingerlo a mostrare ancora di più quanto è bravo.

Per tutto il lungo tragitto ho caldo e freddo insieme. Mi agito sul sedile. Più volte mi manca il fiato e devo trattenere le grida di paura. Per calmarmi non mi resta che infilare una preghiera dietro l’altra. Possibile che Albert non dica niente? Dopotutto è stato lui a chiamare questo temerario. Lo conosce e sa che abbiamo programmato un pellegrinaggio terreno, non un’ascensione al cielo. «Ma sei matto?» Poi penso: «Albert, dì qualcosa! Di solito sei così coraggioso!» Silenzio. A parte un breve tratto con un limite di velocità, la corsa non finisce mai. E neppure la mia paura. Nemmeno gli angeli custodi riuscirebbero a starci dietro! Qui ci vuole tutta la mia fiducia in Dio. In auto si parla poco. Questa corsa spericolata ha un solo lato positivo: accorcia il tempo trascorso in pericolo. Spero e prego di arrivare presto, sani e salvi.

Atterriamo a Porto alle 12:45. Recuperati gli zaini dal nastro dei bagagli, cerchiamo Jochen, originario dello stesso paese di Albert. Questo nostro «salvatore» ha già individuato noi due uomini anziani dall’aspetto tedesco. Ci rivolge la parola come se ci conoscessimo. È proprio lui! È un uomo simpatico e alla mano. Ci fa salire in auto e ci porta attraverso la grande città fino all’ostello di una scuola di surf, proprio sulla splendida spiaggia dell’Atlantico. Jochen deve però salutarci subito. Lo rivedremo domani sera.

Per rilassarci facciamo un po’ di movimento. Passeggiamo lungo un piacevole sentiero nel parco, verso il centro storico. Il lungomare è quasi paradisiaco: aiuole fiorite, bellissimi arbusti esotici e alte palme. Alla nostra destra l’oceano azzurro, sopra di noi il cielo di un azzurro splendente. Tutto si accorda e rende il paesaggio ancora più bello. Sulla spiaggia c’è una splendida sabbia bianca, incantata dalla luce del sole. A contrasto, rocce e massi bruno scuro interrompono la striscia chiara della costa. È un inizio indescrivibilmente bello per il nostro pellegrinaggio. Mi riempie subito di meraviglia e gratitudine.

«Albert, che cosa provi davanti a questo paesaggio meraviglioso?» Ma dov’è finito? È vicino a un cespuglio fiorito e si sta decorando il cappello con i fiori. Per lui è ormai una tradizione: ama camminare con un bouquet colorato sulla testa. In poche ore siamo entrati in un mondo completamente diverso, fantastico.

«Ahia!» Grido perché inciampo in una tavola del sentiero, probabilmente deformata dall’umidità. Il peso dello zaino rende più rapida la caduta. Cerco d’istinto di fermarmi aggrappando il braccio destro alla ringhiera laterale. Lo slancio fa scivolare il ginocchio destro sul legno ruvido delle tavole, mentre il braccio sfrega per un lungo tratto contro la corda intrecciata e dura che funge da corrimano. Albert si spaventa quanto me, ma reagisce subito e mi aiuta a rialzarmi. Il ginocchio sanguina e il braccio è escoriato. Fortunatamente le parti del corpo che hanno attutito la caduta non hanno riportato ferite gravi. Due pellegrini di Santiago tirano un sospiro di sollievo.

Proseguiamo per qualche chilometro verso l’interno. Abbiamo appuntamento con Jochen alla stazione della metro di Vila do Conde. La strada sembra piuttosto lunga e questo tratto non è più particolarmente interessante. Quindi: forza, svelti! Lo sforzo finale è faticoso e più lungo di quanto pensassimo. Troviamo subito il luogo dell’incontro. Ed ecco arrivare il nostro nuovo amico Jochen, conosciuto soltanto ieri.

