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Nonsense

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uno scritto di ordinaria solitudine

Una notte come tante: una serata anonima trascorsa a casa di fronte al televisore con, accanto, una bottiglia di buon whisky; eppure, nonostante le palpebre facessero fatica a restare aperte, nonostante l’alcool stimolasse i centri del sonno impaziente di completare la sua opera, non riusciva affatto a dormire.

C’era qualcosa d’indefinito che lo tormentava: forse un’esperienza andata male che magari al momento aveva rimosso, una terribile sensazione di non compiuto.

Difficile ricostruire l’origine di tale malessere, quasi subito vi rinunciò.

La piccola sveglia da comodino scandiva i secondi rumorosamente, niente di più snervante per chi ha problemi d’insonnia. Si drizzò sulla schiena, la puntò un attimo, e poi giù in un cassetto sotto un mucchio di biancheria intima. Chiuse gli occhi e disse a se stesso: Adesso devi riposare, domani avrai modo di pensare.

Cercò di liberare la mente da ogni pensiero, immaginò una distesa di neve, un’immensa distesa senza fine che si perdeva all’orizzonte. L’immagine sembrava sortire l’effetto desiderato, il sonno sembrava anch’esso giungere con insospettata celerità, forse era già addormentato quando il paesaggio cominciò a mutare.

Un recinto di legno fece da sfondo ad un esercito di piccoli cani dal pelo castano, nonostante la scontatezza del metodo approfittò dell’immagine per conciliare il sonno cominciando a contare le creature che saltavano oltre il recinto. Non saprebbe neppure ricordare a che numero indefinibile era ormai giunto quando notò, in disparte, una figura umana che osservava con aria da sufficienza quella sequenza monotona.

C’era da sempre o era apparsa solo alla fine? Ebbe modo di osservarla attentamente e ne concluse che si trovava di fronte ad una bellissima donna.

I lunghi capelli castani le scendevano dietro le spalle e gli occhi splendevano di luce propria – occhi che incanterebbero qualunque essere umano – pensò.

Capì ben presto che quella figura stava donandogli un’incredibile sensazione di serenità, l’immagine che si era costruito precedentemente scomparve sostituita come per incanto da un inconsueto paesaggio tropicale. Nel nuovo quadro mentale gli pareva di sentire gli usignoli cantare, ascoltava la natura e ne capiva l’arcano linguaggio, comprendeva l’armonia delle cose, ma ogni essere, ogni singola creatura che riusciva a percepire sentiva come se dipendessero da lei.

– Il paradiso -, pensò – questo è il paradiso e lei è Dio -.

Coi pensieri cercava di avvicinarsi all’angelica creatura, sentiva il profumo che emanava l’ambiente che la circondava, si avvicinava ancora e i suoi piedi sprofondavano in quella magica terra mentre lei, sempre più vicina, gli sorrideva.

I lineamenti della donna andavano definendosi sempre più ed erano così delicati, così indescrivibilmente sublimi da stupirlo ogni secondo. Non appena fu a pochi passi dalla donna ebbe un sussulto, conosceva quel viso, apparteneva ad una ragazza che aveva frequentato da giovane, l’unica che avesse veramente amato, l’ultima che riuscì a tradirlo, l’estremo dono che la vita gli avesse concesso.

Presa coscienza di questo si sentì inondato dalla serenità di quei momenti che non aveva mai dimenticato. Restò a fissarla per lungo tempo allo scopo di sentire rinnovata la gioia e la serenità di quegli anni oramai da lungo tempo sepolti nella memoria.

Mosso da un impulso irresistibile corse verso di lei con le braccia protese in avanti e la strinse in un abbraccio caldo e sincero, un abbraccio magico.

Gli uccelli della foresta cominciarono ad intonare un bellissimo canto e i rami degli alberi, all’unisono, si tesero su di loro come a volergli offrire un tenero rifugio.

