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La tigre di carta

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Fino a qualche tempo fa non avrei certo immaginato di poter essere tra quei soggetti capaci di ammalarsi di nulla. Negli anni di gioventù, da cui fatico ancora a distaccarmi, mi piaceva credere che una delusione d’amore potesse portarmi sull’orlo del baratro ma che avessi avuto comunque la musica a fare da antidoto: nonostante il dolore, sapevo che l’epilogo della scomoda vicenda sarebbe stato in ogni modo spumeggiante poiché l’infida creatura, portatrice di dolore, sarebbe stata dimenticata ed il residuo dell’esperienza avrebbe finito per essere fonte d’ispirazione per nuove canzoni; in altre parole, un’esperienza in apparenza traumatica si sarebbe trasformata in fucina per quelle melodie e poesie di cui avrei potuto godere per sempre poiché prosciugate dal dolore dell’originale ispirazione.

Ebbene, anche se a quei tempi credevo di conoscerla e di controllarla senza problemi, la tigre di carta era lì. L’arroganza del mio io giovane mi ha portato a sottovalutarla e credere che non stesse tramando, nel silenzio dell’Es, un modo per possedermi più a lungo; ho persino scritto un post sull’argomento che, a rileggere adesso, mi fa pensare quanto ne avessi sottovalutato il potere visto il modo in cui la facevo così facile nel suggerire il modo per liberarsene. Ah, tempi magnifici quelli in cui amavo crogiolarmi fra i suoi artigli consapevole che alla fine ne avrei ricavato una canzone, ché per quanto il mio sgradito passeggero si prodigasse nel rubarmi il sonno, mi sarei alzato dal letto e gli avrei gettato addosso righe di pentagramma piene di musica per sconfiggerlo sotto il giogo dell’ebbrezza che scaturisce dall’atto creativo.

Adesso mi rendo conto di quanto fossi privilegiato nel ritrovarmi una mente emotiva così magnificamente sincronizzata con la mia parte razionale. Difatti, sebbene le mie capacità cognitive siano oggi di gran lunga superiori rispetto al passato, non posso dire lo stesso riguardo quelle emotive che impiegano mesi per elaborare anche il semplice vaffanculo di un automobilista a cui non ho dato la precedenza, quasi che il mio cervello abbia instaurato nei trasferimenti ragione-cuore una qualche forma di tragica burocrazia che incasina tutto.

Ad ogni modo, il vero problema della mia età non sta tanto nel dover fare i conti con attacchi d’ansia più duraturi, ma piuttosto l’aver rinunciato a vedere tali stati come la traduzione malinconica di quella natura romantica con la quale amavo fare lavoro di squadra quando la realtà iniziava a diventare noiosa. Come ho già spiegato, quando l’ansia mi teneva sveglio ne approfittavo per scrivere canzoni, e quando ero troppo stanco per farlo c’erano le passeggiate notturne alla ricerca delle lacrime benefiche, i componimenti poetici notturni per i casini da tirare fuori con urgenza, le visite al santuario della croce e tutte quelle iniziative che in condizioni di piena serenità non avevo motivo di intraprendere. Insomma, Tigre di carta e Art si sono sempre trovati piuttosto d’accordo sul percorso delle delusioni e quando dico che ad una “certa” gli davo lo sfratto, beh… è un modo affettuoso per dire che la invitavo a tornarsene a casa sua e cioè nelle profondità della mia mente inconscia, ben contento di averla dalla mia parte quando c’era da scrivere un altro album di Randone.