Abbiamo un bel programma: ci ha invitati ad andare con lui dai suoceri portoghesi, in un paesino nel nord-est del paese, dove si trova anche la sua famiglia. Dal venerdì sera alla domenica staremo in campagna, in una zona nota per gli uliveti. È un’offerta magnifica; molti pellegrini ce la invidierebbero. Noi sediamo comodi in auto mentre Jochen percorre una strada che conosce bene. Il tempo passa piacevolmente. Ci presenta per nome i familiari, ci parla del suo lavoro. Noi gli raccontiamo con entusiasmo il nostro primo giorno di Cammino lungo il mare e parliamo del pellegrinaggio in generale, un argomento che lo interessa molto. Lasciata l’autostrada, percorriamo una piccola strada tortuosa che sale e scende tra colline ricoperte di ulivi. Un paesaggio interessante. Ormai Ala non dev’essere lontana.

Qui il testo originale ripete parte del racconto: l’invito di Jochen a casa dei suoceri, la presenza della famiglia, gli uliveti, la conversazione in auto e la strada collinare. Poi prosegue:

Eccoci arrivati. Un cortile circondato dalla casa, da un edificio per gli attrezzi e da un giardino. Le galline chiocciano, da qualche parte abbaia un cane. I nostri ospiti escono sul loggiato e scendono la grande scala esterna per darci il benvenuto: la famiglia di Jochen, sua moglie Beatriz con i bambini e la suocera. Il suocero, Luis Rodrigues, arriva proprio allora in cortile sul trattore. Dopo i saluti calorosi entriamo in casa e ci sediamo al tavolo nella grande cucina con il focolare aperto.

Jochen racconta di noi e fa da interprete. I genitori, inizialmente un po’ tesi, si rilassano sempre di più. Presto viene portato in tavola il cibo che fino a quel momento cuoceva sul fuoco. Albert e io vogliamo offrire un piccolo contributo e cantiamo Laudate omnes gentes, che gli altri accolgono con gioia come una preghiera. Come dice Jochen, arrivano in tavola piatti «tipicamente portoghesi»: fave, insalata di pomodori, cetrioli e patate. Ci servono anche del vino fatto in casa, da una grande brocca di pietra. È una piacevole compagnia a tavola. Tutti sono contenti quando diciamo «Bueno!». Il miglior complimento per il cibo, e per le donne che l’hanno preparato, è che mangiamo di gusto. Nel frattempo Celeste è molto impegnata con il figlio Tiago, il cui autismo la mette molto alla prova. Dopo il pasto continuiamo a chiacchierare davanti a un bicchierino di liquore, con qualche rabbocco per chi lo desidera. Dopo questo pranzo abbondante, di ottimo umore, veniamo accompagnati al nostro alloggio per le due notti successive.

Dopo un caffè veloce la domenica mattina presso la famiglia che ci ospita, andiamo insieme nella piccola chiesa per la messa. È decorata secondo il gusto del luogo, con una grande statua della Madonna circondata di fiori. Accanto alla croce, Maria ha certamente un’importanza speciale per i portoghesi. Alla fine della celebrazione veniamo menzionati come pellegrini e troviamo il coraggio di cantare un brano di Taizé. Albert comincia poi a raccontare perché quel giorno è particolarmente commosso. Il suo amico pellegrino francese Paul Morgen, che l’anno prima aveva dovuto interrompere il Cammino per malattia, nel frattempo è morto di cancro. Con la voce strozzata dalle lacrime Albert deve fermarsi. Il suo dolore suscita la partecipazione dell’intera comunità.

Avevamo previsto che Jochen ci accompagnasse a un ostello per pellegrini dalle parti di Braga, ma lui ci invita a dormire a casa sua. Ancora una volta, questa ospitalità portoghese! È ancora tedesco o ormai è più portoghese? A dire il vero, dev’essere sempre stato una persona gentile.

Nei giardini ci sono gigli bianchi dal profumo meraviglioso, grandi fiori gialli simili agli iris e ortensie azzurre. Per Albert è facile rendere il cappello colorato e in armonia con la natura. La gioia e l’orgoglio di un giardiniere dilettante dal pollice verde difficilmente potrebbero superare quelli del cappellaio «Alberto dei Fiori».

