Onore al merito, Capitano!

in Diario

La perdita di un animale d’affezione è un sentimento che può comprendere solo chi ha sperimentato la personale esperienza di prendersi cura di una creatura diversa da noi; nella forma e nella sostanza, il legame di reciproco affetto che s’instaura con un micio, un cane, un cavallo e così via, riguarda quindi la sfera personale ed ha peculiarità uniche che per sua natura non vanno definite né quantomeno giudicate.

Prima che il gatto che mi è stato accanto per 18 anni della sua vita se ne andasse, ho fatto parte di quella schiera di persone convinte che un epitaffio in onore di un animale domestico fosse un gesto esagerato, che il lutto che si sperimenta per la morte di quello che probabilmente è il surrogato di un figlio non è paragonabile a quello verso una creatura della propria razza, che insomma l’esternare pubblicamente cordoglio per la morte del proprio animaletto non è altro che l’ennesimo sfogo di un’individualità eccentrica e protagonista… ebbene, oggi vi dico che non avrei mai voluto svelare la falsità di queste considerazioni attraverso la tristezza che sta portandomi nel cuore la dipartita di Nemo e così torno ad esorcizzare la mia sofferenza con un bel post dedicato proprio a lui.

Quando è entrato nella mia vita aveva appena un anno, la sua precedente padroncina (Valentina) l’aveva chiamato proprio come me: Nico. Quando sono andato a prenderlo era circondato da altri gatti che giocavano tra loro mentre lui era su di un letto, a fissarmi coi suoi occhi azzurri, per i fatti suoi.

Valentina mi ha chiesto quale dei tanti gatti preferissi e credo di non averci pensato più di tanto: tra me e Nemo è stato amore a prima vista; così, quando gliel’ho indicato e lei ha detto: Ti piace Nico? Beh, ho pensato che fosse un segno, che era il compagno che mi era stato destinato.

L’ho portato a casa, poi dal veterinario, e ho deciso di togliergli la possibilità di avere figli: non sono mai stato sicuro di aver fatto la cosa giusta e mi sono sempre assunto la responsabilità di questo gesto. Quel giorno ho anche capito che avrei dovuto prendere decisioni importanti al suo posto e che probabilmente lui non avrebbe avuto voce in capitolo: probabilmente, prendersi cura di un animaletto è davvero un’alternativa “light” alla procreazione; così come avviene con un cucciolo d’uomo si tratta di prendersi cura di una creatura che dipende interamente da te… o almeno, questo è quello che ho creduto all’inizio perché sono bastate le innumerevoli volte in cui Nemo ha tentato la fuga (alcune di queste con successo) per darmi contezza del fatto che il gatto è un animale fondamentalmente indipendente.

Nonostante i tentativi di evasione Nemo ha comunque partecipato a quasi tutti i fatti salienti della mia vita. E’ arrivato quando ho interrotto la mia prima relazione e sono andato a vivere per i fatti miei nella casa che mi ospita tutt’ora. Ha conosciuto tutte le donne della mia vita fino a Giuliana, la mia futura moglie, poi ha deciso di andarsene… non prima però  di aver visto mio figlio, non prima di aver atteso di conoscerlo anche solo per poco.

La cosa che mi commuove oggi è pensare come riuscisse a capire i miei stati d’animo. Quando stavo bene se ne stava per i fatti suoi, ogni tanto riusciva a prendere la porta e si faceva i giri del quartiere (non posso dimenticare quando a Catania, rientrando dal lavoro, l’ho visto sul cornicione del palazzo dei quattro canti: aveva fatto il periplo). Quando invece ero giù di morale e mi abbandonavo sul materasso, lui arrivava e mi si sedeva sul petto: con la delicatezza di una piuma lasciava che io sentissi il suo cuore attraverso il mio, faceva la fusa e mi guardava con uno sguardo che solo chi ha avuto un gatto può sperimentare, uno sguardo che se presti attenzione scopri avere delle profondità che non immagini in un animale, profondità che a volte è difficile trovare persino negli esseri umani.

Nemo era un gatto socievole, probabilmente per il fatto che quando è entrato in casa, e cioè nel 2000, avevo 28 anni e la mia dimora era un porto di mare. Amici che venivano ed andavano, alcuni si fermavano a dormire nel divano, musica a non finire, passioni forti… insomma, ha respirato la serenità e le passioni della migliore età di un uomo divenendo quasi un mio alter ego: ricordo come facesse gli onori di casa quando qualcuno bussava alla porta, eravamo sempre in due ad accogliere l’amico di turno.

