8 – Peregrinos pt. 2: Islares/Santander

in El Camino Norte de Santiago

UNDICESIMO GIORNO
Peregrinos pt. 2
11 Settembre 2012
Islares – Santona / 23,2Km

islares santona

ore 17 Albergue Juvenil

Stamane abbiamo salutato a malincuore le dolcissime Nina e Franciska ed uno strano magone si è impadronito di me e del mio compagno basco. Nella grande recita della vita mi piace fare la parte di quello che non fa vedere niente mentre le persone normali riescono ad esprimere i propri sentimenti liberamente, quindi ridevo e scherzavo forzatamente quando avrei potuto assecondare lo stato d’animo del momento, anche perché non ero il solo a viverlo.

Mi è bastato poco per capire che Setxo aveva bisogno di starsene da solo coi suoi pensieri e dopo aver lasciato il triste albergue di Islares mi sono ritrovato da solo, e questa volta non tanto contento di esserlo. Da questo l’amara considerazione, confidata anche alla mia videocamera, che le persone si incontrano e si separano, spesso per via di ritmi o pensieri troppo divergenti da poter essere conciliati.

Fin qua nulla di anormale, a parte l’episodio iniziale della recita, tuttavia quando si tratta di vedere a che livello è l’acqua del mio bicchiere, beh… inizialmente ho realizzato che stare dietro l’incessante marcia di Setxo e degli altri avrebbe potuto compromettere le mie funzionalità fisiche. Poi che agli altri non fregava niente e che se restavo indietro potevo continuare da solo.

Sono anche riuscito a farmi un pensiero tutto personale sul fatto che prima di stare dietro ad una persona bisogna capire anzitutto quello che desideri per te stesso e poi vedere se si concilia, perchè in questo modo rischi di far contento l’altro e di mandare a puttane i tuoi desideri. Nello specifico continuando ad assecondare Setxo stavo sottoponendo il mio corpo ad uno sforzo che avrebbe potuto bloccarmi e quindi impedirmi di raggiungere  Santiago, cosa che al mio compagno di viaggio non fregava visto che il suo obiettivo era stare qualche giorno e poi tornarsene a casa. Da qui l’inevitabile paragone con la mia esperienza catanese ed il fatto che abbia deciso di non rientrare a Ragusa, nonostante le difficoltà, per amore di una donna. E si, ho pensato a lei, anche se solo per un paio di chilometri, ed è stato lì che ho sofferto pensando agli sforzi, al tempo perso, alle mie energie ed alle mie risorse investite sul nulla. Ho sofferto perchè ho realizzato di non stare più con lei, e questa cosa l’avevo dimenticata perchè sulla Via il passato fa fatica a restarti aggrappato. Ed ero lì, a camminare col capo basso ed il cuore sotto i piedi rimpiangendo quel progetto di vita insieme che, dannazione, avrei tanto desiderato. Tutta quella sega mentale era traslata nell’esperienza di questa mattina: Setxo era come lei, mi diceva Come on come on ed io, anche se non volevo, gli stavo sempre  dietro, ma adesso no, adesso dovevo proteggermi perché lui sarebbe tornato a casa il giorno dopo ed io avrei rischiato di non arrivare a Santiago… buttanadieva, mi stanno venendo i brividi a scrivere queste cose perchè a volte il mio cervello sembra quello di uno sfigato complessato adolescente.

Per fortuna sono sul Cammino, ed è Lui che si prende cura di te quando sopraggiungono pensieri di questo tipo: gli avrei dovutoavrei potuto e tutto il resto vengono rapiti dal vento e acquisisci la consapevolezza che di ogni scelta che fai te ne assumi la responsabilità, e che non bisogna mai incolpare gli altri, perchè la mistica del “potrebbe succedere questo” appartiene ad un modello di pensiero magico appannaggio degli sciocchi. Insistere nello stare a Catania per amore di Veronica non è stata una forzatura, è stata semplicemente una mia scelta, com’è stata una mia scelta tornarmene a Ragusa pur sapendo che l’avrei persa e chiudermi nell’apatia per paura di affrontare i demoni mentali che mi portavano a pensare che sarebbe successo comunque, che certe cose non le potevo certo cambiare. Il problema è che spesso mi metto nelle condizioni di pensare che le persone ci cerchino se gli serviamo a qualcosa, in caso contrario ci fulminano in un attimo.