Si perse fra le sue braccia: da quanto tempo non stringeva una donna, da quanto non sperimentava le gioie dell’amore, quanti preziosi anni aveva sciupato dietro le piccole problematiche della quotidianità senza mai concedersi un attimo di gioia vera. Allontanò la guancia dalla sua, le prese il viso con le mani e tornò a guardarla, ma qualcosa stava cambiando, il sorriso le era sparito dalle labbra, i suoi occhi cominciavano a spegnersi, intorno a loro gli uccelli avevano interrotto il loro canto e le foglie degli alberi ingiallivano per poi cadere in terra lasciando i rami spogli, anch’essi ormai senza linfa vitale.

Mentre assisteva al disfacimento di quel mondo si accorse che anche il suo angelo stava decomponendosi insieme alle sue creature, sugli occhi prima vivi e profondi le pupille cadevano all’interno scoprendo i bulbi bianchi, la pelle del viso sembrava liquefarsi come cera al sole, i capelli, prima fili d’oro al vento, imbiancarono velocemente seccandosi come plastica al fuoco. Respinse il disgusto e ritornò ad abbracciarla sperando che tutto tornasse come prima, ma il suo corpo gli si spezzava fra le mani come argilla e presto si ritrovò solo, in un buio innaturale, con un mucchietto di cenere fra le mani. Il paesaggio cambiò velocemente, cominciò ad intravedere qualche albero morto in lontananza e i suoi piedi poggiavano adesso su di un sentiero ciottoloso che, alle sue spalle, conduceva ad una vecchia casa senza finestre con la porta d’ingresso spalancata. Perso nel NonSense si accorse solo dopo un po’ dello strano ronzio che copriva il silenzio, volse lo sguardo al cielo nero senza stelle e notò uno stormo di strani insetti, migliaia forse milioni, che si avvicinavano velocemente al suolo. Stranito continuò a fissare quello sciame talmente compatto da sembrare una nuvola. Ebbe una fulminea intuizione che gli svelò il significato di quegli accadimenti: lui aveva sempre rinunciato alle battaglie chiudendosi nel proprio solipsismo inconsapevole. Dopo ogni grande sconfitta era solito gettarsi sul letto e fissare supino il soffitto bianco della sua stanza, senza la forza né il coraggio di affrontare il problema: era sempre stato incapace di dare una vera svolta alla sua vita lasciando che il prossimo e gli eventi decidessero la sua sorte. Adesso quello stormo di insetti misteriosi stava dandogli una chance per dimostrare a se stesso che era capace di combattere, non capiva perché ma sentiva come se tutte le delusioni della sua vita lo stessero attaccando sotto forma d’insetto. Abbandonò presto il torpore nel quale era sprofondato poc’anzi correndo a gambe levate verso l’uscio della vecchia casa che stava alle sue spalle. Chiuse la porta fragorosamente e si accertò che non vi fossero altre aperture, adesso non doveva far altro che aspettare, il ronzio si faceva sempre più vicino, la sua ragione tentava in ogni modo di respingere quel terrore ancestrale dell’ignoto che lo attendeva. Presto lo stormo d’insetti si abbatté sulla casa, l’intera costruzione tremò sotto l’urto violento e le mura sembravano cedere. Si accorse che era impotente, la paura aveva paralizzato i suoi arti ma non se ne stupì, ogni delusione lo aveva sempre annichilito, tutte quante insieme potevano solo ucciderlo. Ma non poteva morire, non voleva morire e, sorretto dalla forza della disperazione si alzò correndo verso la porta. Contemporaneamente una parte di muro implose sotto la trazione ed alcune schegge di cemento gli si conficcarono negli occhi, dallo squarcio nel muro entrarono migliaia di quegli insetti, calabroni grossi come uova. Poteva solo sentire il terribile ronzio nelle sue orecchie e ciò bastò ad annichilirlo nuovamente, niente e nessuno poteva salvarlo, non bastava la semplice paura di morire a dargli la forza. I calabroni si avventarono presto su di lui e coi pungiglioni gli squarciarono il petto fino a che non raggiunsero il cuore, si sentì come investito da un vento gelido quando i primi cominciarono a riporre le proprie uova all’interno del muscolo scoperto.