Albert è pieno di risorse e sempre in attività. Cerca piccoli oggetti con cui adornare il suo nuovo bastone da pellegrino. Vi ha già legato delle nacchere e un foulard leggero, che a volte ci indica da dove soffia il vento. Troverà fiori per decorarlo anche nei centri delle città, senza farsi problemi. I fiori sul cappello sono il suo segno distintivo lungo il Cammino. Grazie a questa particolarità molti notano «Fleuri». In più Albert mostra il suo fascino e la sua cordialità. Con i fiori, la voglia di parlare e l’energia positiva che condivide volentieri, ha già regalato molta gioia durante il Cammino.

Un’esperienza particolare: notiamo in Portogallo una vecchia casa con finestre nuove, restaurata con grande cura, e ci avviciniamo. Solo allora leggiamo: «Albergue». Possiamo entrare! All’interno ci accoglie uno spazio sorprendentemente colorato, caotico e pieno di cose. Alla scrivania siede una donna con occhiali vistosi, fiori artificiali tra i capelli, lunghi orecchini dorati e una collana a più fili di perle intorno al collo, che le ricade sull’ampia scollatura, coprendola un po’ e al tempo stesso attirandovi l’attenzione. Ci dà un caloroso benvenuto. Entusiasta delle decorazioni floreali di Albert, esclama di gioia. Lui naturalmente si gode tutte quelle attenzioni e risplende come… forse come la regina Elisabetta in carrozza tra la folla festante di Londra. Fiero di quel riconoscimento, il mio compagno di pellegrinaggio si presenta come «Alberto Flores de España». La «signora Flores» reagisce spontaneamente con un forte abbraccio.

Arrivati in Spagna, camminiamo verso Tui, lungo la riva del Miño. Ci aspetta una bella cittadina. Per me è importante soprattutto la cattedrale, che domina il panorama cittadino con la sua altezza. Non vedo l’ora di visitarla. Prima, però, dobbiamo cercare un posto dove dormire. Mi dirigo a passo svelto verso l’ostello del convento, che già conosco. Una pellegrina tedesca ci dice che l’ostello pubblico è pieno. Ci mostra il biglietto da visita di un ostello privato, ma interrompe ciò che sta dicendo per complimentarsi, tutta sorridente, con Albert per il cappello che nell’ultima ora ha nuovamente abbellito con fiori freschi. Andiamo dunque all’ostello privato.

La croce che porta al collo mi dà l’occasione di parlare con la nostra compagna di Cammino Marlis. Mi racconta della sua città, Erfurt, e di ciò che ha vissuto con la sua famiglia cattolica nell’ex Germania Est. Anche se lavorava in un ufficio pubblico della città, nel settore fiscale, non aveva paura di dichiararsi cristiana. La domenica andava naturalmente in chiesa con la famiglia, nonostante questo desse fastidio al suo datore di lavoro, che le aveva consigliato con insistenza di abbandonare la Chiesa. Lei, invece, iscrisse con coraggio e coerenza i figli al catechismo per la prima comunione, senza lasciarsi intimorire dalle possibili conseguenze da parte dello Stato. La fede ha dato forza a questa donna coraggiosa, benché sapesse che avrebbe potuto perdere il lavoro e che, in quelle circostanze, probabilmente suo figlio non sarebbe stato ammesso a una scuola di grado superiore.

Poi, quasi per miracolo, arrivò al momento giusto la svolta politica. Così ai suoi figli si aprirono tutte le strade. Marlies è una donna risoluta: con il suo coraggio e la fiducia in Dio ha dato e continua a dare sicurezza alla sua famiglia. Oggi, per lei, cantare a gran voce con me inni religiosi nel bosco è un sollievo. È una donna coerente e coraggiosa che continua a professare pubblicamente la propria fede. Mi colpisce molto. È competente in tante cose ed è sempre felice quando può fare piacere agli altri. Possiamo solo sperare che anche gli altri apprezzino i nostri canti nel silenzio del bosco.