Dopo aver scacciato i lamenti della cabra ho realizzato che ad infastidirmi era la distanza che percepivo tra me e Setxo: le ragazze sono andate via e adesso il mio buon amico non ha più bisogno della sua esuberante spalla, pensava il mio subconscio… tuttavia, con mia grande sorpresa, Setxo mi aspettava a Laredo e considerato il tempo che mi sono preso per arrivare, lo ha fatto per parecchio tempo. Ogni malinteso nella mia mente si è così dissolto, come le persone normali ho constatato che se uno vuole starsene per i cazzi suoi, magari è perchè ha i cazzi suoi e non perchè gli stai antipatico. E poi di tanto in tanto la Via bisogna farla da soli, per essere poi stracontenti di re-incontrarsi.

A proposito della Via, oggi la tappa è stata facile, nessuna imponente salita anche se, purtroppo, tanto asfalto che ho scoperto essere terribile per i piedi. Tra i momenti più belli una vista mozzafiato dall’alto di una scogliera cantabrica ed una passeggiata di 5Km per la playa di Laredo dove ho scambiato due chiacchiere con Pablo. C”è stato un bel momento di condivisione e seppur il suo spagnolo fosse abbastanza stretto, siamo riuscito a comunicare perfettamente. Si lamentava molto del fatto che non c’è lavoro ed in questo ci siamo trovati d’accordo, è un periodo difficile e non è facile trovare la serenità che ci meritiamo. Poi ha iniziato a farmi tantissimi nomi di cantautori spagnoli, ma non ne conoscevo neppure uno, a differenza sua che i nostri li conosce tutti, specialmente quelli più bestia. Mentre parlavamo mi sono reso conto che stava facendomi male un piede, avevamo fatto almeno 3 km in mezz’ora e lo stesso Setxo era rimasto parecchio indietro. Lì ho pensato che Pablo era un velocista e che se solo ci fossimo intesi di più sul piano linguistico sarei potuto arrivare a Santiago in una settimana. Allora l’ho fermato e gli ho detto: Pablo, io qui devo rallentare sennò a Santiago non ci arrivo. Lui ha riso forte, ed è una risata contagiosa che non si dimentica. Prima di salutarmi ha posato lo zaino sulla sabbia e ha preso una piccola concha (conchiglia) trovata poco prima. Mi ha detto: portala a Santiago per me. Io gli ho detto che l’avrei fatto e sapevo già che sarebbe stata un regalo speciale per un’amica. Ho ricambiato dandogli la concha che avevo raccolto per il nonno qualche giorno prima, quella che avevo cambiato con una barretta di cioccolato bianco… sono contento che la concha del nonno stia viaggiando con quel dannato simpaticissimo spagnolo, e sono sicuro che il nonno sarebbe stato contentissimo di viaggiare con quel personaggio.

Superata la spiaggia di Laredo ci siamo imbarcati per raggiungere Santona ed eccomi qui, all’albergue, a cercare un attimo per rilassarmi un pò. So già cosa dovrei fare al mattino, partire con Setxo e gli altri e poi seguire il mio ritmo per fermarmi davanti alle cose che mi piacciono e prendermi il mio tempo, non c’è nulla di male e non lo farò certo per tutte le paranoie di cui ho appena parlato, è solo che se vado avanti con questi ritmi presto o tardi mi verrà qualcosa di spiacevole, piedi e schiena non se la passano benissimo e non vorrei essere costretto a tornare solo perchè mi va di passeggiare in compagnia, se solo non mi fossero diventati così cari in così poco tempo tutto sarebbe più facile :)

Adesso vado a riposare, non ho granché voglia di scrivere con la stanchezza addosso, per fortuna sulla Via c’è la videocamera a farmi da testimone, chissà quante cose potrei perdere nel consumarsi dei ricordi.

DODICESIMO GIORNO
Peregrinos pt. 2
12 Settembre 2012
Santona – Guemes / 24,2Km

santona guemes

Stamane abbiamo lasciato Santona presto per una tappa che i ragazzi sostengono sia molto importante per via dell’hospitalero Ernesto che gestisce l’albergue di Guemes.