Per qualche tempo Nemo è stato anche un gatto da riporto, gli tiravo delle cose e lui le riportava indietro come fosse un cane. Bro mi ha ricordato che gli piaceva moltissimo giocare con uno spago che teneva rigorosamente in un posto segreto, quando aveva voglia di giocare te lo ritrovavi davanti con lo spago in bocca e sembrava ti dicesse: dai, fammi giocare!

Nemo era anche un gatto di una certa classe, mio fratello, cui era molto affezionato, mi ha mandato giusto oggi delle foto nelle quali è ritratto in una sua posizione tipica.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui è caduto dal quarto piano fracassandosi la mandibola. Ero al matrimonio di un caro amico a Ragusa e sono dovuto rientrare a Catania in fretta e furia (a questo proposito ho sperimentato come è difficile far capire alle persone che la preoccupazione per la vita del proprio animale non è una cazzata immotivata). Era stato ricoverato in un piccolo ospedaletto per animali, era in una gabbia, con un collarino, girato di lato. Non appena l’ho chiamato lui si è voltato di scatto e mi ha immediatamente risposto con un miagolio deciso ed incazzato: fino a quel momento non aveva pronunciato un suono, al sentire la mia voce invece sembrava mi avesse voluto dire: testa di c**** dov’eri?

Dopo quella caduta tutti lo davano per spacciato, ogni volta che rientravo a casa dall’ospedaletto temevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo. Però, in barba a tutti quelli che gufavano, Nemo ce l’ha fatta, gli è rimasta solo la mandibola un po’ storta ed un tic per il quale ogni qualvolta gli toccavo la bocca lui faceva per masticare.

Un giorno, durante le vacanze natalizie, è scappato di casa. Lì ho davvero creduto di averlo perso, ho messo manifestini per tutta Marina di Ragusa ma, dopo 3 giorni di assenza, avevo perso le speranze. Ed invece, l’1 mattina del nuovo anno, mi chiama un tizio dicendomi che l’aveva visto… io immaginavo fosse il sosia che mi avevano segnalato già altre volte ed invece quel maledetto stava sopra un tetto e non voleva saperne di venire da me… se Maometto non va alla montagna allora la montagna va da Maometto, mi è sembrato di sentirgli dire… così sono salito sul tetto per prenderlo e portarlo a casa.

A proposito dei suoi numerosi tentativi di fuga qualcuno mi ha detto che forse voleva essere lasciato libero, ma come avrei potuto abbandonarlo alla strada senza le palle che gli avevo fatto togliere perché pensavo di tenerlo con me, come facevo a rischiare che se lo mettesse sotto qualche automobile: un gatto di casa non può avere le stesse chance di un gatto di strada che comunque vive la metà degli anni. Lì ha prevalso il mio egoismo anche se, in fondo, qualcosa mi diceva che a lui stesse bene così.

Comunque, quando è caduto dal quarto piano Nemo non ha più voluto scappare, dopo le dimissioni dall’ospedaletto è diventato un gatto modello anche se è cominciata a montare in lui l’ossessione per il cibo, quasi fosse l’unica gioia rimastagli. Fortunatamente gli bastava ricevere la sua porzione di croccantini e non dovevano mai mancare le due bustine di umido: una la mattina ed una la sera; se per caso ritardavi la somministrazione, allora iniziava a venirti dietro reclamando il dovuto con forza.

Sul fronte socializzazione con gli umani vi ho già detto che Nemo era insuperabile, alcuni sostenevano che avesse preso il mio carattere (anche se a me piace pensare che fosse semplicemente il suo modo d’essere e che per una fortuita coincidenza c’eravamo trovati); per la socializzazione con gli altri animali invece ha sempre posto in essere la filosofia del vivi e lascia vivere, comunque non amava la presenza di cani o gatti estranei. Quando Lillo (il maltese di mia madre) gli si avvicinò per annusarlo, lui si fece portare all’angolo e si limitò a girare la testa di un lato come a dire: ma quando te ne vai? Quando è arrivato Zoe (il suo compagno di cammino da 6 anni a questa parte), era talmente contrariato che gli spuntò pure la terza palpebra: trovarsi questo piccolo demonio nero in mezzo alle zampe, desideroso di giocare fino allo stremo, dev’essere stato interpretato come un vero e proprio colpo basso da parte del suo padrone. Comunque, da bravo compagno di vita, si è accollato il nuovo arrivo e gli ha fatto da padre.

