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Black queen

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di franc’O’brain

Stavo viaggiando sull’autostrada Roma-Berlino quando, non distante dall’uscita per Bucarest, la scorsi: una stupenda donna di colore che camminava accanto al guard­rail. Aveva con sé un piccolo bagaglio a mano. Accostai, fermandomi sulla corsia di salvataggio, e attesi che mi raggiungesse.

«Si è smarrita?» la interpellai, tenendole spalancata la portiera.

Lei mi rivolse un sorriso a trentadue denti. «Mi dia un passaggo, per favore.» Parlava con un accento indefinibile.

«Salga pure.» Ripartii. «Dove deve andare?» inquisii.

«Oh, in nessun posto particolare. Basta che sia una grande città. Lei dove…?»

«A Berlino.»

«Berlino andrà benissimo, grazie.» E, mentre la cintura di sicurezza le si stringeva automaticamente attorno alle prospicienti curve: «È curioso, ma da qui passano così poche macchine…» solfeggiò.

«È per via dell’eclisse.»

«L’eclisse?»

«Non ne ha sentito parlare?» chiesi incredulo. «Ma se lo sanno tutti! Accadrà tra… vediamo…» Lanciai un’occhiata al quadrante digitale. «Tra un’ora e mezzo.»

Lei non reagì in alcun modo. Da dove proveniva? Kenia o Nigeria, tirai a indovinare. Capiva veramente tutto quanto le andavo dicendo? Forse avrei dovuto interpellarla in inglese o francese. Due idiomi antiquati almeno quanto il tedesco. Da decenni, ormai, nel continente europeo era in vigore il Newspeak. Ma quanti lo parlavano nell’emisfero meridionale?

«La radio dice», proseguii, «che numerose vetture sono rimaste bloccate tra Monaco e Hof: i "turisti dell’eclisse" non vogliono perdersi lo spettacolo, e così è venuto a crearsi un ingorgo tremendo. Anche l’altra expressway, la Parigi-Mosca, è praticamente chiusa. Io sono stato previdente: ho imboccato lo svincolo di Praga. Forse arriviamo a Berlino giusto in tempo per metterci comodi e goderci il "mega event".»

«Il… "mega event"?»

«Ma sì. L’eclisse.» Mi girai a guardarla. «Sa che cos’è, vero?»

Lei mi rivolse due occhioni allegri. «L’eclisse», echeggiò. «Sicuro.» E rise, tranquillizzandomi definitivamente sulle sue conoscenze della nostra lingua.

«E questo cos’è?»

Erano in due, con casco e tuta da astronauti, e procedevano sulla sabbia di Marte nel silenzio rotto soltanto dal sibilo di un simùn lieve ma costante. L’uomo che aveva posto la domanda si arrestò di botto, per poi chinarsi a contemplare qualcosa davanti ai suoi stivali.

«Beh?» fece l’altro, con tono chiaramente infastidito.

«Guarda qui», disse il primo. «Questa macchia scura… Che sarà mai?»

«E che vuoi che sia?»

«Una cultura di funghi, direi. Forse una pianta.»

Il secondo astronauta tornò indietro ed esaminò anche lui la macchia, sia pure di malavoglia. No, non poteva essere una pianta: non ne avevano trovate sul fondo dei canali, che pure avevano sondato a sufficienza, dunque perché avrebbero dovuto crescerne su quell’altopiano che era cento volte peggio del Sahara? Marte, il nostro fratello, è decisamente arido. Tuttavia… la macchia sembrava muoversi, palpitare. Strano.

Il primo astronavigatore si chinò ulteriormente. Erano gastropodi? «Magari è una città in miniatura…» fantasticò.

Qualche anno prima, su una roccia marziana erano stati individuati alcuni fossili di idrocarburi policiclici aromatici. La scoperta aveva eccitato gli scienziati, che avevano favoleggiato sull’esistenza di forme di vita sul Pianeta Rosso. La spedizione mirava appunto ad appurare le possibilità di una "terraformazione" di Marte, ovvero la creazione di un ambiente a clima terrestre sotto cupole pressurizzate, e per questo era importantissimo sapere se vi fossero specie vegetali indigene.

«Sembra cibo putrefatto», osservò l’altro. «O lo scaracchio di un dèmone. Dài, vieni via.»