Incontriamo una famiglia di Madrid con due bambini di dieci e otto anni e un’amica. Scopriamo che appartengono al movimento internazionale di Schönstatt. L’uomo, molto simpatico, vi ricopre un incarico di responsabilità e per questo si reca di tanto in tanto anche al centro Schönstatt di Vallendar, in Germania. Sono persone davvero care. Racconto della mia appartenenza alla CE, che anche loro conoscono. Capiamo presto che ci uniscono cose importanti. Dopo una salita faticosa — affrontata dai bambini con zainetto e bastone da pellegrino senza lamentarsi — arriviamo in cima e cantiamo insieme il canone dell’Ave Maria. È così bello e crea tra noi un legame profondo. A quel punto anche le due bambine trovano il coraggio di cantarci una canzone. Come esiste «l’amore a prima vista», sentiamo che avremmo ancora moltissimo da dirci, ma dobbiamo separarci.

La sera Albert e io passeggiamo per la città. La baia non sarebbe lontana, ma siamo già piuttosto stanchi. Per oggi può bastare. Cerchiamo un posto dove mangiare e, con tutta la scelta che c’è, non è difficile trovarlo. In questa tiepida sera d’estate possiamo sederci all’aperto. Insieme a un pellegrino di Cracovia ci godiamo la fine di una giornata piena di avvenimenti, mangiamo con gusto e facciamo una bella conversazione. Possiamo osservare la vita serale degli abitanti e dei turisti nella bella piazza davanti a noi.

Portiamo a Marlies una porzione di patatine fritte, che accetta volentieri. Sembra perfettamente felice, anche se fisicamente è piuttosto provata. È una donna resistente. Il giorno dopo le è difficile salutarci, ma deve recuperare le forze: il giorno precedente si è evidentemente affaticata troppo. Può prendersela con calma prima di arrivare a Santiago, perché lì si ricongiungerà al gruppo di viaggio partito dalla sua città, che si sposta in autobus.

A Vilanova de Arousa chiediamo dove trovare un ristorante e ci incamminiamo con calma. Passiamo accanto al porticciolo con le barche. Sopra di noi il sole della sera incanta ancora una volta ogni cosa con la sua luce particolare. Dio, che bellezza! Con i piedi pesanti, lo stomaco vuoto, la pace dentro, tanti bei ricordi e la vista del mare aperto, ci sediamo. Non potrebbero esserci condizioni migliori! Grazie a Giacomo, che chiama i pellegrini! Che magnifico palcoscenico per noi! Se il pellegrinaggio non esistesse già, bisognerebbe inventarlo. Seguono altri piaceri: per Albert il pulpo, ancora una volta; per me sardine arrosto e patate fritte; per entrambi un bicchiere di vino bianco fresco.

Albert pensa che Nicola, l’uomo siciliano con l’ukulele, oggi dovrebbe venirci incontro lungo questo sentiero da Muxía a Finisterre. Sarebbe una grande gioia rivederlo. All’improvviso, nel mezzo del bosco, Albert grida fortissimo: «Nicola!» Mi spavento, poi lo vedo venirci incontro: l’affascinante italiano con una folta chioma nera e riccia e una barba altrettanto folta. L’uomo dell’ukulele! Adesso tocca a lui. Tira fuori volentieri il suo strumento e comincia a suonare canzoni composte da lui. La sua musica e la sua presenza ci entusiasmano. Quando canta Over the Rainbow ci commuoviamo persino un po’. Anche lui si emoziona e dice di aver bisogno di un pubblico così partecipe per riuscire a cantare e suonare con il cuore. Dopo un forte abbraccio, riprendiamo strade diverse.

Proseguiamo attraverso un dolce paesaggio collinare. La cittadina di Ganderón è molto animata. Davanti a un locale cuociono il pulpo su un fuoco all’aperto. Questo decide il mio destino per l’ora successiva: Albert non sa resistere, mentre io vorrei voltarmi dall’altra parte anche solo a guardarlo. C’è una creatura enorme, con i suoi cinque tentacoli, immersa nell’acqua bollente. Sembra ancora viva! Uno spagnolo di fronte a me ordina un bicchierino di liquore per sé e per me. Forse, dopo, sarà più facile sopportare la vista. Il polpo, tagliato a fette, è di un colore tra il lilla e il blu, come se gli fosse mancata l’aria. La sera successiva, la giornata di Albert finirà di nuovo con un momento per lui sublime: il pulpo!