Mio carissimo Nemo, l’altro ieri ti abbiamo sepolto sotto un giovane pero selvatico; eravamo io e l’altro tuo amico Bro: credo lo considerassi il tuo secondo papà.

Ti abbiamo portato in un posto a noi molto caro, la Diga di Santa Rosalia, e ti abbiamo seppellito vicino Kita, il cane del Secco, l’amico fraterno del tuo padrone che ti chiamava amorevolmente Carmelo.

Adesso sei lì, da solo, e non posso fare a meno di commuovermi ancora al pensiero che non sentirò più il tuo miagolio, che non mi passerai più freneticamente tra le gambe quando hai fame; sono attanagliato dalla tristezza al pensiero che non vedrò più la tua coda marrone con la punta bianca che spunta da sotto un mobile mentre credi di esserti abilmente nascosto, mi intristisce terribilmente il pensiero che sei lì da solo e non mi conforta il fatto che la tua vita sia stata perfetta, che tu abbia sempre avuto quello che volevi persino poterti infilare sotto le lenzuola per dormire al mio fianco (almeno fino all’arrivo di Giuliana :)  Non posso fare a meno di provare dei sensi di colpa per come ho reagito alla tua malattia, cioè la vecchiaia, a come in questi ultimi mesi ho sperato in silenzio che te ne andassi per non essere costretto a vederti smagrire in quel modo, a barcollare, a non poter più fare un semplice salto dal pavimento alla sedia, mentre adesso che te ne sei andato non riesco a pensare ad altro se non a quanto non avrei voluto che morissi.

Tutti ti ripetono che questa è la vita, che moriamo perché nasciamo, che il vero mondo è dopo… ciononostante tutto questo non mi conforta, ti immagino sotto terra, vicino al giovane pero, senza luce negli occhi; probabilmente aiuterai quell’arbusto a diventare grande, le diverse parti di te si uniscono adesso al tutto ma ciò non toglie che sei stato il mio gatto, l’animaletto che mi ha fatto compagnia per buona parte della mia vita.

Ti ho chiamato Nemo pensando al capitano del Nautilus ed è questo che hai fatto: ricordo le volte in cui cercavo ispirazione per una nuova canzone e ti guardavo… tu eri lì che ascoltavi sempre qualunque cosa facessi, il tuo miagolio rimaneva registrato in tutte le mie pre-produzioni artistiche, in una canzone che parlava del mio cammino ho usato la tua voce come effetto sonoro (la canzone parlava di una hospitalera che gestiva un albergue di pellegrini, dopo aver vissuto un momento di grande festa e voci io decidevo di uscire dall’albergue per fare una passeggiata nel giardino, con le voci che si allontano sempre più), il tuo miagolio che risuonava nella notte simboleggiava il fatto di sentirmi a casa anche migliaia di km lontano.

Mentre scavavamo la tua fossa eri lì, rigido, su di un muretto… io e bro ci siamo spellati le mani a forza di scavare, ogni colpo lo dedicavo a te, sperando che in qualche modo tu potessi sentirlo, ma in realtà eri lì sul muretto, senza vita, eri lì ad aspettare che noi completassimo il lavoro. Quando ti abbiamo lasciato cadere nella fossa, ti ho coperto gli occhi con la mia conchiglia da pellegrino, quella stessa conchiglia che comprai in un distributore a St. Jean Pied de Port quand’ero partito con la bicicletta. La conchiglia che mi ha accompagnato in tutti i miei cammini doveva restare con te; ma anche questo non mi è stato di conforto, neanche quando bro ti ha ricoperto interamente di terra perché io proprio non ce la facevo.

Sotto quel mucchietto di pietre, all’ombra di un giovane pero c’è Nemo, un animaletto come tanti, una creatura di questo mondo che ha completato il suo ciclo. Di Nemo si ricorderà sempre il suo padrone ed il suo secondo padrone, chi l’ha conosciuto e ha vissuto per un po’ con lui verrà forse preso da un po’ di tristezza.

Buon viaggio mio piccolo grande amico e onore al merito, Capitano!

foto di Mirko Chessari