Ciao Eddie

7 Luglio 2025
7 minuti di lettura

Ciao Eddie, mio tenerissimo cucciolo. Hai poco più di 4 mesi, ma senza bisogno di parlare, senza importi con la forza del pianto, hai già passato al tuo vecchio padre distratto quei piccoli dettagli della tua unicità che ti rendono ai miei occhi più che speciale.

Sai, quando è nato Corrado Santiago, sin dal suo primo vagito ero lì con lui, cercavo di immaginare cosa sentisse e provavo a suggerirglielo, stando attento a cogliere qualsiasi segno del volto che potesse assecondare le mie intuizioni: cantavo e suonavo per lui quasi sempre, gli facevo video e foto in continuazione. Credo di aver messo insieme centinaia di ore di riprese, e di queste ho anche realizzato dei piccoli videoclip con la musica, anche dei cortometraggi… Insomma, quando tuo fratello sarà grande, avrà tanto materiale con cui ricordarsi com’era essere neonato, perché, ahimè, tutto si dimentica: ti sembrerà che quel bambino che gorgoglia e “lallaba” e dà di matto se non trova la tetta, non sia mai esistito, ed ho sempre creduto che solo attraverso gli scritti e le immagini, una parte di quel ricordo potesse essere preservata.

Quand’eri nella pancia della tua mamma non ti ho parlato tantissimo; anzi, spesso dimenticavo che stavi lì dentro, e quando quella mattina dell’8 febbraio hai iniziato a manifestare la tua volontà di uscire, ho cercato di convincere tua madre che era ancora presto: «Impossibile – dicevo – ancora non hai fatto neanche il tempo», e poi la luna nuova, le congiunture astrali, il nostro destino, tutte quelle stronzate da negromante, come se spettasse a me decidere se dovevi venir fuori o meno. Ad ogni modo, hai deciso di uscire e l’hai fatto, e quando ti ho preso in braccio mi sono sentito un imbranato; non vedevo l’ora che la mamma ti riportasse al suo caldo abbraccio perché avevo paura di farti male. Quando mi hanno dato il compito di tagliarti il cordone, diamine… era così duro che credevo di non farcela, che mi sarebbe servito l’aiuto di qualcuno. Insomma, stavo iniziando la mia nuova paternità con una potente dose di insicurezza, tutto il contrario di quella personalissima e probabilmente mega-illusoria magia della prima esperienza, quella in cui l’arrivo di Corrado era stato annunciato dall’apostolo di Gesù in persona (visto che mi trovavo sul Cammino).

Comunque, sei arrivato ed eri lì, indifeso come il più tenero dei cuccioli, e mentre ti guardavo, pensavo che dovevo darti il massimo, che dovevo esserci anche per te… ma sarei riuscito nell’intenzione? Sarei stato in grado di darti tutto quello che avevo dato a Corrado senza abbandonare Corrado stesso?! La risposta è stata: boh?! O forse: mah! O ancora: eeeehhheheh! Insomma, una cosa era certa: ti saresti dovuto accontentare di un padre “boh”. Il fatto è che stavo nuovamente affrontando l’esperienza della paternità, ma con un carico del tutto diverso dalla mia prima volta, perché di certo non potevo permettermi un altro TIA, né confidare nel forte e magico sentimento che univa i tuoi vecchi all’inizio, e precisamente quando con mamma ci siamo ritrovati a farci le linguacce in quel bar sul corso, nei dintorni di Acicastello. Il tempo modifica ogni cosa ed i sentimenti invecchiano esattamente come noi e quando le magie improvvisamente si dissolvono, a prenderne il posto è solo la realtà, che anche se meravigliosa (come nel mio caso) risulta un po’ meno frizzante ed entusiasmante. La realtà è quella che a volte (anzi, spesso) ti porta a rinunciare ad un sogno, come ad esempio pensare ai soldi che devi mettere da parte per pagare il mutuo anziché progettare il prossimo viaggione familiare; è quella che la notte ti ruba il sonno se non hai ancora pensato a fare un’assicurazione sulla vita, perché guai a lasciare uno stipendio in meno sulle spalle della tua compagna con due bambini piccoli; la realtà è quella che mi ha strappato di mano il sogno della musica, perché il successo e la fama non sono più a portata di sogno come una volta, e comunque non avrei neanche il tempo per assecondarli, visto che i miei figli sono immensamente più importanti di tutta quella storia di girare il mondo a fare il burattino degli impresari e del pubblico pagante; la realtà è quella che mi impone di tenermi un lavoro che non mi gratifica particolarmente, perché a questa età non ti assume nessuno, a meno che tu non sia un manager arraffone che distrugge tutte le società per le quali passa… (Oh beh… chissà se, quando sarai grande, ci saranno ancora queste robe). È stato triste, mio caro Eddie, rinunciare alla magia che ha colorato tutti i miei sogni d’adolescente… era proprio grazie a quella magia che non disperavo mai, ed è stato bellissimo che mi sia stata compagna per così tanto tempo: per alcuni versi dispero un po’ per il fatto che non si sia trasformata nella mia realtà quotidiana (credo che a qualcuno succeda, di tanto in tanto).