Oggi ci aspetta Padrón. Ci si può arrivare secondo l’antica usanza, a pie, a piedi, oppure in barca, come si racconta sia accaduto al corpo di san Giacomo. Albert vuole viaggiare come lui; anche Nicola, quello dell’ukulele. «Allora arrivateci vivi. Io parto da solo.» «Ogni vivente dia lode al Signore» (Salmo 150). Da solo posso cantare a squarciagola e «gettare su di Lui tutte le mie preoccupazioni» senza disturbare nessuno. Poi mi godo anche il silenzio. Una mattina paradisiaca! Arrivo a Padrón prima dei miei amici. Ora avanti, verso Santiago. Lungo il percorso passa un camion con il nome del proprietario scritto a grandi lettere: «Jesus (Gil)». Noi comunque proseguiamo a piedi, sotto un cielo splendente.

Il cappello fiorito di Albert diventa un’occasione per attaccare discorso con due italiane, come era già accaduto con altri pellegrini. Ci riprendono in un video e noi le ringraziamo cantando il canone «Tanta felicità e benedizione».

Nel bosco incontriamo una famiglia spagnola in difficoltà: la figlia ha una vescica abbastanza grande sul piede. Il padre, chino su di lei, tiene in mano una siringa vuota. La bambina piange per la paura; anche il padre, che di professione è anestesista, sembra insicuro davanti all’uso di quella piccola siringa, forse come non lo è mai stato nel suo lavoro. È il momento di intervenire: spontaneamente intoniamo il nostro collaudato canone «Tanta felicità e benedizione». In quel momento inatteso l’ago entra nella vescica e ne aspira il liquido. La cosa che la tormentava è eliminata, la bambina si riprende e la situazione è salva. Meno male che siamo arrivati ad assistere il medico in questa difficile operazione…

Poco a poco le case si fanno più fitte, più grandi; le strade si allargano e il traffico aumenta moltissimo. Siamo arrivati a Santiago. Una guglia che conosco mi conferma che la grande cattedrale è vicina.

Nella Praza do Obradoiro, davanti alla cattedrale, si vedono spesso scene commoventi, soprattutto tra i pellegrini che arrivano a piedi, i gruppi di ciclisti e i viaggiatori in autobus: esplosioni di gioia, lacrime, danze, canti… Alcuni, esausti, si stendono sul selciato con lo zaino sotto la testa e gli occhi rivolti alla cattedrale. Ci sono momenti in cui la felicità è immensa, specialmente quando «l’uomo con il cappello fiorito», «Alberto dos Flores», si offre come soggetto per una fotografia.

Tra tutte le persone dei paesi più diversi che ci circondano, ritrovo il mio compagno Albert. È con Marlies, la nostra amica pellegrina che ama cantare e che avevamo dovuto lasciare a Redondela dopo una giornata di Cammino insieme. È felicissima di essere arrivata a Santiago e di ritrovarci. Beviamo un caffè con grande eleganza sulla terrazza dell’hotel di lusso a cinque stelle Hostal de los Reyes Católicos.

È arrivato il momento di sistemarci al San Martín Pinario, Hospedería Seminario Mayor: 40 euro a notte con un’ottima colazione. Alloggiamo proprio accanto alla cattedrale: siamo davvero privilegiati, nel cuore del centro.

Il giorno dopo, alle 11:30, l’organo risuona nella cattedrale. Suoni potenti riempiono l’alto edificio. La cattedrale è di nuovo gremita. Comincia una messa solenne che, anche per i credenti, conserva sempre un aspetto misterioso. Frère Roger di Taizé direbbe: «Accogli ciò che senti vicino a te». L’Eucaristia resta un mistero; come l’amore, in fondo, non si può comprendere del tutto. Possiamo sperare che le tante persone presenti ascoltino la promessa di Dio: «Ti ho chiamato per nome». Quasi tutte le letture e le preghiere sono in spagnolo, perciò molte non le capiamo.