«Aspetta. Forse…»

«La missione è giunta al termine», si accalorò l’altro. Recava sul petto la piastrina di comandante e ciò che gli conferiva il diritto di alzare la voce. «Il nostro tempo è agli sgoccioli. Dobbiamo raggiungere a rotta di collo lo Shuttle se vogliamo tornare al nostro piccolo formicaio. Muoviti!» E riprese ad andare.

Ma il primo rimase chino sulla macchia, pietrificato in una posa quasi innaturale. E se si fosse trattato veramente di piante?

"In questo deserto?…" Beh, è perché no? Niente di più semplice e di più ordinario nella natura. Persino su Saturno era stata rilevata una morfogenesi di organismi incatalogabili… Abbassò ancora di più la testa appesantita dal casco. A guardare meglio, la macchia mandava riflessi verdi-azzurri. "Alghe", si disse. Proprio quel che occorre per il "terraforming". Le alghe possono essere coltivate appositamente per creare un’atmosfera respirabile…

«Dwight, Dwight!» urlava la voce del comandante nei suoi auricolari. Ma Dwight rimase sordo a quelle esortazioni, la mente colma di altre voci.

Ombre passano e ripassano quest’oggi davanti al telone giallastro del cielo; talmente vaste, gigantesche, che non si riesce a metterle a fuoco. Ma, finché non interferiscono direttamente con la vita della comunità…

La Regina va a fermarsi davanti all’orifizio di una tana, con i tentacoli prensili che vagano innanzi a sé.

Pian piano, lui fa capolino. Un essere giovane e grinzoso, tutto bagnato per l’eccitazione. Il suo corpo freme pian piano, per metà nel buco e per metà fuori. Le sue simpatiche antennine si tendono verso di lei e la tastano, dapprima timide, dopo sempre più temerarie.

Pian piano, la Regina abbassa le sue difese e si scopre il seno, mostrandoglielo. Il Lumacone supera lo stato di incertezza; si rizza. Infine striscia completamenteall’esterno. È bello, di color marrone umido. Il tremito che scuote la sua massa mucilliginosa suscita una musica come di sonagli. La Regina gli consente di annusarla, di saggiarla e di venire più decisamente a contatto col suo corpo. E ad un certo punto si sente penetrare dal turgido pendaglio. Per un po’ finge di provare piacere, completamente disponibile, totalmente aperta. E, sul più bello… zac! Lo trancia di netto con le sue tenaglie, in tre pezzi.

Pian piano… striscia nella casa del Lumacone. Che ora è la sua. Pian piano, si rigira su se stessa (l’orifizio dovrà allargarlo un po’, col tempo) e guarda fuori. Incorniciati dagli orli dell’entrata, i triplici resti di lui stanno a contorcersi in una cacofonia di tessuti agonizzanti, mentre un fluido nerastro si sparge per terra.

Fiera di sé, si gode lo spettacolo fino alla fine; fine che per il Lumacone arriva lentissimamente. «Muori», gli dice. «Il tuo compito lo hai già espletato.» Intanto si ripulisce, per poi cominciare a toccarsi, ad accarezzarsi.

Piano. Piano. Tanto, che fretta c’è?

Andai a vomitare. Dannazione! Avevo bevuto spropositamente. Colpa di quella mia ospite, ovviamente: mi aveva fatto perdere la testa… O era l’effetto deleterio del fenomeno astronomico a cui avevamo appena assistito?

Ci eravamo appostati sul balcone, i bicchieri in mano. «Speriamo che le nuvole si diradino», dissi. Giù, nella Schellingsstrasse, c’era un caravanserraglio di macchine parcheggiate i cui passeggeri erano scesi per meglio scrutare il cielo. Il primo spicchio di Selene si profilava già contro il disco solare. Io e Vivì – così aveva detto di chiamarsi

-eravamo tra i pochi a inforcare gli speciali occhialini scuri. Nei giorni precedenti, e nella stessa mattina di quell’11 agosto, in vari negozi di oculistica erano scoppiate vere e proprie risse: persone assolutamente rispettabili aveva perpetrato delle sconvenienze pur di appropriarsi di questi piccoli affari salvaocchi.

Allungai un braccio e le cinsi la vita. Ma Vivì permaneva nel suo atteggiamento "We­are-not-amused".

