Aldiqua dell’aldilà

in Il mondo di Art/Realtà di

di Pietro Cavaleri

Un vero Dio ci avvicina a noi stessi e agli altri incontrandoci nella capacità relazionale

La molla delle lontananze

Prima che cadesse il muro di Berlino, russi e americani erano talmente "lontani" da far temere, per molti anni, l’inizio di una nuova guerra mondiale. Caduto il muro, si ritrovano oggi fedeli alleati nella lotta contro il terrorismo internazionale. Qualcosa di simile è avvenuto anche nel nostro paese, dove cattolici e uomini di sinistra si sono fronteggiati per lungo tempo senza esclusione di colpi, mentre adesso si trovano a dialogare in un clima culturale completamente diverso da quello di ieri. Fra loro lontani sono stati, in un recente passato, anche i laici non credenti e gli uomini di fede, che oggi si riscoprono accomunati da medesimi ideali umanitari e marciano insieme per la pace o per la difesa della legalità.

Questi esempi, e numerosi altri ancora, dimostrano come le differenze politiche o culturali, che prima creavano una incolmabile "lontananza", col tempo sono destinate a scomparire per fare spazio al dialogo, al confronto e, a volte, anche alla condivisione più sincera. Esistono, tuttavia, altre lontananzeche si rinnovano di continuo, come ferite sempre aperte, e che difficilmente si riescono a colmare. Sono quelle che nascono dal professare differenti fedi, dall’appartenere a religioni o a chiese diverse. Sono le tragiche e sanguinose lontananzeche imperversano in Irlanda come nei Balcani, in Palestina come in Pakistan.

Non a caso, finita la paura della "guerra fredda", sono iniziate le crociate contro l’Islam e sono ricomparsi i fantasmi di un antisemitismo, che sembrava ormai datato e dimenticato. Dopo l’11 settembre gli uomini si sono riscoperti nuovamente lontani gli uni dagli altri e a creare tale distanza sono state ancora una volta le religioni, le grandi religioni. Ma l’essere lontani sul piano religioso cosa significa esattamente? Gli altri, che percepiamo come diversi, sono lontani dal "vero" Dio o sono, molto più semplicemente, lontani da noi, dal nostro modo di concepire il divino e la religione?

Sono questi alcuni interrogativi che da soli pongono in evidenza tutta l’ambiguità insita nel linguaggio e in particolare nel termine "lontano", spesso interpretato attraverso le lenti deformanti di un egocentrismo autoreferenziale, capace di alterare non poco la percezione della realtà.

L’uomo per altri

Dio, soprattutto il Dio dei cristiani, non concepisce la lontananza dall’altro. Anzi, fa della relazione con esso il luogo privilegiato nel quale Egli si svela e si manifesta compiutamente. Lungo la sua travagliata storia, l’uomo ha ritenuto che Dio celasse il suo volto dietro le meraviglie del creato, che ponesse la sua residenza nella dimensione misteriosa e irraggiungibile del trascendente.

Ma in Cristo, come ci ricorda con molta efficacia Dietrich Bonhöffer, Dio si è rivelato "l’uomo per altri". Non un essere astratto e lontano che sta aldilà, ma al contrario un essere che si pone interamente aldiqua, che sta "al centro del villaggio", dove gli uomini si incontrano e si pongono in relazione fra loro. Il Dio rivelato da Cristo non si manifesta nell’onnipotenza o nell’onniscienza, ma nell’esser-per-altri, nell’apertura accogliente di ogni prossimo che ci è dato di volta in volta e che è raggiungibile.

Se le cose stanno in questi termini, i veri lontani sono gli altri o siamo noi? Noi con la nostra religiosità mummificata e senza fede, con la nostra diffidente chiusura verso tutto ciò che ci è estraneo, che ci risulta distante e diverso. Se la relazione con l’altro, con ogni altro, è il "luogo" dove incontro Dio, non può esistere lontananza incolmabile o prossimo irraggiungibile. Il rifiuto di "incontrare" e accogliere l’altro, benché straniero e diverso, mi rende palesemente lontano da quel Dio che, attraverso Cristo, si è incarnato nella storia umana.

La ferita di non essere riconosciuto

Ma cosa rende gli uomini così ostinatamente lontani? Cosa produce fra essi una invalicabile distanza tanto da "profanare" la religione e usarla apertamente come elemento di divisione e di conflitto? E, d’altra parte, cosa può renderli più vicini, più aperti al dialogo e alla reciproca accoglienza? Alcune ricerche, soprattutto in ambito psicologico, hanno da tempo dimostrato che la nostra capacità di "riconoscere" l’altro è fortemente connessa all’esperienza dell’essere stati, a nostra volta, "riconosciuti". Sicché, se sperimentiamo la difficoltà di riconoscere l’altro, di accoglierne la diversità, ciò, con molta probabilità, è dovuto al fatto che siamo cresciuti in un contesto scarsamente attento a noi e alle singolari caratteristiche che costituiscono la nostra differenza, la nostra identità.In altri termini, la tendenza a percepire gli altri lontani, distanti dal nostro universo, fortemente diversi dal nostro sentire, rimanda in modo diretto ad una nostra antica diffidenza, ad una nostra "legittima" chiusura verso un mondo esterno che precocemente abbiamo sperimentato poco accogliente e disattento nei nostri confronti. Si tratta di una sorta di ferita affettiva che ci spinge poi a vedere, quasi automaticamente, il diverso da noi come ostile e nemico, irrimediabilmente lontano e irraggiungibile.

Ciò che si verifica sul piano delle vicissitudini evolutive individuali, possiamo ipotizzare che avvenga, per plausibile analogia, anche nelle relazioni fra le nazioni e i popoli. Più sono riconosciuti e accolti nelle loro specifiche differenze e più sapranno porsi, a loro volta, in un "ospitante" atteggiamento di apertura e di dialogo. Forse, dopo il crollo delle torri gemelle, è giunto il momento di relazionarsi in un modo nuovo, costantemente ispirato al riconoscimento reciproco, coraggiosamente aperto all’altro, chiunque esso sia, nella consapevolezza che la lontananza da lui produce l’effetto, spesso non calcolato, di allontanarci da noi stessi.