Per molti, il momento culminante della messa sarà probabilmente quello del Botafumeiro, il grande incensiere. Il recipiente, che pesa 54 chili, viene calato dal soffitto con una corda lunga e robusta. Vi si mettono carboni ardenti e un’abbondante quantità d’incenso. Quattro uomini lo fanno oscillare, finché sfreccia da un lato all’altro del transetto per 64 metri, arrivando ogni volta quasi a toccare l’alto soffitto. Dietro di sé lascia una scia di fumo il cui profumo si diffonde in tutta l’enorme chiesa. Per fortuna, alla fine c’è ancora un momento spirituale: la benedizione. Possa toccare e accompagnare tutti.

Sulla Praza do Obradoiro, davanti alla cattedrale, si ripetono scene emozionanti, soprattutto tra i pellegrini appena arrivati a piedi: gioia incontenibile, lacrime di felicità, danze e canti. Molti sono sdraiati a terra con lo sguardo rivolto alla cattedrale. Albert, «l’uomo con il cappello fiorito», viene scelto di continuo come soggetto delle fotografie. Alle 17:00 ci mettiamo in fila al Parador, nella speranza di essere tra coloro che vengono invitati a mangiare nell’hotel di lusso.

Quanto può essere appagante la vita semplice:

Finalmente lasciamo la strada,
la freccia gialla ci indica la discesa verso la spiaggia.
Che bello camminare scalzi sulla sabbia, lungo la riva!
Le onde ci vengono incontro
e ci invitano a tuffarci,
mentre cantiamo canzoni di mare.
Ma adesso non possiamo: non abbiamo tempo.
Torneremo volentieri
e allora faremo il bagno.
Ora dobbiamo andare
a cercare un posto dove passare la notte.
Atlantico, grazie per il tuo fascino:
nel frattempo, per favore, scalda un po’ l’acqua!

Per un po’ devo chiudere gli occhi. Mi torna in mente il racconto dell’Esodo, in cui il popolo d’Israele viene condotto fuori dalla schiavitù, attraverso il deserto, fino alla Terra promessa. Siamo arrivati anche noi? Sì, abbiamo raggiunto una tappa importante. Sono pieno di pace e di gioia! Ma il cammino della nostra vita prosegue verso una meta indescrivibile. La Bibbia ci promette la «Gerusalemme celeste» (Apocalisse 21,1-7) come luogo della nostra destinazione ultima. Là Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi. Non ci saranno più la morte, il lutto, il lamento o la fatica. Questa prospettiva deve rafforzare la nostra fiducia e condurre sempre di nuovo noi, popolo di Dio, alla conversione.

Andiamo direttamente verso Finisterre, nel punto da cui aspettiamo di vedere il tramonto. Altre persone si trovano già in quel luogo, distante 3,5 chilometri, da cui si gode una vista spettacolare: il sole dovrebbe scomparire direttamente dietro il mare e non dietro un ostacolo. Lo speriamo. Il grande faro che abbiamo davanti conserva ancora oggi la sua importanza: senza di esso, nel corso della storia, molte più navi sarebbero naufragate sugli scogli. Non li chiamano «scogli della morte» senza motivo. Con grande gioia ritroviamo Klaus, di Ostrach, conosciuto tempo prima lungo il Cammino per Santiago. Si appoggia orgoglioso alla pietra miliare che porta il numero «0».

Molti preparano già un dispositivo per fotografare il tramonto al momento giusto. Purtroppo, oggi restiamo delusi: il bordo inferiore del sole scompare dietro una fascia di nuvole. Troppo presto! Il caro sole sparisce. Peccato, ma resta la certezza che, come grande luce, riapparirà. Nel Vangelo di Luca (1,78-79) leggiamo: «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte».

