Nuvole di ieri

in Diario

Quattro amici seduti al tavolo di un bar, gustano l’ultimo caffè prima di mettersi in viaggio per l’Olanda.
Un viaggio è sempre un’esperienza fuori dall’ordinario, quando ci sei dentro sembra che la tua vita di sempre appartenga ormai al passato, quando rientri nel tuo mondo invece, è il viaggio a sembrare un ricordo dai contorni sempre più sfocati.
Mi è sempre piaciuto pensare di poter vivere come un vagabondo, girare in lungo e in largo per terre lontane ed apprezzare ogni attimo come fosse l’ultimo, vivere la vita così come dovrebbe essere vissuta: giorno per giorno.
Un estate profumata, trascorsa nella quotidianità della solita città, versa veleno in un cuore che brama ogni giorno emozioni nuove.
E allora via, senza programmi, via verso una terra lontana con accanto gli amici del cuore.
La prima notte decidiamo di accamparci in un bosco sul bordo della strada, i mille suoni della natura coprono il rumore delle macchine che sfrecciano sulla strada e per me il sonno giunge presto, tutto questo nonostante le preoccupazioni ancora legate alla vita di tutti i giorni, al candore che mi è stato rubato da un’amante ingrata, alla fiducia tradita di un amico ormai lontano, alla speranza soffocata che ci sia un dio nel mondo che provveda a che l’applicazione della giustizia sia il diritto sacrosanto di ogni popolo.
La notte passa veloce e, alle prime luci dell’alba, è proprio il mio viso che sbuca fuori dalla tenda: la rugiada della notte luccica ai raggi di sole che filtrano dagli alberi, gli uccelli cantano ed il sole si affaccia dalle montagne che si intravedono in lontananza.
Tutti in piedi, è tempo di riprendere il nostro cammino prima che il sole si corichi alto nel cielo ammonendo tutti coloro che fanno del male a qualsiasi creatura, dacchè pace mai avranno.
Ed è la strada adesso nostra sola compagna, quella strada che ci porterà ove nessuno saprà più trovarci, una strada che ha visto tante vite morire e tende la sua pelle al passaggio dei tanti viandanti.
Della strada perdo presto la memoria ed è Amsterdam che ho davanti adesso.
Le case sono piegate in avanti, anche le facce della gente sembrano deformate. La chiamano: città dei balocchi, e difatti tutti sembrano giocattoli pronti a darti quello che desideri: le donne in vetrina, splendide, nascondono i mille sudori dei loro amanti con profumi e pizzi, i venditori di fumo si avvicinano, gli occhi sbarrati, per offrirti l’ennesima droga, ed io la prendo, così come la prendono tutti quanti. Le luci si accendono, le strade si riempiono sempre più, la gente è fuori di testa, urlano davanti le vetrine, i venditori di fumo hanno un gran da fare, tutti ridono sguaiatamente, si guardano, si baciano, scopano, ma non si toccano davvero ed io… io vorrei solo sentire il vento su di me, c’è troppo caldo, troppa spazzatura, troppi cattivi odori. Vorrei anche potermi liberare di quelle agghiaccianti visioni, di tutta la banalità che mi circonda. La droga mi ha reso bambino, un bambino adulto che scopre il mondo nella sua ferocia, senza un barlume d’amore che possa per un attimo illuminargli il cuore.
Cerco la mia casa sull’albero, provo ad immaginarla, vorrei avere tra le mani il piccolo pupazzo di stoffa che dormiva nel mio letto quand’ero bambino, tiro la cordicella che lega la mia bustina di marijuana e sento: ti voglio bene; non sento quella frase da molto tempo. Non è mio quel mondo, la droga contribuisce solo a renderlo più crudele ed insopportabile, libera i miei più profondi desideri. Non vedo i miei amici, ho di fronte l’ennesimo bar, lentamente poso lo sguardo sull’insegna: REGINA MARY.
Uno slogan risuona nella mia testa: da regina mary troverai, una donna che saprà amarti; urlo a me stesso: entra.
Al bancone, sedute su sgabelli rivestiti di stoffa colorata, le belle fanciulle mostrano la loro merce, alcune di loro hanno accanto un uomo sudicio. Molti profumi infestano l’aria, profumi forti che si mischiano al sudore. Poi arriva lei, porta un’etichetta sul vestito, si avvicina a me e mi invita a leggere: Regina Mary, controllo sanitario effettuato. Il viso nella fotografia è così dolce che stento quasi a riconoscere la donna che mi sta davanti, solo lo sguardo è lo stesso: triste, anche dietro un sorriso.
Mi prende per mano e tirandomi a sé sussurra: 150€.
E’ bella, è dolce, non voglio tirarmi indietro e la seguo, quella sera credevo di non poter trovare un posto migliore ove scatenare la tempesta di passioni che dentro me aveva un bisogno urgente di liberarsi.
Passa appena un’ora, lei si riveste, ed è solo la puzza di sesso che avverto nella stanza a svegliare il mio cuore dimenticato.
Quella donna, così dolce e sensuale, era diventata brutta, indesiderabile, non ho voluto neanche guardarla, mi rivesto e scappo via.
Sotto le scale ci sono ancora le stesse donne, le guardo e ho pena della loro fragilità, come anche di quella degli uomini che dopo un po’ salgono le scale. Penso: “Chissà se anche per un attimo le puttane provano la gioia di unirsi ad un’altra persona”, a me è successo, guardandola negli occhi mi è parso che il suo cuore per un attimo vibrasse all’unisono col mio, ma in realtà il mio cuore era profondamente addormentato.
Adesso i colori, i suoni e le luci del locale ruotano vorticosamente nella mia testa confondendosi coi pensieri, dilaniando ogni minimo spiraglio di serenità. La tristezza dei miei ricordi è ancora più forte, devo andare via da tutto quel casino, cercare i miei amici, appoggiarmi alle loro spalle e piangere.
Sto per uscire dal locale e sul gradino, quasi messo apposta, scorgo un piccolo sasso nero.
Lo prendo in mano e d’improvviso sento come se stesse succhiando tutti i ricordi della mia vita, poi si alza in cielo e scompare tra le stelle.
L’intuizione che potesse trattarsi di una forma di vita aliena mi dona un po’ di conforto, in un solo attimo quell’essere aveva letto la mia vita, e l’avrebbe portata nello spazio raccontando di me; magari i suoi simili avrebbero avuto pietà e sarebbero venuti a prendermi, per portarmi con loro. Volevo andare via, via via…
Il mondo fuori dal locale di Regina Mary è sempre il solito, le case e la gente storte, le feste ad ogni angolo di strada.
Chiedo qual è la via per il loro cuore e tutti mi ridono in faccia; penso ai loro embrioni, quando quella gente doveva ancora nascere avrebbe ancora potuto dare qualcosa di autentico al proprio prossimo.