Ok, tendo a divagare, quindi torno al senso di questo post che è questo: sei il secondo figlio, ed è opinione abbastanza comune che tutti i secondi figli crescano da soli, forse perché i genitori hanno esaurito tutta la magia allevando i primi. Io non so definire bene questa condizione, perché, anche se ci sono passato, non mi ricordo una beneamata cippa di cosa significhi, per un bambino, “crescere”. Tuo fratello ha avuto il massimo delle cure e delle attenzioni e oggi mi dice che non gli piace essere diventato grande, che vorrebbe tornare come te. Ed io a volte penso che probabilmente doveva crescere un po’ più da solo, perché così avrebbe trovato la sua strada anziché seguire quella “magica” che gli indicavano i suoi vecchi. Io ho tanto casino in testa con questa storia dell’educazione: ci sono genitori che tengono i loro figli in riga come soldatini e nelle loro case sembra ci siano solo bicchieri di cristallo, e dall’altra parte ci sono io che litigo con la mamma per questa storia delle regole, perché mi stavano sulle balle da giovane, e continuano a starmi sulle balle da vecchio… Io adoro tuo fratello, l’unica cosa di cui mi preoccupo è che possa soffrire, perché la sofferenza dei figli si trasferisce ai genitori con intensità raddoppiata. Probabilmente tu crescerai senza film e fotografie, ed al parco giochi sarai costretto ad intrufolarti nei gruppi con gli altri bambini perché tuo padre se ne starà seduto al tavolo a cercare di recuperare sul blog tutte le cose che non ha scritto su di te. Probabilmente adesso non senti davvero il bisogno della mia presenza, perché hai accanto tutto quello di cui davvero hai bisogno: la tua mamma. Ma domani sfrecceremo insieme a tuo fratello per la ciclabile che da Imola corre verso Castel San Pietro, per poi salire a Dozza dove ti dovrai fare il mazzo per raggiungere il paesino medievale, visto che ci sono almeno 5 km di salita, e lo farai molto prima di quando l’ha fatto Corrado… perché devo cercare di “apparizzarvi” il prima possibile, così non devo chiedere all’universo quantistico di concedermi il dono dell’ubiquità.

Sto ancora divagando… perdonami. Tendo facilmente a deprimermi pensando ad un futuro che non posso conoscere. Adesso torno da te, a come sei adesso, alle volte in cui mi soffermo a guardarti per mettere a tacere tutte le stronzate sulla realtà e sentire ancora la musica della vita vibrarmi dentro. Ti guardo e mi sorridi, e lo fai ogni volta perchè nel tuo DNA dev’esserci un’istruzione ben precisa e cioè d’essere per la maggior parte del tempo, strafelice. Quando smetto di guardarti e torno a leggere il mio libro, dopo qualche minuto fai la tosse perché vuoi che ti guardi di nuovo. Io lo faccio, e tu torni a ridere, e mi sembra di sentirti dire: «Te l’ho fatta, eh? Pensavi che stessi male!». E poi c’è questa cosa di quando rimprovero tuo fratello e tu diventi subito serio, e devo correre da te e spiegarti: «Ma guarda che non ce l’ho con te, va tutto bene», sorriderti e accarezzarti, perché già così piccolo, forse inizi già a dispiacerti per gli altri.

Mi fa un sacco ridere quel ciuffo di capelli neri che hai sulla nuca; quando l’ha visto lo zio Secco ha detto: «Santiago era Benjamin Button (per il fatto che alla tua età era pelato), e questo è Roby Baggio». Poi hai una presa che pare quella di una morsa da falegname: quando mi acciuffi i peli del petto e inizi a tirare, mi fai squittire come una maledetta donnola. Ti devo tenere il polso e dirti: «Ehi ehi, guarda che se volevo depilarmi l’avrei fatto in modo meno doloroso».

La mamma dice che non ti ho considerato tanto, o almeno che non l’ho fatto come con Santiago. La verità è che ho una paura fottuta che Corrado possa restarci male, e quindi, da quando sei nato, mi sono dedicato moltissimo a lui, lasciando te e la mamma a casa o a passeggiare da soli. Ho voluto essere più vicino a tuo fratello perché non volevo che pensasse che il tuo arrivo significasse meno amore per lui. In realtà, a distanza di questi 4 mesi, ho capito che probabilmente questa cosa l’avrebbe pensata comunque, perché è sempre la stessa storia: qualunque cosa facciamo per far stare bene qualcun altro, alla fine non conta se anche l’altra persona non trova un modo per essere felice. Potrei raccontarti quali e quante volte mi sono imbattuto nella vita in situazioni del genere, quando mi sono messo in mezzo a casini di altri cercando di potervi porre rimedio, per scoprire che a poco o a nulla erano valsi tutti i miei sforzi… Quindi ti ho tolto tempo e sguardi per qualcosa che, alla fine, è andata come doveva andare.

Essere genitori è un vero casino, mio caro Eddie, e quando gli altri mi dicono: «Ma va che sei bravissimo», in cuor mio so bene che sto facendo un botto di errori. Ho capito che la cosa importante non è essere super presenti, fare 2000 foto e 50 film, stare lì a spiegare cosa è giusto e cosa sbagliato, perché i figli sono persone diverse da te e devono fare la loro strada, anche da piccoli, e rendersi conto che, per non vivere nell’infelicità costante, non devono anestetizzarsi coi videogiochi, la TV o il cellulare, ma trovare un modo per stare con gli altri. Se solo riuscissi a ricordare com’è stato crescere, magari riuscirei anche a fare di meglio con Corrado, dirgli le parole (poche) giuste per svegliarlo da quella malinconia che, ahimè, mi ricorda tanto quella di suo padre, e forse smetterla di volerlo accanto a me la sera per abbracciarlo e, in qualche modo, sperare che la forza della mia esperienza possa attraversare il mio corpo fino al suo. Con te, Eddie, spero che tutto questo mi venga più naturale e quando un giorno rileggerai tutto questo, vorrei soltanto sentirti dire “sto bene, papà”, perché per un genitore non esiste cosa più importante di questa.

Alla prossima! :=))

art

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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