Ho lasciato la piacevole compagnia dei miei quattro amigos più di un’ora fa per trovarmi d’un tratto sulla carrettera, sotto una pioggia implacabile ed il forte desiderio di essere già sotto la doccia e pronto per la notte. Non so cosa mi abbia preso, tutto ad un tratto verso S. Miguel ho detto ai ragazzi che mi fermavo un pò, avevo davvero voglia di stare da solo. Poi ha cominciato a piovere e ho proseguito con grande fatica e facendo tante soste sostanzialmente inutili: fermate di autobus, panchine in piena carrettera et similia.

Dopo aver superato il borgo di Bareyo, un triste paese solitario con 10 casette, ho visto la scritta “6 km all’albergue”, e lì mi è venuto un pò di panico. Camminavo da ore ed ancora mancavano 6 km che, al mio ritmo, non avrei percorso in meno di due ore. La cabra negra è tornata a fare sentire le sue fastidiosa urla: dove sei finito, che cazzo ci fai qui, stai per svenire, tornatene ad Irun. Stavo davvero per cedere, sulla carrettera implacabile e solitaria neanche la musica riusciva a darmi un pò di sollievo fino a quando, dopo una curva, spunta fuori un camping fantasma. “Ma chi vuoi che vada al camping con questo tempo” mi sono detto, quindi ho tirato avanti. Lì la cabra si è fatta più insistente, mi sentivo una pezza umida, mi girava la testa, qualcosa non andava… c’entrava di sicuro anche quel pizzico di panico dovuto alla paura di essermi perso ancora, di essere solo, e che quel cartello – 6km all’albergue –  fosse stato messo lì da qualche burlone. Più per disperazione che mosso dalla speranza ho deciso di tornare indietro ed entrare nel camping, giusto per assicurarmi che fosse davvero deserto o anche solo per stare un pò al riparo. Appena voltato l’angolo della struttura con mia grande sorpresa ho notato un bar con un supermercato aperti, e lì è mancato poco che urlassi per la contentezza. La signora che gestiva il bar ha acceso le luci dell’annesso supermercato ed io, come un vagabondo affamato, ho fatto il giro dei reparti recuperando una minestra di verdure confezionate, un pò di queso ed un’intera baguette.

Adesso mi sento come rinato, ed è bello sapere che a volte basta così poco per sentirsi felici. E non c’entra nulla l’aver raggiunto un obiettivo, aver fatto un mucchio di soldi con una scommessa,  conquistato la donna che ami, sono stato felice di aver mangiato e… quel caffè caldo a fine pranzo… che cos’era!!!

Adesso sono nella verandina del ristorante, davanti ad una verdissima prateria, con la mia moleskine a raccontare di questa giornata. Sto pensando al fatto che domani Setxo tornerà a San Sebastian, temo che questa volta non potrò sottrarmi alla tristezza di separarmi da questa bella persona, tral’altro Pablo, Davì e Josè vanno molto più veloci e senza Setxo che in un modo o nell’altro ha sempre compensato i diversi ritmi, sono sicuro che resterò indietro.

Ma bando ai pensieri tristi. Tutto continua a restare magico pur cambiando giorno dopo giorno… mi accorgo di come lentamente il mio andare stia diventando una cosa del tutto naturale e di come stia imparando ad accettare i dolori che mi accompagnano sulla Via ed al contempo adeguarmi al ritmo degli altri. Nonostante le difficoltà ed i momenti di sconforto sento che quest’avventura sta donandomi nuove prospettive di pensiero, da questo ristorante guardo le colline intorno con sparute case all’orizzonte, il cielo plumbeo ed il rumore di una falciatrice vorrebbero disturbare la mia serenità, ma invano, sono una roccia… lo zigomo sotto l’occhio destro fa strane danze ed il piede sinistro mi duole un pò, mentre la schiena vorrebbe ricordarmi che lo zaino è troppo pesante (ed è così) ma la Via è tutto ciò che ho, e sta chiamandomi a gran voce perchè non le faccia sentire troppo la mia mancanza.

Ultreia.

TREDICESIMO GIORNO
Peregrinos pt. 2
13 Settembre 2012
Guemes – Santander / 12,2Km

guemes santander Cafeteria ore 20

Oggi è una giornata triste o almeno lo è diventata da 3 ore a questa parte.

Ho lasciato Setxo alle 5 alla stazione di Santander, Pablo e Josè hanno invece continuato per Boo.

