L’importanza di tornare “a-social”

19 Luglio 2026
6 minuti di lettura

Sono passati già 2 mesi da quando ho preso la fatidica decisione di staccarmi dalla dipendenza dai social, eliminando insieme i miei account Facebook ed Instagram (su TikTok per fortuna non c’ero ancora cascato).

Non che oramai interagissi particolarmente col sistema, piuttosto mi definirei un osservatore passivo, uno di quelli che per occupare quella mezz’ora di tempo libero, prende il telefono e vede cosa si dice in giro. Ma quella che era diventata un’apparentemente innocua abitudine stava iniziando ad avvelenarmi la vita perché, vedete, dietro ogni social (che sia Facebook, YouTube, Instagram, TikTok) c’è un algoritmo che analizza il tuo pensiero, e lo fa sulla base del tempo che stai a guardare un singolo post od immagine, sul fatto che metti un like o che lo condividi. Se quindi passi la maggior parte del tempo a scorrere reel (brevi video verticali) e ti soffermi di più su quelli dove ci sono genitori alle prese con bambini piccoli, ebbene… il sistema te ne proporrà sempre di più.

Il funzionamento di tale algoritmo è neutrale: non privilegia alcuna tematica in particolare, ma si limita a dare all’utente quello che vuole, per tenerlo così agganciato allo schermo e potergli somministrare più pubblicità possibile.

Il grosso problema però è che, a furia di bombardarlo con le sue stesse preferenze, l’utente sviluppa una dipendenza patologica motivata dal bisogno di approvazione (gli esperti la mettono oramai sullo stesso piano della dipendenza dal gioco d’azzardo: stesso meccanismo, stessa scarica di gratificazione ogni volta che il telefono si illumina). Purtroppo i contenuti che affollano i social non sono innocui come quelli di un papà che si sveglia la mattina ed insieme alle coperte fa volare in aria anche il suo piccolo bimbo; ce n’è per tutti i gusti: negazionisti, omofobi, complottisti, radical chic di sinistra, come anche contenuti colti, preziosi per chi sente ancora il bisogno di informarsi al di là delle proprie preferenze. Insomma, se sei uno che non sopporta gli immigrati, il tuo muro sarà pieno di notizie di immigrati che uccidono, immigrati che rubano, immigrati che spacciano e via discorrendo. Viceversa troverai notizie che mostrano come gli immigrati facciano i lavori che noi italiani non vogliamo fare, che quelli che delinquono sono solo una minima parte, che la maggior parte di loro si rompono la schiena dalla mattina alla sera e che sono solo i politici di destra che te li fanno vedere come il male primo della società perchè sanno di parlare alla pancia delle persone etc etc…), ma a chi segue l’altra tifoseria questo pensiero non interessa: egli è già appagato e si sente approvato dalla moltitudine di persone che la pensano come lui. A conti fatti, senza rendercene conto, a causa di questi sistemi siamo diventati eccessivamente estremi nelle nostre idee, forti del fatto che quando ci colleghiamo ai nostri social sembra che tutti la pensino come noi. La chiamano bolla, e il nome rende bene l’idea: ognuno rinchiuso nella sua, convinto che il mondo là fuori sia fatto a sua immagine e somiglianza. Sempre che il nostro sia un pensiero, visto che oramai lo difendiamo con slogan che non sono neanche nostri.

In passato le cose funzionavano un po’ diversamente… cioè, questo meccanismo c’era sempre e lo determinavano i politici di allora, che erano poi d’accordo con i mass media che ti passavano le notizie che gli convenivano, ma c’era una differenza sostanziale nel potenziale di condizionamento. Per spiegare questa cosa citerò un’esperienza della mia adolescenza di cui non vado fiero, e cioè di quando appesi una foto del duce nella mia stanza sposando il folle ideale del fascismo. Non conoscevo affatto tutta la storia di quell’epoca, o meglio, conoscevo quella che mi riusciva facile accettare, e cioè che c’era stato quest’uomo forte e temibile che era stato in grado di sottomettere tutti i suoi nemici. A quel tempo mi sentivo solo e spaurito, vittima di quei processi di adattamento alla società che spesso fanno sentire gli adolescenti dei pesci fuor d’acqua. Così, sposare un’idea politica estremista, figlia dell’odio, era un modo per sfogare la mia frustrazione. Ma grazie alla possibilità di confronto con altre persone, unita ad una vita più appagante sul piano sociale che fortunatamente sono riuscito a costruirmi dopo i due anni ignobili del ginnasio, quell’idea si è svelata per ciò che era, ovverosia il muro che avevo costruito intorno a me per non dovermi sentire frustrato da compagni di classe che non mi accettavano; così ho fatto fuori la foto del duce. È stata la vita reale a tirarmi fuori, capite? Le persone in carne ed ossa, quelle che ti contraddicono, ti deludono, ti sorprendono… mica un algoritmo che ti dà sempre ragione.