Quelli erano giorni buoni, un periodo della mia vita dove l’illusione di avere il controllo era forte e motivata. Sapevo bene che come tutti sarei dovuto morire, ma ero ancora forte e di bell’aspetto, ci sarebbe voluto del tempo. Sapevo anche che in me albergava una parte oscura, ma ero del tutto certo che qualora fosse venuta fuori, sarei stato in grado di imbrigliarla componendo una canzone oppure percorrendo centinaia di km a piedi. Oggi invece mi ritrovo tra le mani un’anguilla che non appena credo d’avere afferrato, scivola via per un’altra direzione; sono vittima d’un essere pensante che ha trovato il modo di fregarmi prendendo di mira le mie debolezze organiche. La tigre di carta ha scoperto le carte dimostrandomi che è tutt’altro che mansueta, non è più la compagnona delle notti insonni dove le mie finte lacrime d’artista mi ponevano al di sopra d’ogni sofferenza allo scopo d’osservarla meglio per così descriverla con parole e musica; non è più quell’energia creativa che ha dato vita a questo blog e a tutti i dischi di Randone. Il mio oscuro passeggero fiacca l’anima e demolisce la mia autostima, da lei posso solo cercare di difendermi utilizzando delle tecniche palliative che ho acquisito in questi mesi: ad esempio, quando la sento arrivare ripeto a me stesso “ok, sta arrivando, stai calmo” e se non è particolarmente scatenata, il modo più semplice per domarla è osservare il respiro e far si che torni lento e profondo. Purtroppo non sempre ho la fortuna di “prenderla” in tempo e così, se la faccio ruggire troppo a lungo, sono costretto a dedicargli un’ora al giorno del mio tempo distendendomi sul letto a stringere pugni, aggrottare la fronte, inarcare la schiena fino a quando non si fa più mite… quando anche questo metodo non funziona, mi tocca ricorrere alla chimica 5-5-5 7-7-7 10-10-10, a seconda di quanto è scatenata.

In questi pochi mesi di esperienza, ho compreso che ho a che fare con una versione impazzita di me stesso, una personalità subdola che attacca con frode ogni fragilità che incontra nel suo percorso all’interno del mio corpo, ed anche adesso che scrivendone gli sto buttando un po’ di rabbia addosso, ho il timore che possa vendicarsi ricordandomi che anche se è una tigre di carta, può mostrarsi più spaventosa del peggiore dei miei incubi. Nei momenti più duri penso davvero che sia una parte di me andata fuori di testa, uno dei tanti ego insoddisfatti per com’è andata a finire nella mia vita, magari quello che voleva vivere di musica, girare il mondo e sballarsi fino a morirne.

Comunque sia, inutile adesso che continui a recitare la parte dell’ottimista. So che a volte, specie nei miei ultimi scritti, potrei aver dato l’impressione d’essere una persona positiva e fiduciosa del fatto che bisogna sperare che ad ogni angolo possa esserci una nuova strada ma è tempo di gettare la maschera perché mentire a se stessi è il modo migliorare per darle più forza: in realtà il mio credo riguardo il futuro è più legato alle leggi di Murphy che a quelle del Dalai Lama e se una tartina imburrata sta per cadere a terra… beh…. so che lo farà dalla parte del burro. Sono un pessimista e se ho voluto dare a me stesso e agli altri un’immagine diversa è perché, in un preciso momento della vita, ho sentito il bisogno di compensare l’atteggiamento di una persona davvero buia per scongiurare un suicidio di coppia.

Il mio pessimismo però non è mai stato di quelli che ti fa stare a letto tutto il giorno a lamentarti di quello che non va nella tua vita, tutt’altro… mi è sempre piaciuto riconoscermi nel tipo di dark romantico stile Edward mani di forbice, niente a che vedere quindi con la cupa disperazione di un depresso che dalla sua condizione non ricava altro che un costante sentimento di vuoto.

Mio malgrado, questa primavera le cose sono cambiate, la tigre di carta ha assunto i contorni e le sensazioni di quel proiettile che è partito in direzione della mia io-zona ed ogni volta che andavo al lavoro (laddove era partito il colpo), il ricordo di ciò che ho provato saliva a galla facendomi rivivere quel terrore e costringendomi a cercare un riparo dove gli altri non vedessero la mia debolezza. Grazie ad un professionista sono stato in grado di domarla, c’è voluto più di un mese e tanto impegno.

Dopo essermi illuso che il nemico si fosse definitivamente ritirato, qualche settimana fa ha fatto sentire ancora il suo ruggito presidiando una nuova testa di ponte: il mio cuore. A quel punto ho iniziato a domandarmi (e continuo a farlo) come avrei potuto proteggermi da una parte di me che muore e resuscita quando gli pare.