Dopo aver abbandonato il raccordo autostradale, avevo compiuto un largo giro per mostrarle Berlino – la parte Est e quella Ovest. Ogni volta che ci fermavamo a un semaforo, dai marciapiedi e dalle altre vetture le arrivavano sguardi concupiscenti: tanto stupenda era lei, la mia Black Queen. Tutt’intorno, le scritte scorrevano come in un sogno:

Müllerstrasse HELAL ET PAZARI Potsdamer Platz Sex Shop Ristorante Nettuno Bei Faust

Vivì aveva guardato ogni cosa con aria di sufficienza. Inutile specificare che i monumenti e i palazzi storici non sembravano stimolarla minimamente; anzi: più gli edifici erano grandi e imponenti, e più lei assumeva un’espressione annoiata. Mentre la conducevo al mio appartamento, avevo appoggiato una mano sul suo ginocchio nudo. Dalla bocca di Vivì non era arrivato alcun suono di riprovazione. La nostra conversazione languiva: comunicavamo con gli sguardi, con le dita e, quando il traffico lo permetteva, con le labbra.

E ora eccola lì, accanto a me, in alto, in alto sulla città.

Non toccò quasi nemmeno il whisky che le avevo versato. Proseguiva a non sembrare particolarmente eccitata, e ciò la rese persino più interessante ai miei occhi. È naturale che ogni individuo intelligente sviluppi un senso di rigetto verso ogni avvenimento "globale". I media tendono a trasformare ogni cosa in "mega event"… Anch’io inizialmente ero scettico; quella mattina, nell’apprendere che l’"inventore" degli speciali occhiali (un ex insegnante disoccupato) aveva già incassato la bellezza di 20 miliardi, avevo scosso la testa. C’è chi trova ogni occasione buona per poter lucrare! Ma vi assicuro che assistere all’eclisse fu ugualmente un’esperienza indimenticabile.

In tivù avevamo visto le sequenze pre-event. I treni diretti alle zone "del buio totale" erano tutti strapieni. Alla stazione di Friburgo, centinaia di persone avevano cercato disperatamente di accaparrarsi un posto sui convogli in partenza per le località in cui si prevedeva cielo sereno. Ma la febbre dell’eclisse era scoppiata anche all’estero: in Inghilterra, in Francia, nell’Est Europa. A Londra, molti operai e impiegati avevano estemporaneamente abbandonato il posto di lavoro per radunarsi sulle terrazze degli edifici, e in Cornovaglia (dove si calcolava che si fossero stanziati 250.000 turisti; gli alberghi lì erano prenotati da più di un anno…) la gente si era arrampicata su ogni collina. A Land’s End un "druido" si era esibito in una "danza magica" per scacciare le nubi, e la fortuna gli aveva arriso: al momento giusto, uno squarcio si era aperto in alto, permettendo ai presenti di osservare il "grande fenomeno di fine millennio".

Sul secondo programma televisivo, alcuni idioti telefonavano chiedendo se è vero che si mette a repentaglio la vista se si guarda l’eclisse solare sul piccolo schermo! (Volevano inforcare gli speciali occhiali stando seduti nel loro soggiorno?) Svariate ditte tedesche avevano consentito ai loro dipendenti di fare una pausa prolungata appunto per assistere al "mega event"…

Da noi, a Berlino, il tempo era variabile. Le nuvole si sovrapposero al sole proprio nel momento culminante, ovvero quando si sarebbe dovuta vedere la corona dell’astro diurno. Poi si mise a piovigginare… Ma, dopo appena un minuto, ci fu un’inattesa schiarita; una calma assoluta scese tutt’intorno, quindi si alzò un venticello che mi fece rizzare i capelli in testa. La temperatura si smorzò e, all’improvviso… la notte: la notte che piombava dall’alto!

Istintivamente abbracciai Vivì.

All’orizzonte, dove il cielo era blu scuro, brillava qualche stella. Gli uccelli tacquero completamente, i bipedi umani rabbrividirono. Questi ultimi erano stati colti di sorpresa, perché una cosa è sapere "teoricamente" che farà buio in pieno giorno, un’altra è accertarsene con i propri occhi, con la propria pelle, con tutti i sensi.