Se solo ci fossero stati i social in quegli anni, beh… forse sarei rimasto anch’io intrappolato dall’algoritmo, avrei trovato pensieri, contenuti (anche fasulli) che mi avrebbero galvanizzato ancora ed ancora, spingendomi così a pensare che non c’era niente di sbagliato in me perché… ve lo voglio dire… chi ancora oggi pensa che i gay dovrebbero essere banditi, che la colpa del fallimento occidentale sia degli immigrati e che prima di tutto famiglia, dio e patria… beh… è solo un idiota. Ed un idiota, quando è solo, anche se poco brillante, finisce per adattarsi agli altri riuscendo così a sembrare meno idiota; quando invece è assecondato da altre persone, il suo pensiero si fortifica e struttura sempre più.

Quando ero ragazzo, i pochi telegiornali che c’erano (e che neanche guardavamo) non erano sufficienti ad estremizzarci così tanto nei pensieri; faceva tantissimo la società intorno. Sui banchi di scuola spesso si pensava quello che pensavano tutti gli altri, alcuni riuscivano persino a convincersi di altre idee se le persone che gliele proponevano erano convincenti (ricordo che ai miei tempi c’era un certo Michele del Partito Comunista che mi fece innamorare di quell’ideale). Mi vergogno un po’ del fatto che per prenderci in giro usassimo parole come finocchio e frocio, perché eravamo davvero idioti a pensare che noi eravamo quelli sani e “loro” quelli sbagliati… ma questa cosa è cambiata, e non grazie ad un’interferenza di massa, ma sulla base delle frequentazioni. C’erano ancora gruppi di persone (solitamente i più balordi) che continuavano a pensarla così, e c’eravamo però anche noi che pensavamo che katz… ognuno può essere come vuole, a patto di non rompere le scatole agli altri… e questo era il nostro social quotidiano, quello delle persone di cui ci circondavamo, persone in carne ed ossa e non facce sul display.

Poi, mentre scrivo, penso che in fondo tutti i social si basano sullo stesso meccanismo che avviene nei piccoli gruppi: omologarsi al pensiero degli altri per ottenere l’accettazione. Ma se nella vita reale l’obiettivo è legato a persone reali, che poi possono anche cambiare idea o mandarci a quel paese a prescindere, nei social hai sempre qualcuno o qualcosa che ti confermerà che sì… quello che pensi è giusto… anche se in realtà non è affatto quello che pensi, ma una cosa che hai letto da qualche parte e che ti ha convinto più di tante altre (come me con la storia del duce).

Adesso, so di dire una cosa politicamente scorrettissima, ma a 54 anni suonati penso di potermi permettere di affermare che il genere umano è composto per la maggior parte da gregari, ovverosia pecore che stanno dietro a qualcuno. Ciascuno ha poi le sue peculiarità, chi più sensibile, chi più violento, ma sostanzialmente si tratta di una massa di gente incapace di pensieri originali e con scarsissimo spirito critico. Il modo in cui le pecore si muoveranno nel mondo è quindi determinato dal loro pastore… non è passato neanche un secolo da quando il pastore Hitler ha convinto le sue pecore che bisognava far fuori gli ebrei; aveva avuto ragione a farlo? Qualcuno oggi potrebbe rispondere di sì, ma è sempre in minoranza, perché i pastori di oggi hanno convinto le pecore che gli ebrei non sono un problema, mentre lo sono altri popoli o altre razze ai quali è giusto fare la guerra. Con una differenza rispetto ad allora: che i pastori di oggi non hanno più bisogno di piazze e adunate… gli basta l’algoritmo, che raduna le pecore al posto loro, ciascuna nel suo recinto.

Tornando all’argomento di questo post, visto che poi tendo sempre a divagare, ho deciso di staccarmi definitivamente dai social perché non ho più voglia di inquinarmi con le cazzate del mondo; sono stanco di essere sempre assecondato sul fatto che il presidente degli USA è un pazzo, che il generale omofobo italiano potrebbe diventare il nuovo presidente del consiglio, e tutte quelle cose che sono oramai diversi anni che non metto più in discussione. Perché la bolla, vedete, funziona anche quando ti dà ragione: non ti fa crescere, non ti fa cambiare idea, ti lascia lì a rimasticare sempre le stesse convinzioni. Non ho voglia di trovarmi davanti agli occhi ogni giorno la triste realtà che non cambia mai niente, che la storia torna sempre su se stessa, che il sacrificio di persone illuminate viene spesso vanificato dalla massa di pecore che possono riportarci ad un nuovo fascismo… insomma, sono stanco di sentirmi assecondato ma pur sempre impotente, come tutti, in balia del potente di turno, e spero che questa decisione potrà permettermi di tornare a cambiare idea e soprattutto di credere ancora che non tutto è perduto, per me e soprattutto per i miei figli.

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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