Oggi la cabra negra torna prepotentemente all’attacco con un mal di schiena che mi fa pensare sempre più di abbandonare il mio sacco a pelo da 5kg a vantaggio del proseguimento del mio viaggio, poi ci si mettono pure dei cali di pressione che di tanto in tanto mi fanno prendere qualche spavento.

Ho trascorso dei giorni meravigliosi in compagnia di persone straordinarie, adesso sono in una grande città, seduto in una cafeteria, a mangiare i soliti asparagi bianchi, la consueta tortilla francesa e, sola eccezione, un piatto di maccheroni scotti con la salsa. Da un pò di tempo non mi pesava granchè dover mangiare sempre la stessa roba, ma farlo in compagnia di amici è tutt’altra cosa, da solo non puoi fare a meno di pensare al sapore della sbobba che ti servono a meno di non rifugiarti fra i pensieri, e non so quale fra i due possa essere il male minore. Ho fatto pochissime foto, quasi nessun video, ho anche snobbato la cattedrale che da fuori sembra bella, ho preferito uscire anzichè restare all’albergue solo perchè è veramente squallido e triste, e dopo la splendida accoglienza di Ernesto a Guemes quello di oggi mi sembra un rifugio per profughi sfigatissimi.

Ieri è stata una giornata prodigiosa, dopo aver attraversato la brughiera cantabrica piena di prati verdi, fattorie e profumi di ogni sorta, ho fatto una sosta all’ermita di St. Julian, un posto che non so per quale motivo mi ha dato molta serenità, con buona pace di Setxo e gli altri che al mio arrivo da Ernesto mi hanno delicatamente rimproverato per averli fatti preoccupare: in effetti sono arrivato quattro ore dopo.

L’albergue di Ernesto è uno di quei luoghi in cui ogni espressione o gesto non possono che rincuorarti, una struttura creata apposta per i pellegrini che molti, anche turisti che si spacciano per camminanti, scelgono come tappa obbligata anche solo per la comodità dei servizi e per sentire le parole di Ernesto sulla speculazione edilizia, la deforestazione ed il senso del Cammino.

Ole e Suzanna, due danesi, ci hanno intrattenuto con la chitarra e le loro voci, quando mi sono unito anch’io con l’ukulele si è creata un’atmosfera di autentica magia, senza neanche accorgercene avevamo tutti i pellegrini intorno che cantavano con noi.

Abbiamo cenato tutti insieme, ed anche lì ci sono stati momenti musicali delicatissimi che hanno incantato tutti, peccato aver dormito di merda, e non perchè i letti fossero scomodi o ci fosse freddo, tutt’altro, il problema è stato che mi hanno dato il terzo piano del letto senza una sbarra di protezione, e con tutto il vino offerto da Jean Claude, Josè e la riserva personale di Ernesto che mi sono scolato, ho passato la notte con la paranoia costante di rigirarmi nel sonno e strafottermela di sotto.

Ernesto, prima che iniziassimo a mangiare, ha fatto un bel discorso sul senso del Cammino, la parte che mi ha colpito di più è stata la considerazione che è difficile far capire ai nostri cari cosa sia la Via, difficile far comprendere cosa fa muovere delle persone per centinaia di chilometri su terreni spesso ostili, per mangiare male e finire poi a dormire scomodi. E vero, ed è una considerazione che avevo fatto anche nel Cammino Francese, i miei cari sono alle loro vite, per me questa è una dimensione parallela totalmente sganciata dalla loro, e per quanto possa tentare di descrivere la sensazione di pace che provo nell’osservare uno stormo di gabbiani che appare quasi immobile sopra l’oceano, chi non lo sperimenta di persona e quindi ne ha almeno il ricordo, non lo può capire.

So che certe emozioni resteranno dentro di me, adesso mi manca molto Setxo ed i ragazzi, mi mancano anche Nina e Franciska, sono solo e tra mezz’ora dovrò tornare all’albergue in compagnia di tanti sconosciuti, in uno stanzone con il soffitto basso e l’aria viziata dove l’hospitalero è solo un tale che ha deciso che poteva tirare su qualche soldo con i pellegrini.

Ah, Setxo mi ha lasciato il suo bastone, voglio sperare che mi porterà quella forza che ricavavo dalla sua compagnia… grande mparuzzu.

Adesso vado, domani spero di potermi sentire un pò più allegro.

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Musiche nel video:

Smashing Pumpkins – Galapagos

Olivia Newton John – Country roads