Mi chiesi quale colonna musicale si addicesse a quel momento strabiliante: "Shine On You Crazy Diamond" dei Pink Floyd o qualche pezzo dei Sun Ra. Ma, forse, il silenzio totale era opportuno; era come se Dio, o Budda, avesse voluto mostrarci la sua forza inscenando una piccola prova d’orchestra (l’armonia delle sfere celesti). L’avvertimento suonava pressappoco come: YOU CAN’T TEACH THE OLD MAESTRO A NEW TUNE.

Vidi alcuni testimoni dell’eclisse scoppiare a piangere. E ciò nell’èra del sapere e della tecnologia! Immaginiamoci cosa dovevano aver provato i nostri avi mille, duemila anni fa.

Buttai giù il mio whisky; e, dopo che fummo tornati nel salotto, un altro whisky e un altro ancora. Io mi considero un essere razionale, ma in quell’occasione non mi vergognai per l’emozione che provavo. Con il supporto delle immagini che scorrevano alla tele (collegamenti diretti da Praga, da Budapest e dalle altre città dove tra un po’ sarebbe caduta l’ombra cosmica), ricapitolai l’esperienza appena vissuta: la pioggia torrenziale, seguita da una stasi improvvisa, e poi l’oscurità durata più di due minuti… Ma probabilmente la mia pelle d’oca era dovuta anche alla presenza di quella splendida sconosciuta nel soggiorno di casa mia.

«Sposa adorata», mugghisce Gworm.

«Regina!» invoca il popolo degli Sch-tass.

«Lasciami, verme!» ingiunge lei al suo amante. «Mi tocca mostrarmi.»

Gworm si butta di lato, non senza una smorfia di stizza. «Proprio adesso!» esclama.

La Regina si volge a fissarlo con cattiveria. «Tanto, non sei in forma», lo imbecca.

Non è vero, naturalmente. Gworm è un magnifico esemplare: bitorzoluto e con un apparato sessuale che funziona a comando, come una macchina. Non a caso, la Regina ha scelto giusto lui dalla folla di pretendenti alla sua alcova. Tutti quelli venuti prima di Gworm li ha uccisi al termine di una sola tornata d’amore. Alcuni addirittura sono morti durante l’atto, stroncati dalla fatica e dall’emozione.

Pappemolle, incapaci, deficienti! Ora i loro resti si accumulano nelle segrete della Tana.

Anche Gworm, in realtà, all’inizio sembrava destinato a fare un’identica fine. Giunto al cospetto della Regina, si era messo a tremare tutto, pareva sul punto di fallire. Ma, superati i momenti iniziali e resosi conto che l’unico modo per appagarla era quello di trattarla come una femmina meno che comune (almeno durante la gametogenesi), si era rivelato il migliore degli stalloni.

Senza protestare oltre, il bel Gworm la osserva mentre lei incede sulla terrazza.

Aggrappandosi alla bulbosa impalcatura, la Regina si sporge verso l’estate del pianeta Sterrk. Non è una delle solite giornate accecanti: le gigantesche ombre inconsuete permangono. Anzi, proprio in questo momento l’oscurità si infittisce. Accidenti alle eclissi! Ma non può bastare un fenomeno tanto banale a rovinare l’effetto scenografico della sua apparizione.

Occhieggia in basso, tra le striature di azoto rarefatto: quest’oggi gli Sch-tass si sono riuniti al completo…

Vomitai anche gli intestini e, sortito dal bagno, vidi che Vivì stava scorrendo le ultime righe del mio racconto. Avevo dimenticato il tiposcritto sul ripiano della scrivania.

«Allora?» le chiesi. «Che te ne pare?»

Lei si limitò a scuotere la testa, facendo frusciare le pagine come foglie al vento.

«Capisco», dissi sconsolato. «Probabilmente la fantascienza non è il tuo genere… Persino all’eclisse hai reagito con indifferenza! Io invece (ti sembrerà strano) sono diventato un fan di questi fenomeni. Già mi avevano affascinato la cometa Halley e quella del Ciabattino… Evidentemente, in gioventù avrò letto troppi romanzi fantastici.» E, poco dopo: «Mi sono dannato a scrivere questo racconto. Ci ho messo tutta l’anima!»