…completamente andato, chissà cosa avevo fumato… cosa avevo preso per stare in quel modo?!

Le loro facce si deformano ad ogni parola, mostri, le case si piegano ancora in avanti.
Un uomo piange più in là, lo raggiungo, è un giullare. Balla e danza tra le lacrime e si lamenta del fatto che il mondo non ha più colori, mi chiede il colore delle rose e del cielo, poi biascica parole che parlano della sua amata e di quando l’ha abbandonata per scegliere la strada. Continua a recitare delle poesie d’amore, mi intenerisce, voglio abbracciarlo ma ha delle strane piaghe in viso.
Sulla parola Amore si accascia al suolo, forse muore… io piango, mi allontano, ed immagino che, svanita la confusione, sarebbe passato a prenderlo un angelo, per portarlo in un posto migliore.
D’improvviso capisco davvero cosa fare: dovevo andare via da quel mondo che non mi apparteneva e lasciare che la droga abbandonasse il mio corpo in un ambiente silenzioso e tranquillo.
Cammino veloce lungo le strade, non ascolto nessuno, non guardo nessuno, dritto lo sguardo all’orizzonte, le voci sono sempre più lontane, non ci sono più persone, sono fuori dalla città, ho camminato per ore.
E’ una strada ciottolosa, sui bordi gli alti faggi mi regalano un senso di protezione. Finalmente il silenzio, i miei occhi sono ancora pieni di luci e colori che però si confondono col buio che mi circonda, diventano più caldi, meno accesi degli altri, il vento mi accarezza il viso e sopraggiunge una strana malinconia.

Sono le 4 di notte, la mia amata donna dormirà, voglio cantarle una canzone:

“Dolce amore che sei lontana
Buona notte a te
Io da solo in questa strada
Piango il sonno che non c’e’

Quante volte sei stata lontana
Ma oggi ho proprio bisogno di te
Non lasciar che la nebbia grigia
posi il suo manto su noi

Buonanotte mio candido fiore
che gli angeli veglino su te
Se un sogno ti turba nel profondo della notte
tu Immagina di viverlo con me

Stanotte è caduto il sole,
il dolore s’è acceso con fragore
il ricordo del mio dolce amore
ha vinto ancora per me”