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.. ma che dico, in realtà ho iniziato a chiedere aiuto fuori da me ed un caro amico, abile a leggere nell’animo umano, ha utilizzato una metafora per permettermi di acquisire consapevolezza della situazione. Le sue argomentazioni in sintesi ponevano il punto sul fatto che il territorio che ho occupato da una vita intera ha subito un così brusco cambiamento da rendere ad un tratto obsolete tutte le mappe mentali che utilizzavo per orientarmi. Alla tigre di carta è quindi bastato leggere quelle mappe per ottenere un accesso privilegiato a tutte le mie debolezze. Qual’è la mappa che utilizzavo quando una relazione mi stava stretta… beh… è chiaro! Fuggire dal rapporto e cercare di stare nuovamente con me stesso. Quando la tigre ha capito che non potevo più fuggire e non avevo alternative valide, beh… era facile aspettare che mi salisse la bile per attaccare con tutta la forza a disposizione. E così tutto il resto: ritrovarti in un posto di lavoro opprimente dove i meriti vengono squalificati ed il massimo della gratificazione personale la puoi ottenere se ti unisci alle passioni del branco parlando di Vasco, femmine e motori; avere la sensazione di essere sommerso dai doveri quando per 40 anni hai fatto l’opposto; non trovare la voglia e la forza di scrivere un’altra canzone; sentirti inadeguato ed incapace di offrire alla tua famiglia una vita migliore; credere che agli altri non frega niente di te e che solo tu devi farti ascoltare; temere la morte più di quanto non abbia mai fatto ed altre minutaglie che magari aggiungerò strada facendo.

Se quello di cui parlo non è abbastanza aggiungo che ho notato diversi spazi vuoti nella mia anima ed ogni volta che ci finisco dentro, tutte le cose belle che ho intorno cessano di darmi conforto, un meccanismo simile a quella condizione nella quale versano le menti più sfortunate che mi spaventa di più: il male oscuro.

Certo, dopo tutta questa trafila di belle cose il mio lettore potrebbe pensare che farei meglio ad arrendermi aspettando che l’equilibrio torni spontaneamente, come vuole il meccanismo intrinseco ad ogni essere dell’universo: dal caos all’ordine! Tuttavia, considerata la mia visione pessimistica, preferisco pensare che aggiornare le mie mappe in funzione del nuovo territorio è uno degli obiettivi che devo perseguire perché una cosa è certa, ho una famiglia di cui prendermi cura e non posso permettermi alcuna resa. Non mi illudo certo di poter sconfiggere la tigre in quattro e quattr’otto, specie adesso che non posso fuggire da nessuna parte, e temo che il supporto della famiglia possa servire fino ad un certo punto, la lotta è solo mia ed il nemico è quantomai spietato ed insensibile. L’unico rammarico che ho riguarda il fatto che probabilmente, se non fossi stato bacchettone per tutto questo tempo, sarebbe stato tutto più facile.

Adesso voglio chiudere con un pensiero ottimistico e vi prometto che cercherò di perseguirlo quanto più mi è possibile. Quella parte di me che si riconosceva nell’uomo che tagliava le siepi con le forbici che aveva al posto delle mani, è ancora lì… da qualche parte… e voglio credere che presto o tardi tornerà. Quella pozzanghera sulla quale continua a piovere da Aprile, beh… presto o tardi si asciugherà, anche se l’inverno sta arrivando. La paura della morte che costituisce l’alimento con il più alto numero di calorie per la mia tigre di carta, beh… anche quella imparerò ad accettarla visto che, come diceva Tiziano Terzani, moriamo perché nasciamo!

Ultreia.

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

1 Commento

  1. “Ognuno di noi” recita un motto cinese “va a dormire ogni notte con una tigre accanto. Non puoi sapere se questa al risveglio vorrà leccarti o sbranarti”. Tuttavia un costante atteggiamento migliorativo di e verso noi stessi, la costante ostinazione al superamento dei nostri limiti, può portarci ad acquisire le abilità necessarie per imparare a cavalcarla, a farla diventare la nostra più forte e fedele alleata e amica nella vita.

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