Si sollevò dal letto di soprassalto e gridò il nome di lei, l’eco delle sue parole rimbalzò fra le mura della sua piccola stanza, poi il solito silenzio interrotto solo dalla sequenza acida di voci e parole senza senso che ruotavano nella sua testa, ultime eco dell’esperienza onirica dalla quale era appena uscito. Da quasi dieci anni non aveva mai sentito il bisogno effettivo di condividere il suo silenzio con altri, gli era sempre bastato il suo mondo, ma in quel preciso istante capì quanto arida fosse stata la sua vita, solo allora si rese conto di quanto fosse maledettamente solo. Si alzò dal letto e raggiunse il cassetto dove conservava la sua pistola; viveva da solo e la teneva per autodifesa.

Tornando a sedere sul letto rigirò l’arma fra le sue mani, nonostante la serietà di quel momento si fermò col pensiero a considerazioni estetiche riguardanti la buona fattura di quell’oggetto; si guardò intorno e con tristezza si rammaricò che neanche un quadro ravvivasse le pareti bianche ed inespressive della stanza, in casa aveva lo stretto necessario per sopravvivere: quattro mobili, un lavabo, una credenza, un tavolo ed un letto.

Cercò nella memoria tracce che avessero potuto ricordargli il passato, forse desiderava immaginarsi quel futuro che non aveva mai avuto.

Ricordò quelle agende ove scriveva le sue memorie prima che lei lo abbandonasse, avrebbero dovuto essere ancora nella vecchia cassapanca dell’ingresso.

Abbandonò il revolver sul letto e corse ad aprire il baule ma vi trovò solo ragnatele – Li avrò gettati via – disse fra sé.

Ritornò in camera e i suoi occhi si posarono ancora sull’arma, gli sfuggiva ancora la ragione per la quale l’avesse presa e caricata. Sul tavolo un pacchetto con ancora qualche sigaretta, ne tirò fuori una e la accese.

Improvvisamente la malinconia e l’angoscia cominciarono a percorrere in simultanea il suo corpo, gridò come un ossesso quasi a voler cacciare via da sé quelle terribili sensazioni; ma non c’era nulla che potesse fare… nulla. Adesso si sentiva un uomo senza amore, e un uomo senza amore è come un fiore senza odore, come un fuoco che brucia senza che dia calore; un uomo senza amore è semplicemente NIENTE. Tutto gli fu più chiaro, prese il revolver dal letto, lo impugnò, lo portò alle tempie e pronunziò queste parole – Uomo chimico, adesso morirai -, poi fece scattare il grilletto.

Il proiettile attraverso il cranio da parte a parte, i calabroni avevano vinto la battaglia.

Lo trovarono qualche giorno dopo riverso sul pavimento. Si racconta che nel pugno chiuso serrasse una carta dove aveva scritto:

…mi uccido perché sono solo:
solo come un bambino cui è stata imposta una punizione eternamente rinnovata
solo un uomo solo, come ce ne sono tanti
solo un’anima sperduta nel pozzo dell’incomprensione
solo come un accordo stonato in una sinfonia
solo un cane arrabbiato, di quelli che abbaiano quando solo passi
solo un folle rinchiuso nella sua cella rivestita di materiale anti-amore
solo come un portacenere di plastica che galleggia sul mare
solo una barca alla deriva, di quelle che finiscono inghiottite dai gorghi
solo una linea su di una lavagna, di quelle incise col taglierino
solo come un petalo di rosa scolorito attaccato sul copertone di un TIR
solo un’ombra su di un muro che la notte annienta
solo una cicca di sigaretta sul margine di un marciapiede
solo come un cuore che ha cessato di battere.

SOLO!!!

“Non abbandonatevi ad una vita senza amore”,
questo l’epitaffio che voglio inciso sulla mia tomba.

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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