Odo suoni di violini, il dolore del cuore si placa e sono preso dal piacere infinito di un amore che è mio, un sentimento di cui non potrà privarmi mai nessuno. Poi una melodia suonata da un pianoforte mi strappa ai pensieri, ascolto la sua voce che canta:

“Buonanotte ti parlo dentro al cuore
cercavi una donna che non c’è
Piangi al buio dolore dell’amore,
un mondo diverso da me

E di notte sentendo le note
del cuore che canta per te
Infausto rigore l’umano sentire
che muore soltanto con noi”

E’ finita, lo sapevo, non c’era bisogno che me lo ricordasse, non c’era bisogno che mi ricordasse che quell’amore sarebbe restato per sempre nel mio cuore senza che potessi più stringerla tra le braccia sentire il suo profumo e fare l’amore con lei.

D’improvviso la forza individualista che mi aveva convinto a lasciarla, chè il suo amore non era vero, mi fa tremare: “non appartengo a nessuno, e per questo sono solo, e cammino solo su questa strada con intorno gli alti faggi”.
In quel momento mi accorgo della casa: una piccola struttura assediata dalle radici degli alberi. Mi allontano dalla strada e mi avvicino. Un lenzuolo dondola fuori da una finestra senza vetri, ne seguo il movimento e mi incanto; le pieghe del lenzuolo si trasformano in fasci di luce bianca che si liberano nell’aria, il viso del maestro sbuca tra le nuvole ed i ricordi del passato arrivano come turbini, la testa mi gira, siedo su una roccia.
Solo in quel momento lo vedo sorgere da una pietra lontana, è un uomo di roccia, ad ogni movimento le pietre che lo hanno generato sfrigolano tra loro. Lo guardo incredulo mentre si avvicina, incapace di qualsiasi reazione lo ascolto parlare. E’ terribilmente spaventato da quella casa, sostiene che sia abitata da spiriti malvagi, anime corrotte che si divertono a torturare la gente disperata. In quell’attimo dalla strada sopraggiunge un vecchio con un soprabito grigio, impreca contro la gente. Le foglie cominciano a suonare, il vento soffia forte, il vecchio si accorge di me.
Devo fermarlo, non posso permettere che entri in quella casa maledetta.

Ricordi caro vecchio quand’eri bambino e scambiavi la rugiada per il pianto di un dio disperato?
Non lasciarti andare, pensa alla gente che ti ama davvero.

L’uomo di pietra, che fino a quel momento era stato in disparte, interviene sussurrandomi all’orecchio: lascialo andare, il suo passato è da biasimare, se all’oblio di quella casa le ultime ore vuole affidare, è perchè all’uomo non ha reso alcun favore.

Allora il vecchio parla, capisco il suo dramma, quello di un uomo solo, forse incapace di amare, forse semplicemente ignorato da chi poteva amarlo, spaventato dall’ignoto della morte. E’ certo che una vita senza amore lascia molti dubbi prima della dipartita.
“Nella morte non vi è alcuna poesia” mi dice il vecchio, lo ripete più volte, e poi si incammina verso la casa mentre l’uomo di pietra inizia a danzargli intorno, forse per scacciare il male che gli affliggeva l’animo, forse per convincerlo ancor più del suo disperato proposito. La danza sembra durare un tempo infinito, in due momenti il vecchio interrompe il suo cammino e comincia a piangere ma poi continua, deciso, fin quando non scompare oltre l’uscio della casa.
Poco vicino, da dietro un albero, fa capolino una figura evanescente, senza ombra di dubbio un fantasma. Si avvicina verso me e con aria triste mi racconta della sua vita mortale, di quando faceva sognare la gente con la sua musica, e di come un giorno si sia trovato a dover vagare per il mondo senza meta. Mi invita ad ascoltare un’ultima sua melodia, perché potesse accendere nel mio cuore un cero votato alla sua libertà. L’alba sta per arrivare, e la melodia lentamente scompare; scompare il fantasma ed anche l’uomo di pietra, la casa è solo una povera struttura fatiscente, il lenzuolo solo uno straccio posato sul davanzale agganciato ad un chiodo arrugginito. E’ finita, sono di nuovo in me. Penso al pupazzo di stoffa che avevo da bambino e dal profondo grido a me stesso: ti voglio bene, invito tutte le creature intorno a farlo. Il mondo può amarti se tu stesso sei disposto a farlo, e nel cuore di ogni uomo c’è sempre spazio per un po’ di compassione.
Il viaggio è finito, la partenza è un ritorno, adesso nella mia quotidianità saprò trovare uno spazio ove potermi amare, chè finora non l’ho mai fatto.