Ma a chi lo dicevo? Ci si aspetta solo di vedere il risultato della narrazione; nessuno vuol sapere niente della sua esegesi, nessuno vuol conoscere le cause primarie, né tantomeno le asperità incontrate dall’autore durante il processo creativo.

«Nessun editore», profetizzò Vivì, accendendosi una delle mie Marlb Y2K, «sarà mai disposto a pubblicartelo.»

Afferrai la bottiglia di whisky. Nel fondo sguazzava ancora qualche dito di liquido vomitatorio. «Mmh. Forse, se dicessi loro che la mia non è un’opera di fantasia, ma un adattamento delle pagine del mio diario, mi darebbero più credito.» E scolai l’ultimissimo sorso.

Vivì non si degnò di replicare. Sorridendomi in maniera enigmatica, si distese sul divano con languide movenze.

Ammirai la sua figura curvilinea. Intanto mi dicevo, mentre un filo di saliva mi inumidiva il mento: "È giusto così. È tutto stramaledettamente giusto così". Poi mi buttai addosso a lei.

Cavalcandola selvaggiamente, credetti di essere fuori da ogni cosa, sospeso in un ambiente privo di forza di gravità. Lei era troppo, per me. Un essere dalle molteplici superfici cigliate che fremevano nel costante scandaglio dei miei organi emettitori. L’emolinfa mi scorreva nelle vene come impazzita…

Venni in fretta. Malediz…! Persino troppo in fretta, schnell schnell. Venni come un torrente in piena, un Niagara. Sollevandomi col pendaglio che penzolava miseramente, incassai lo sguardo di sufficienza lanciatomi da Vivì.

La sua perfezione mi aveva offuscato la mente e mi aveva fatto perdere il senso del tempo, illudendomi sul suo scorrere, sulla sua elasticità. Ora mi sentivo svuotato del mesocarpo, depredato della polpa vitale.

"Tutto giusto così", tornai a ripetermi sotto il getto caldo della doccia. "Eros e letteratura. Imparerò anch’io. Del resto, non sarò forse un amante straordinario, ma so scrivere in fretta. Schiacciare il pedale del gas: è la regola comune. L’unica regola che a me non sembra insensata e di cui ho fatto una filosofia di vita. Concludere ogni cosa celermente, senza mai voltarsi indietro. Poi via, verso altre sponde, verso altri progetti… Ma sempre nell’ombra di una donna come Vivì."

La mia nuova eroina era lei: la Black Queen. Un’autentica regina, esiliata dal suo Paese. Che attività avrebbe potuto svolgere da noi? Probabilmente sarebbe stata costretta a guadagnarsi la vita facendo l’"accompagnatrice"… Leggi: l’odalisca. Ma io l’avrei aiutata. Oh sì, altroché se l’avrei aiutata!

Mentre mi frizionavo con un asciugamano, accesi la tivù (ho un piccolo apparecchio televisivo anche in bagno). Vidi una fiumana di vetture parcheggiate sul bordo di una provinciale… Unico caso di cecità parziale verificatosi in Germania era stato quello di un diciottenne berlinese che aveva fissato il sole senza gli occhiali di protezione. Un’altra immagine mostrava una sciacquetta che, in Piazza del Duomo a Monaco di Baviera, osservava l’eclisse servendosi di carta stagnola: un espediente semplice quanto efficace. Un giudice aveva chiesto ai suoi superiori di rimandare un’udienza in corso, ma quelli gli avevano risposto nisba… Nei pressi di Berlino, un campeggiatore 24enne sale su un palo della luce per meglio assistere allo spettacolo e viene colpito

56 da una scarica di 20.000 volt, riportando serie ustioni. Un ciclista, per guardare in alto, va a sbattere contro un palo e si procura una frattura al cranio. Un signora ottantunenne alla guida di un’utilitaria finisce dentro un lago e annega. ("Si esclude che possa essersi trattato di suicidio.") Un automobilista, sempre per rivolgere l’attenzione al fenomeno astronomico, si va a schiantare contro il pilone di un cavalcavia; anche lui ha perso la vita…

I capelli ancora umidi, tornai in salotto. Ma di Vivì e della sua bellezza lussureggiante non trovai alcuna traccia. Chiamai, mi disperai, piansi… Invano: era svanita. Dissolta nel nulla, semplicemente.

