Nelle ultime settimane ho rimesso mano alle mie vecchie agende, i diari che scrivevo da quando avevo appena dodici anni fino a quando ho scoperto Internet e ho iniziato a scrivere tutto sul blog. Sto organizzando il materiale in una pubblicazione per il KDP di Amazon, in modo da avere dei bei malloppi in stile trilogia del Signore degli Anelli da conservare nella mia libreria, qualora (con buone probabilità) la mia identità digitale finisse nel dimenticatoio quando sarò troppo vecchio e stanco per tutte queste cazzate.
Tornando alle agende: a ogni compleanno c’era sempre una scrittura legata all’8 ottobre. 8 ottobre 1984, 8 ottobre 1990, 8 ottobre 1994… Ho sempre tenuto al mio compleanno, perché cosa può esserci di più importante, come evento ricorrente, dell’anniversario della propria nascita? Ho sempre pensato che chi non tiene al proprio compleanno non tenga granché nemmeno a se stesso, e che io sarei stato felice di festeggiarlo fino a 100 anni.
Beh… le cose non sono andate come prevedevo da bambino. Tanti ragionamenti e pensieri sono cambiati così tanto che, guardandomi alle spalle, la sensazione forte è: ma chi era quel ragazzo lì? Quello che parlava di SuperAmore! Quello della teoria degli ART! Quello che diceva che avrebbe fatto musica e poesie fino alla fine dei suoi giorni.
Questa è una delle grandi fregature della mente: quando pensi e credi davvero in qualcosa, non immagini che già l’anno dopo potresti pensarla diversamente. Succede continuamente, e se ti guardi intorno trovi lo stesso schema anche negli altri. Non parlo delle abitudini o dei comportamenti di base, che possono restare più o meno uguali: il problema sono le IDEE, quelle preziosissime presunzioni che, anche se sei uno spirito super libero che non si fa condizionare da nessuno, perdi per strada come qualsiasi oggetto a cui non tieni più, senza neppure accorgertene.
Oggi è il mio compleanno, e mi riferisco proprio all’idea che ogni anniversario della propria nascita vada festeggiato con tutti i crismi. In realtà è da un po’ che non provo grande piacere a farlo, e sono contento di non avere più social che ricordino agli amici di farmi gli auguri: mi accontento di quelli che contano, cioè mamma, papà, mia sorella, mio fratello e naturalmente la mia famiglia di oggi, i miei figli. Per loro ho rinunciato volentieri, e ve lo dico molto onestamente, a tutte le stronzate egocentriche del personaggio che trovo nelle agende, quello per cui il mondo girava solo intorno a lui.
Non voglio giudicare quel Nicola: in quel momento aveva quelle idee, e amen. C’è chi con le proprie idee combina cazzate ben peggiori; le mie, almeno, non facevano male a nessuno. Credere che avrei salvato il mondo facendo rinascere il progressive. Credere che la teoria degli ART avrebbe contribuito a far nascere un’umanità migliore. Credere che chi non ama festeggiare il proprio compleanno non tenga abbastanza a se stesso.
Ebbene no, io non amo festeggiare il mio compleanno, ma credo di tenere a me stesso più di quanto abbia mai fatto, perché ci sono Eddie e Santiago che hanno bisogno di me. Questa è l’idea del Nicola 54enne, ma anche di quello 53enne, 52enne… insomma, da quando è arrivato il primo figlio. Magari quando saranno grandi penserò: che katz, ho rinunciato del tutto a me stesso, potevo evitarlo, potevo essere un buon padre tenendomi anche qualcosa per me. Ma questa consapevolezza non mi spinge a cercare una strada diversa: sto bene così, e non mi importa di nient’altro.
Ho avuto diverse idee di felicità. Da bambino era fatta di tantissime cose semplici: la cassetta di un nuovo gioco del C64, la ragazzina che mi sorrideva, il castello dei Masters. Da adolescente era rifugiarmi nel mondo dei poeti maledetti, il piacere di soffrire; poi la prima relazione sentimentale, Dio, i viaggi, il creare musica, i primi concerti all’estero. Grazie al cielo non ero fissato con moto, macchine, bei vestiti e alta società: avevo un amico che è finito male per questa cosa.
Oggi, a 54 anni, ho ancora una volta ben chiaro cosa sia la felicità: sentire il mio piccolo Eddie chiamare “papà” la mattina presto dalla stanza da letto perché ha sentito che ero sveglio; guardare i Simpson con Santiago la sera e ridere insieme a crepapelle in mezzo a ogni puntata. Niente di culturale, come sederci uno di fronte all’altro, lui con La Compagnia dell’Anello e io con Tiziano Terzani; niente di musicale, come improvvisare insieme alla tastiera mentre Cubase registra. La mia felicità di oggi sta nelle cazzate quotidiane coi miei figli e, di tanto in tanto, con la moglie, quando non fa l’ammazzagioia!
Quel giorno non avevo voglia di fare nulla. Ho detto a mia moglie: «Niente, dai, faccio una tortina della Cameo e stasera spegniamo le candeline solo per i bambini». Poi Santiago è tornato da scuola con la sua poesia, che faceva così:
Poesia Papà
Ho visto le tue foto da piccino
eri e sei ancora il nostro tesorino
In passato facevamo dei giochi,
ora invece… i videogiochi!!!
Quando stacchi ti senti un blob
“ti aiuto io!” (con il tuo blog)
Vorrei che oggi fosse un giorno speciale
perchè sei un papà sensazionale.
Questa poesia la dedico a te
che ci sei sempre stato con me.
Per il tuo cinquantaquattresimo anno
vorrei augurarti… buon compleanno

Ecco, vedete, oggi la mia felicità è questa, e ha cambiato così tanto la mia giornata che, quando mia moglie mi ha chiesto per la decima volta «Ma invitiamo i ragazzi stasera?», le ho risposto: «Perché no!». E così ho festeggiato il mio compleanno e ne sono stato contento.