Parliamo con alcuni ragazzi che studiano teologia, conosciuti durante il giro di presentazioni in tedesco, e dividiamo con loro una bottiglia di vino rosso, bevendolo da bicchierini di plastica. Che promessa straordinaria quella di Dio, che ha stretto un’alleanza eterna con noi esseri umani (Luca 1,72-73)! Mi viene spontaneo pregare: «Fa’ che tutti riconoscano che sei Tu dietro il meraviglioso ordine dell’universo!» Ci colpiscono anche i colori luminosi che appaiono in cielo, dal giallo all’arancione fino al rosso intenso, le stelle, l’immensità… Intono «Grande Dio, ti lodiamo». Alcuni si uniscono a me e cantano. Nonostante la piccola delusione per il tramonto, ci sentiamo uniti alle tante persone riunite sulla roccia di Finisterre. Poi scendiamo di nuovo, a gruppi.

La mattina dopo Albert e io ci mettiamo in cammino verso Muxía, attraverso boschi e campi, come nei giorni precedenti. «Mamma mia, Muxía!» Arrivati lì, dopo una doccia, andiamo alle 19:00 nella chiesa di María Barca. Fa molto freddo. Anche questa celebrazione è accompagnata da canti suggestivi, con una certa malinconia nelle melodie. In seguito andiamo all’ostello di Muxía. È già buio e tutto è silenziosissimo. La mattina seguente torniamo a Santiago in autobus.

Alle 17:00 accompagno i pellegrini interessati in un giro intorno alla cattedrale. Incontriamo di nuovo la nostra amica Marlies. È felicissima di essere finalmente arrivata a Santiago dopo essersi dovuta fermare per i piedi doloranti. Tornerà a casa in autobus con il suo gruppo. La rivedremo in Germania.

Mentre vado verso la cattedrale, davanti alla chiesa interna alla cattedrale una coppia tedesca mi chiede di scattarle una fotografia. Naturalmente lo faccio volentieri. Mi raccontano poi di essersi sposati lì il giorno prima. «Congratulazioni!» Proseguo verso una celebrazione particolare. Tra i partecipanti c’è anche Nicola.

La celebrazione inizia nel coro della cattedrale, proprio accanto all’altare maggiore, dove normalmente i laici difficilmente potrebbero entrare. Ci muoviamo insieme in processione attraverso la cattedrale: passiamo nel chiostro, dove bruciamo dei cartoncini neri che simboleggiano i nostri pesi; poi al fonte dell’acqua benedetta, che ricorda il battesimo e la liberazione; quindi alla Porta della Gloria, simbolo dell’invito di Cristo alla gloria del cielo; infine al sarcofago di san Giacomo, amico intimo di Gesù, prima di tornare all’altare. È una forma di celebrazione semplice eppure profonda, capace di toccare molti partecipanti.

In seguito Nicola viene a cena con noi al Seminario, il nostro alloggio. Al tavolo accanto siede, curiosamente, la coppia che mi aveva chiesto la fotografia. Essendo l’unico a sapere del loro matrimonio, alzo il bicchiere e invito tutti a brindare agli sposi. Tutti si voltano. Albert va subito a congratularsi con loro. Intono il canone «Tanta felicità e benedizione», che risuona nella sala a tre voci.

È l’inizio di una serata meravigliosa: Nicola tira fuori il suo ukulele e suona una musica commovente. Gli sposi cominciano a ballare in mezzo al nostro numeroso gruppo di commensali. La splendida serata si conclude con la canzone di Nicola, “Over the Rainbow”. La coppia ci ringrazia con grande entusiasmo, e lo stesso fanno i loro genitori, Erika e Herbert.

Mentre io partecipo alla nostra ultima messa, Albert aspetta Jochen, arrivato dal Portogallo, presso il portale sud della cattedrale. Finita la celebrazione, incontro all’uscita Jochen, Marlies e Albert. Marlies deve salutarci. Noi uomini andiamo a mangiare insieme con calma. Poi dobbiamo salutare anche Jochen, che torna dalla sua famiglia. Albert e io diamo l’addio a Santiago la sera, dopo un magnifico concerto con vari strumenti a corda sotto i portici dell’Obradoiro. Sono le 23:30: è ora di tornare a dormire. Domani rientreremo in aereo.

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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