«Regina!» La preghiera del popolo si tramuta in un’acclamazione nell’istante medesimo in cui lei appare, anzi, in cui lei sorge come un astro. Si sporge dall’imboccatura della Tana muovendo i tentacoli e le zampe posteriori in uno spassionato, magnanimo saluto. Dietro di sé avverte intanto le emissioni tachioniche di Gworm, che segnalano una notevole impazienza. La Regina non attende che il boato di entusiasmo si spenga: non ha discorsi rilevanti da rivolgere agli Sch-tass. Del resto, essi non si aspettano discorsi. Vogliono solo vederla, accertarsi che è vera, che esiste, in alto sopra le loro teste. In alto, in alto… La Regina socchiude gli occhi e atteggia la proboscidina a un sorriso voluttuoso, prima di girarsi con calcolata lentezza e rientrare, pian piano, tutta ondeggiante.

«Regina! Regina!» urlano come impazziti.

Gworm, tumido e rosso-bruno come lo stesso pianeta Sterrk, è di nuovo pronto a soddisfarla.

«Dwight! Sei sordo?» sbraitava il comandante.

Dwight non udiva un bel nulla. Era stato colpito da un’"apatia da cronosisma" che lo aveva immobilizzato, annichilendo ogni suo istinto. La galassia aveva deciso di interrompere il suo espandersi e il tempo si era focalizzato su quella piccola macchia palpitante, obbligando l’esploratore cosmico a vivere in prima persona come uno degli Sch-tass, senza (e questo era il peggio) poter intervenire in alcun modo su quanto avveniva nel loro mondo.

«Dwight!» risuonò più stridulo il richiamo metallico. Poi nel suo campo visivo entrò lo stivale del comandante. Dwight guardò inorridito lo stivale protendersi e schiacciare con prepotenza – annientandolo – quel microcosmo.

Lo shock servì a cancellare l’incubo e a farlo tornare da questa parte della realtà; ma lui, spersonalizzato com’era dai due eterni minuti di assoggettamento totale, faticò non poco a riappropriarsi del libero arbitrio.

«Andiamo, su!» incitò il comandante. «Di Marte ne ho le tasche piene.»

Dwight mise su un’espressione imbambolata. "Marte?" pensò. "Ha detto Marte? Non Sterrk?"

Gli parve di uscire da una notte profonda. Non sentiva più il proprio corpo, tanto grande era la debolezza, ma le visioni erano scomparse e la sua mente, ancora vacillante, si ridestava. Fissò quel macello sulla sabbia rossa. «Perché lo hai fatto?» chiese rauco.

«E perché no?» ribatté il comandante. «Ti immagini dover raccogliere una prova di questa… questa merda, affinché i nostri scienziati la analizzino? Via, siamo seri!»

«E se era una forma di vita?

«E allora? Che ce ne cala? Dobbiamo pensare a noi. L’Ora Zero è vicinissima! Se non ci sbrighiamo, rischiamo di dire per sempre addio alla Terra.»

«Era una forma di vita», ricalcò Dwight, convinto.

Aveva taluni dati immagazzinati in una parte del cervello… Sapeva che, in tempi recenti, una navicella robotizzata mandata su Saturno aveva scoperto tracce di una microfauna vegetale che si alimentava con altre piante, o che ricavava il suo sostentamento direttamente dalle acque sature di minerali. Quel pasticcio ai suoi piedi… quelle alghe, o qualunque altra cosa fossero, sarebbero certamente potute servire nel processo di "addomesticamento" dell’ambiente marziano attraverso un effetto serra indotto. Ma oramai… "Povera regina!" pensò.

Il comandante stava ridendo. «L’unica forma di vita è la nostra, Dwight. Anzi: la mia. Dopo di me, il diluvio. Andiamo. Il nostro bel mucchietto di fango e sterco ci attende.»

Lui lo seguì, tuttora disorientato. Dwight? Non Gworm?

"Chi sono io? E da dove vengo?"

Nicola Randone, alias Art, è Scrittore, musicista compositore, leader della band Randone con all'attivo 7 cd ed 1 dvd LIVE sotto edizione discografica Electromantic Music. Qui pone frammenti di vita, espressioni dell'anima, lamenti del cuore ed improbabili farneticazioni intellettuali.

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